Da quando è stato eletto papa, venendo “dalla fine del mondo”, si è sempre parlato del populismo di Bergoglio, gesuita che ha scelto il nome di Francesco, santa icona del pauperismo. Un “luogo” politico, però, completamente diverso da quello frequentato dai populisti o sovranisti di oggi, perlopiù esponenti di una destra xenofoba basata sull’odio e che va dall’americano Trump all’italiano Salvini.

No, il populismo bergogliano richiama miti antichi e profondamente radicati che risalgono all’America Latina del sedicesimo secolo, quando la nascente Compagnia di Gesù cominciò le sue missioni per instaurare un ordine cristiano-ispanico nemico della proprietà privata e di ogni pluralismo. In Paraguay, per esempio, tra il XVII e il XVIII secolo, venne fondato un vero Stato etico che in nome dell’unanimismo sacrificava l’individuo all’unità del popolo (il pueblo). Non solo: gli altri due caratteri che lo qualificavano erano l’importanza della gerarchia e il corporativismo, inteso come identità e protezione per una comunità omogenea. Il tutto scandito dalla fede e da una severa educazione militare.

Sono questi tratti, dunque, a formare il populismo gesuita al centro dell’ultimo saggio di Loris Zanatta, accademico esperto di America Latina. Un libro destinato ad alimentare forti polemiche (o significativi silenzi) perché accomuna in un solo “fascio” l’attuale pontefice e gli “ismi” che hanno illuso e poi travolto l’Argentina peronista, la Cuba castrista e pure il Venezuela di Chávez. Tre leader anti-imperialisti e un papa: Il populismo gesuita. Perón, Fidel e Bergoglio (Editori Laterza, 137 pagine, 16 euro). In oltre cinque secoli, l’ossessione gesuita per l’unità che deve prevalere sulla parte ha generato un solido sentimento anti-liberale che ciclicamente torna in America Latina.

Perché a contare non è la democrazia costituzionale ma la giustizia sociale e poco importa come ci si arrivi. I poveri innanzitutto, il cuore del pueblo nel nome del quale si comanda (con tutti i vizi annessi: l’abolizione del merito irrobustisce clientelismo e familismo). Zanatta spiega come i carismatici Perón, Castro e Chávez siano stati educati dalla triade Dio, patria e popolo e abbiano avuto dietro di loro per lungo tempo la propaganda gesuita. Poi ognuno dei tre ha avuto la sua parabola fideistica anche se il peronismo, a detta del gesuita Hernán Benítez, si poteva configurare come “un comunismo di destra”.

Bergoglio, da giovane gesuita, si tenne però fuori dal connubio tra la Compagnia e il marxismo (il dibattito sulla teologia della liberazione) e da allora si è sempre assestato su una teologia del popolo più affine al peronismo della sua Argentina. “La modernità liberale è per lui un deserto di decadenza morale dominato dal Dio denaro”. Nelle conclusioni, lo studioso pone la domanda chiave, che fa traballare l’edificio plurisecolare del populismo gesuita: una società chiusa, identitaria, nazionalista e confessionale non fa che produrre altri poveri anziché estirpare le diseguaglianze sociali. Ergo, “l’utopia cristiana dei populismi gesuiti” finisce per essere “un inno alla povertà”.

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