Il 3 gennaio, Bangassou, una città di trentamila abitanti a 700 km a est di Bangui, sul fiume Mbomou, è stata occupata dai gruppi armati in guerra contro il governo centrale. “Si è scatenato il panico – racconta Innocent Solodi, un giovane originario di Bangassou, ma residente nella capitale, che ha potuto raggiungere alcuni parenti al telefono –. Metà della mia famiglia ha attraversato il fiume per cercare rifugio nella Repubblica democratica del Congo e l’altra metà è fuggita nei campi. Ne sono usciti solo il giorno dopo”. Tutti i centrafricani si sono ritrovati almeno una volta a dover fuggire nei campi o nei boschi dall’inizio della guerra civile nel 2013, caricando i figli sulle spalle. Nelle ultime settimane, ancora una volta, gli abitanti di tutte le città del paese, a eccezione di Bangui, sono tornati a fuggire. Lasciano frettolosamente le case, poi tornano, poi partono di nuovo, sulla scia degli eventi.

Gli scontri sono ripresi il 16 dicembre scorso, undici giorni prima delle elezioni presidenziali e legislative, quando sei dei principali gruppi armati si sono coalizzati per lanciare un’offensiva contro il governo e il presidente, Faustin-Archange Touadé́ra, in carica dal 2016 e rieletto a dicembre. Eppure i centrafricani avevano creduto di poter ritrovare un po’ di tranquillità: i protagonisti della guerra civile si erano, in un certo senso, spartiti il territorio, le sue ricchezze e i ruoli pubblici, formalizzando il tutto nel febbraio 2019 con un accordo di pace, l’accordo di Khartoum. Ma, a metà dicembre 2020, temendo di perdere i vantaggi acquisiti dopo le presidenziali, con la vittoria del presidente uscente, e sostenuti dall’ex presidente François Bozizé, la cui candidatura era stata respinta dalla Corte costituzionale, i gruppi armati hanno deciso di riprendere la strada della violenza. “Sono disperato”, dice Innocent, sospirando. Il giovane è appena rientrato dalla Cina dove ha portato a termine i suoi studi di scienze politiche. “Pensavo di rendermi utile – continua –. E invece mi ritrovo in queste condizioni, impotente e solo. Non ci resta che rimetterci nelle mani di Dio”. Innocent è uno sfollato come centinaia di migliaia di suoi compatrioti. Nel 2013 era stato cacciato dal suo quartiere di Bangui dagli uomini della Seleka, la coalizione di gruppi ribelli del nord e dell’est del paese, a maggioranza musulmana. Oggi per Innocent la paura dei massacri e dei saccheggi è tornata.

