È successo praticamente per caso. Nella gestazione del governo Conte bis c’era bisogno di una casella per Liberi e Uguali, il gruppetto di sinistra sopravvissuto al disastro del 4 marzo 2018, comunque prezioso per formare una maggioranza al Senato.

Il ragionamento dev’essere stato più o meno questo: diamogli la Sanità, cosa volete che succeda? Ecco cosa è successo, niente di che: è esploso il Coronavirus e un’emergenza sanitaria mondiale.

Roberto Speranza si è trovato all’incrocio di questi venti. È diventato ministro della Salute senza una ragione specifica, e senza alcuna esperienza reale sul campo. Un uomo di sinistra a presidio del più delicato dei servizi pubblici, sottoposto a una pressione impensabile.

Al di là dei giudizi di merito, è difficile non riconoscere a Roberto Speranza un po’ di solidarietà: si è trovato nel posto sbagliato nel momento peggiore possibile. Senza alcun preavviso del disastro che stava per manifestarsi. Ha provato a rimanere in piedi con i mezzi a disposizione. Si è affidato alla struttura tecnica, si è sforzato di assumere un profilo serio, rispettoso delle difficoltà, rassicurante. Ci è riuscito solo in parte, come inevitabile. Un uomo fiondato, da un giorno all’altro, senza preparazione, al centro di una clamorosa emergenza nazionale.

Quarantuno anni, nato e cresciuto a Potenza, laureato in Scienze politiche, Speranza è un prodotto della “Ditta”, un giovane vecchio allevato a pane e politica. Papà socialista lombardiano (e dunque anti-craxiano), una lunga militanza nella Sinistra giovanile, poi nelle varie forme assunte dagli eredi del Pci. Quando Matteo Renzi irrompe nel Pd e promette di cambiare tutto, Speranza è tra i “rottamandi”: un trentenne adottato dai polverosi notabili della tradizione post-comunista. Nel 2008 Veltroni l’aveva nominato nel comitato nazionale dei Giovani Democratici, poi Speranza è vicino a D’Alema e soprattutto a Bersani. È il figlio politico del segretario piacentino, la sua controfigura nelle primarie vincenti del 2012 e nella campagna elettorale successiva, quella in cui prometteva di “smacchiare il giaguaro”. Operazione, come noto, poco fortunata. Renzi quindi si divora il partito e il giovane bersaniano – per mantenere la pax interna – diventa capogruppo alla Camera. L’equilibrio è precario e presto si spezza.

Quando Bersani e i suoi fanno i bagagli, a Speranza vengono messe in mano le chiavi di Mdp, il movimento che nasce alla sinistra del Pd: non una Ferrari. La sinistra si riunisce attorno a Piero Grasso, il disastro prende forma all’alba del 5 marzo 2018: quel giorno Speranza, non ancora 40enne, ha già l’aria di un reduce. Uno dei pochi che almeno hanno salvato il seggio parlamentare. Per un curioso capriccio del destino un anno e mezzo più tardi – il 5 settembre 2019 – Speranza è al Quirinale per giurare da ministro. Sembra una mano di carte di quelle inspiegabili, fortunatissime, vincenti. Invece era un Coronavirus. Da allora il giovane vecchio Speranza è in apnea. Non è un carismatico o un genio della comunicazione, né – soprattutto – un esperto di sanità. Ma è un diligente studioso della politica e una persona seria. Deve svuotare il mare a mani nude, in bocca al lupo.

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