“La Commissione contenziosa non poteva sbarazzarsi di una delibera dell’Ufficio di presidenza”. Nonostante il ginepraio dell’autodichia crei molte incertezze procedurali, il costituzionalista Andrea Pertici riprende quanto sostenuto sul Fatto da Pietro Grasso (FIRMA LA PETIZIONE): la decisione di restituire il vitalizio a Roberto Formigoni, Ottaviano Del Turco e agli altri condannati in via definitiva è un’anomalia. Anche se non sarebbe agevole un ricorso alla Corte costituzionale, anche per colpa dell’autogoverno di Palazzo Madama.

Professor Pertici, che idea si è fatto della sentenza sui vitalizi?

Mi ha sorpreso, perché se la Commissione contenziosa è un giudice, non dovrebbe poter annullare le norme in base alle quali deve pronunciarsi. Altrimenti diventa libera da ogni vincolo. Diverso sarebbe stato se avesse richiesto un nuovo intervento del Consiglio di presidenza, ad esempio per poter erogare un assegno minimo di sostentamento, ma la strada percorsa è stata ben diversa e suscita molte perplessità.

Ritiene possibile sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta?

Il conflitto di attribuzione presuppone ci sia un soggetto che non si riesce a difendere con mezzi interni e che è legittimato a far valere davanti alla Corte la lesione di una attribuzione sancita nella Costituzione. Su questo la Consulta esercita uno stretto scrutinio di ammissibilità. Intanto, però, sul merito della decisione della Commissione la segreteria generale del Senato può fare ricorso al Consiglio di garanzia, che è il grado d’appello della Commissione contenziosa.

Il ricorso alla Corte potrebbe essere presentato dal Consiglio di presidenza?

Andrebbero verificati con attenzione i presupposti, quando si tratta di autodichia gli atti non sono mai facilmente accessibili. Il rischio, in ogni caso, è che venga considerata una questione interna. Peraltro non mi risulta una posizione critica del Consiglio di presidenza rispetto alla scelta della Commissione.

La Commissione ha citato i criteri del reddito di cittadinanza per restituire l’assegno ai condannati.

Il reddito di cittadinanza non c’entra niente. Qui non si tratta di un contributo minimo per persone in difficoltà, ma di un vitalizio piuttosto cospicuo. La decisione dimostra l’ambiguità sulla natura del vitalizio.

In che senso?

C’è molta confusione sulla configurazione del vitalizio, la cui funzione ha finito per essere sostanzialmente quella pensionistica, pur mantenendo grosse differenze rispetto a una pensione. Oltre ad essere stato a lungo erogato anche in età non pensionabile, non si è certo limitato ad assicurare “mezzi adeguati alle esigenze della vita” in caso di vecchiaia, come da Costituzione, ed è stato corrisposto a prescindere dal trattamento previdenziale maturato negli stessi anni dagli eletti con altre attività professionali.

Fa effetto vedere condannati per reati contro la Pubblica amministrazione ricevere l’assegno come nulla fosse.

Anche qui, dobbiamo intenderci su cosa è il vitalizio. Se fosse, come non mi pare, una sorta di benemerenza per il servizio svolto, potrebbe venire meno di fronte a eventuali condanne. Se è parificato almeno nella funzione a un trattamento previdenziale, per quanto atipico, potrebbe esserne mantenuta una parte come erogazione di quei “mezzi adeguati alle esigenze della vita”, con la possibilità di un taglio che la Corte ha già affermato più volte come legittimo per i rapporti di durata.

Ci sono parecchie resistenze quando si tratta di scardinare questi privilegi.

Dipende dal fatto che chi dovrebbe intervenire è anche soggetto interessato, come in questo caso, dove la Commissione è composta in gran parte da senatori. E allora o c’è una forte spinta dell’opinione pubblica o difficilmente ci si possono aspettare novità in quella direzione.

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