Avrebbe dovuto nascere mezzo secolo dopo, nel 1990 e non nel 1940. Nell’era delle tv e del web, dell’informazione in tempo reale, della possibilità di vedere tutto anche nel più sperduto angolo del mondo. Avrebbe dovuto giocare adesso Edson Arantes do Nascimento detto Pelé, il più portentoso talento della storia del calcio mondiale che venerdì compirà (strano a dirsi, per chi è leggenda) 80 anni. Difficile per chi ama il pallone perdonare il fato per questo sgarbo. Quando Pelé smise di giocare, nel 1974, dopo 19 stagioni trascorse indossando la maglia del Santos, del Brasile e di nessun altro, in Italia la tv a colori non esisteva ancora; e il bianco e nero stava tenendo duro anche quando Pelé, tre anni dopo, celebrò l’addio ai Cosmos di New York, ultima appendice di carriera, e appese per sempre a 37 anni le scarpe al chiodo.

E insomma, avremmo voluto godercelo di più il mostruoso Pelé, e lustrarci gli occhi come facemmo per Maradona, a oggi suo unico epigono, venuto dal cielo in terra a miracol mostrare a inizi anni 80 e finito a regalare mirabilie proprio qui, nel nostro (a quei tempi prezioso e pregiato) orticello. Lo avrebbe meritato O Rei. O la Perla Nera, se preferite. Perché se oggi, per descrivere la bellezza di un gol di Cristiano Ronaldo segnato di testa in bella elevazione la Gazzetta evoca nientemeno che La passeggiata, il dipinto di Marc Chagall in cui l’autore tiene per mano la moglie Bella che volteggia nell’aria, lieve, sopra la sua testa, per rappresentare l’incanto dei gol, e non solo dei gol, dipinti per vent’anni da Pelé ci vorrebbe di più. A cominciare, visto che siamo in tema, dai gol di testa che O Rei, a dispetto del suo metro e 72, realizzava con stacchi e gesti atletici imperiosi: come nella finale Brasile-Italia del Mundial messicano 1970, minuto 18, rimessa di Tostao (n. 9), cross al volo di sinistro di Rivelino (n. 11) ed ecco apparire in area lui, Pelé (n. 10), appeso al cielo un metro sopra Burgnich – il Marc Chagall della situazione, anche se parliamo del più forte difensore del tempo –, mentre attende il pallone refrattario a ogni legge di gravità e poi lo colpisce con una frustata della fronte e lo scarica in rete alle spalle di Albertosi, che ancora oggi ricorda solo una fiammata. “Prima della partita mi ripetevo: tranquillo, anche lui è fatto di carne e ossa. Ma mi sbagliavo”, avrebbe detto Burgnich anni dopo rielaborando il trauma.

Oggi impazziamo per Messi e per Cristiano Ronaldo e ieri lo abbiamo fatto per Ronaldo, Van Basten e Johan Crujiff? Con tutto il rispetto: poca cosa al confronto. Perché Pelé, 172 cm. per 75 kg., nel suo prezioso contenitore aveva tutto: il fisico che Messi non ha, la classe di cui CR7 non dispone, il gioco a tutto campo che al Fenomeno mancava, la solidità fisica che a Van Basten ha fatto difetto, la spietatezza che in Crujiff non era così totale. “È un mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione”, lo fotografò un giorno, perfettamente, Gianni Brera. Il miglior 10 e il miglior 9 messi assieme. Pelé aveva tutto, a cominciare dalla precocità. Nella classifica dei “Gol del Secolo” stilata dalla Fifa, dove al primo posto troviamo l’inenarrabile serpentina di Maradona in Argentina-Inghilterra 1986, al terzo troviamo un gol di Pelé: con la differenza che trattasi di gioiello che il giovane Edson compì all’età di 17 anni, in un Brasile in cui era quasi esordiente e nientemeno che in una finale mondiale: quella del 1958 in Svezia, vinta 5-2 contro Liedholm & C., il 3-1 che sigillò il match, stop di petto in area, difensore scavalcato col sombrero e con lo stesso piede, il destro, tiro a rete senza lasciar ricadere la palla a terra. Un balletto in un fazzoletto.

A 17 anni Pelé si laureava campione del mondo (oltre che vice capocannoniere con 6 gol alle spalle di Fontaine) e dodici anni dopo, nella finale vinta 4-1 contro l’Italia, lo diventava per la terza volta: nessuno ci è mai più riuscito. Solo in partite ufficiali Pelé ha segnato 761 gol in 821 incontri. Fosse davvero nato mezzo secolo dopo, con il regolamento modificato a punire aspramente il gioco duro, chissà che starebbe combinando oggi alla soglia dei suoi (virtuali) trent’anni. E sì, perché i Mondiali del ’62 in Cile finirono per lui alla seconda partita messo ko da un difensore della Cecoslovacchia; e in quelli del ’66, in Inghilterra, fu Joao Morais del Portogallo a farlo fuori al pronti-via del terzo match che Pelé trascorse in campo camminando, non essendoci le sostituzioni. Invece Pelé è nato nel 1940 e venerdì festeggerà gli 80 anni. Da pensionato da 3.000 real al mese (meno di 1.000 euro), pensionato che ha voluto diventare perché stufo di girare il mondo con tanti anni addosso. Un’operazione all’anca lo costringe da tempo in carrozzella e alla depressione. “Era il Re: ora si vergogna a farsi vedere così”, racconta il figlio Edinho. Fossimo in lui, non ci stancheremmo di ricordare a papà che il Brasile lo ha nominato “patrimonio storico-sportivo dell’umanità”. E che il mondo, tutto il mondo, è stato d’accordo. Tanti auguri O Rei. E grazie di tutto.

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