Un milione di euro di rimborsi elettorali passato di mano e un assessore regionale lombardo indagato per appropriazione indebita. Col denaro traghettato sui conti di un’associazione politica costituita dalla Lega. L’assessore è Stefano Bruno Galli, docente di Dottrine politiche alla Statale di Milano, classe ’66. Galli, ideologo del Carroccio e fautore dell’autonomia lombarda, il 4 marzo 2018 ottiene dal governatore Attilio Fontana le deleghe per la Cultura e l’Autonomia. L’accusa a Galli è invece legata al denaro. Sull’inchiesta pesa però una richiesta di archiviazione da parte del pm Giovanni Polizzi, che sarà discussa il prossimo 20 marzo davanti al giudice. La vicenda dei soldi nasce da un esposto depositato nel febbraio 2018 sia alla Procura sia alla Corte dei conti. A firmarlo è Marco Tizzoni, politico locale di 51 anni, creatore delle liste civiche “Gente di”. Commerciante con la passione per la politica non di partito, il suo nome finirà nell’inchiesta ‘Grillo Parlante’ sui legami tra ’ndrangheta e Pubblica amministrazione. L’indagine porterà alla condanna dell’ex assessore regionale alla Casa, Mimmo Zambetti.

Tizzoni, mai nemmeno indagato, ne uscirà a testa alta. Le carte dimostrano che rifiutò i voti dei clan. Una scelta di grande trasparenza. Tizzoni perse le elezioni locali nel comune di Rho, ma quel suo gesto lo portò all’attenzione di Bobo Maroni che nel 2013 stava preparando la sua corsa al Pirellone. Tizzoni viene eletto nella lista civica Maroni presidente. È il 2013. Nel gennaio 2018, Tizzoni diventa capogruppo. Un ruolo che gli permetterà di visionare i rendiconti della lista. Le 25 pagine di esposto ripartono dal gennaio 2013. La lista di Maroni incassa mezzo milione di voti e porta in Regione undici consiglieri. Tra loro Tizzoni. Presidente del gruppo sarà eletto Stefano Bruno Galli. A gennaio, si legge nel documento, viene creata l’Associazione Maroni Presidente “senza che nulla venisse comunicato ai candidati e agli eletti”. Se la lista politica ha tutti esponenti civici, l’associazione parallela è di matrice leghista. Tra i primi sei fondatori compare l’ex ministro e senatore della Lega, Roberto Calderoli. Nel 2018 i membri scendono a quattro. Sono tutti interni alla Lega di Matteo Salvini. Scrive Tizzoni: “Nessun rapporto è mai esistito tra i consiglieri del gruppo e tale associazione, che è stata tenuta ben nascosta”. Tizzoni scopre che la Lista Maroni ha maturato rimborsi elettorali dallo Stato per circa un milione di euro. Altri 350mila arriveranno dalla Regione per il funzionamento del gruppo. Buona parte del milione passerà per l’associazione. Si legge negli atti: “Nello statuto dell’associazione sono segnalati gli scopi e nessuno di questi risulta essere mai stato perseguito dai suoi membri e variato nel corso degli anni (…). Vi è il sospetto che tale associazione sia stata tenuta nascosta a noi consiglieri tutti questi anni dovendo servire quale soggetto occulto di intermediazione finanziaria in favore della Lega o di terzi”. Cosa che avverrà: oltre mezzo milione finirà all’associazione. Un’operazione border line sul cui rilievo penale la Procura non pare intravedere ipotesi di reato. Ancora prima, parte del milione, e cioè 450mila euro, passano all’associazione e poi alla Lega come pagamento di un prestito iniziale per fare partire la Lista Maroni.

In quel 2018, la Lega si prepara alle elezioni politiche. Il successo elettorale non è ancora in tasca, i conti del partito sono bloccati e la Procura di Genova dà la caccia ai 49 milioni di rimborsi svaniti nel nulla. C’è dunque bisogno di denaro. In Lombardia si vota per la Regione. Attilio Fontana è il favorito. Sindaco leghista di Varese, anche per lui nascerà una lista civica Fontana presidente. Di mezzo c’è la rinuncia di Maroni a ricandidarsi. Una scelta che crea discussioni nel gruppo di Tizzoni. Il piano dei vertici leghisti viene portato avanti da Paolo Grimoldi (non indagato), coordinatore regionale e deputato, fedelissimo di Salvini. Si lavora per dare “continuità” tra la lista Maroni e quella di Fontana, così da poter incamerare il saldo della prima lista, e cioè i 350mila euro rimasti in cassa dopo cinque anni di legislatura. Operazione che non avverrà. Nel 2018 durante una riunione a Palazzo Lombardia, Grimoldi illustra il piano ai consiglieri della Lista Maroni. “Nessuno di noi – si legge nell’esposto – era stato informato di questi rapporti bancari e finanziari tra il nostro gruppo e la Lega”. Lo stesso Grimoldi chiederà ai superstiti della lista Maroni di versare 25 mila euro a testa per candidarsi e sostenere la lista Fontana. Una prassi normale e lecita. Molto meno il fatto che “Grimoldi – si legge nell’esposto – precisò che il pagamento doveva essere fatto con un bonifico alla Lega e non doveva essere fatto alcun cenno al contributo pro elezioni, ma doveva trattarsi di una generica devoluzione volontaria alla Lega”. Tizzoni rifiuta. Da qui riavvolgerà il nastro dei soldi.

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