Stabilito che lo si vuol fare, come si caccia Armando Siri dal governo? La cosa, tecnicamente parlando, è di semplicità disarmante, ma in una scelta esclusivamente politica difficilmente il problema sarà la procedura. Tradotto: se la Lega fosse concorde col presidente del Consiglio, Siri sarebbe già fuori. Giuseppe Conte si trova dunque a dover andare avanti su una strada che non ha veri precedenti.

La legge di riferimento è la 400 del 1988, che regola l’attività di governo. Dei sottosegretari si parla all’articolo 10: la procedura di revoca non è dettagliata, ma – essendo impossibile che una nomina non possa essere annullata – funziona a contrario rispetto a quella di nomina, cioè “con un decreto del presidente della Repubblica, su proposta del presidente del Consiglio dei ministri, di concerto col ministro che il sottosegretario è chiamato a coadiuvare, sentito il Consiglio dei ministri”.

In sostanza, Conte concorda il decreto di revoca con Danilo Toninelli (di cui Siri è sottosegretario) e lo manda al Quirinale per la firma “sentito” il Consiglio: insomma, non serve alcun voto, i dissenzienti possono al massimo mettere a verbale le loro perplessità com’è successo martedì con due delle 4 nomine ai vertici di Banca d’Italia approvate in Cdm. Sergio Mattarella ha già fatto sapere che ritiene la nomina e la revoca dei sottosegretari un “atto di indirizzo politico”, che sta insomma in capo al governo e ai partiti che lo sostengono. Tradotto: se gli arriva il decreto, lo firma.

La situazione è, però, politicamente una novità assoluta. Il precedente che spesso si cita, cioè la cacciata di Vittorio Sgarbi dal ministero della Cultura con una presa di posizione formale del Consiglio dei ministri, fu in realtà una scelta unanime del governo e della maggioranza contro le resistenze di un singolo: non è questo il caso e, se lo diventasse, non sarebbe più un problema.

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