Lo stesso vale per Esther Ndewe, una giovane magrolina, 32 anni. È seduta sotto un albero di mango Koulamandja, un villaggio a una ventina di chilometri a nord di Bangui. Nel dicembre 2013, gli uomini della milizia anti-balaka, composta per lo più da cristiani, hanno voluto punirla perché aveva avuto un bimbo con un musulmano. Una scarica di pallottole di AK-47 le ha devastato una gamba. “Se dovessero tornare, non potrò scappare e morirò qui”, dice, piangendo. Accanto a lei, la sua compagna di sventure, Tediane Deboussa, 28 anni, costretta alla sedia a rotelle per il bacino maciullato in uno scontro a fuoco nel marzo 2013, si è ritrovata a terra, svenuta, dopo aver saputo che i gruppi armati, nemici ieri e alleati oggi, stavano avanzando verso Bangui. “I nostri pazienti oggi sono in uno stato di preoccupazione e di stress estremi”, spiega Marius Laga, uno degli psicologi della Ong ivoriana Children’s Life in Rural Areas (CLiRA), attiva in tutto il paese –. Ci dicono: torneranno ad attaccarmi, bruceranno la mia casa. Non possiamo fare nulla per rassicurarli – continua –. Abbiamo iniziato a lavorare con loro per superare il trauma del passato, ma ora, con questa nuova crisi, dobbiamo ricominciare da capo”. Anche se la situazione politica di oggi è diversa da quella del 2013, le nuove violenze riaccendono traumi individuali e collettivi mai guariti. “Le situazioni di crisi provocano gli stessi effetti, anche se i contesti sono diversi”, precisa Laga. La Ong organizza terapie individuali e di gruppo dal 2017. Si fa carico delle vittime di stupro che sono spesso respinte dalle famiglie. Si occupa anche di formare degli agenti psicosociali perché svolgano un ruolo di sensibilizzazione nei quartieri e organizza incontri con la popolazione. “La maggior parte delle persone non sono consapevoli di aver subito un trauma – aggiunge Ignace Kouassi, anche lui psicologo –. Ma sviluppano psicosi, dipendenze, soprattutto da alcol, e depressioni”. In due anni la Ong ha seguito circa 2.000 persone. Una goccia d’acqua. I bisogni sono giganteschi e gli esperti di salute mentale qui sono rari. La prima facoltà di psicologia nella Repubblica Centrafricana è stata creata solo nel 2014. Ancora non ci sono laureati. Le persone vengono assistite nell’ambito dei programmi delle Ong o delle agenzie delle Nazioni Unite, e sempre da stranieri, mai da africani. Le iniziative locali sono ancora rare. “Il governo ha istituito, nel 2015, una “giornata delle vittime”, l’11 maggio, ma per la gente è come se non esistesse”, osserva Pascale Serra, regista centrafricana di origini portoghesi. Con due amici ha fondato la Maison de la Mémoire, aperta dal settembre 2019, in un luogo tranquillo con un ampio giardino, tutti i fine settimana. La mostra permanente presenta i ritratti di donne e uomini che mostrano all’obiettivo del fotografo la foto di un caro rimasto ucciso durante la guerra civile. Sono organizzati anche laboratori di arteterapia, in collaborazione con artisti centrafricani. Uno sforzo enorme sarebbe necessario per poter offrire a tutti quelli che ne hanno bisogno delle cure adeguate. Servirebbe soprattutto della stabilità e, come dice Marius Laga, lo psicologo, servirebbe ”ritrovare la propria vita”. Ma chi dice crisi politico-militare dice povertà. “Nel 2013 le persone hanno perso tutto e per sette anni si sono battute per ricostruirsi – ricorda monsignor Nestor Nongo, vescovo di Bossangoa, a 300 km da Bangui –. Sono riusciti a mettere su delle piccole attività per mandare avanti la famiglia, ma eccoli di nuovo costretti a fuggire nei campi, rischiando di nuovo di perdere tutto”. La “crisi”, come dicono i centrafricani parlando della guerra civile, ha portato con sé frequenti saccheggi e il crollo di uno stato già disfunzionale. Malgrado gli aiuti internazionali, nulla è stato ricostruito dall’accordo di pace, o quasi.

La grande fabbrica di zucchero dove lavorava Joseph Zama, a Kouango, nell’est del paese, saccheggiata e parzialmente distrutta nel 2014, non ha mai riaperto. Zama, 52 anni, rifugiato a Bangui, non ha ritrovato lavoro. Sua moglie, insegnante in una scuola privata, guadagna 85 euro al mese, con cui devono sfamare una dozzina di bambini, poiché la coppia ha accolto anche i figli del fratello di Joseph, ucciso nel 2015, e di sua sorella, morta di malattia. Purtroppo ha dovuto togliere i bambini dalla scuola privata, troppo costosa, e metterli in una scuola pubblica, dove però manca di tutto, “anche i banchi”. Joseph, che fa lavori saltuari, vive nell’angoscia da metà dicembre. Il litro di benzina costa 1,2 euro ed è obbligato a limitare i suoi spostamenti in auto necessari però per trovare lavoro. I prezzi dei beni di prima necessità sono cresciuti. I gruppi armati sono riusciti a bloccare la strada tra il Camerun e Bangui, principale arteria di approvvigionamento della capitale. I commercianti all’ingrosso per adesso vivono grazie agli stock. I piccoli commercianti non possono più spostarsi in provincia. “Prima andavo a Bossangoa due volte al mese per rifornirmi di manioca, zucca, fagioli, e una volta al mese a Gaoua Boulaye, al confine con il Camerun, per comprare arachidi e pesce affumicato – spiega Béatrice Namsene, che tiene un bancarella in un mercato di quartiere a Bangui –. Oggi non posso più spostarmi, è troppo pericoloso. Allora compro a dei grossisti qui, ma è molto più caro. E poi le persone acquistano meno, stringono la cinghia. E anche io”. Al suo fianco, Marie-Noëlle Gotowane, combattente nell’antibalaka fino al 2018, rischia di dover chiudere la sua tavola calda e si dice pronta a riprendere le armi in cambio di uno stipendio.

Traduzione di Luana De Micco

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