In fondo, la politica è semplice. Normalmente, se prometti e poi mantieni gli elettori ti concedono il voto. In genere, se prometti e poi non mantieni, il voto gli elettori te lo tolgono (e comunque, puoi fregarli per un po’ ma non per sempre). Quindi, come nel calcio, anche per il governo SalviMaio la partita prevede due fasi.

Nel primo tempo si sono dette molte parole e si sono approvate alcune leggi. Consenso del pubblico, soprattutto dalle curve popolari (e populiste). Nel secondo tempo, che comincia adesso, parole e leggi dovranno tradursi in fatti concreti che ciascuno potrà verificare nella vita reale: per esempio, più sicurezza nelle strade, immigrazione sotto controllo ma gestita con umanità, il reddito di cittadinanza che qualcuno comincerà a percepire, la possibilità di andare in pensione in anticipo (quota 100) e così via. Ma, ci sono 161 ma. Si chiamano decreti attuativi. Riguardano l’attuazione dei 1.143 commi di cui si compone la manovra 2019. Il Sole 24 Ore ha calcolato che “nei prossimi mesi dovranno vedere il via libera 161 misure attuative tra decreti ministeriali, provvedimenti e regolamenti di diversi enti”.

Nell’articolo, Andrea Marini e Marta Paris scrivono di “conto alla rovescia” poiché “quasi la metà dei provvedimenti attuativi necessari (77) ha una scadenza ben precisa per l’adozione”. Dai contributi per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici (10 gennaio), alla definizione delle modalità di presentazione delle domande di indennizzo ai risparmiatori coinvolti nei crac bancari, agli incentivi all’acquisto di auto e moto non inquinanti (entro il 20 marzo), e molto, molto altro ancora.

C’è un tempo per ogni cosa, soprattutto in politica. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, dice l’Ecclesiaste la cui saggezza dovrebbe essere raccolta e interpretata da chi governa. Quando Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, riuniti sulle nevi di Moena, annunciano il taglio degli stipendi dei parlamentari, sono davvero convinti che lo spirito del tempo, dominato dalla “democrazia dell’indignazione” (Juan Luis Cebrián), possa ancora accontentarsi di atti simbolici o immaginifici (tipo l’abolizione della povertà annunciata da un balcone)? Quella bandiera che giusto dieci anni fa furono i Cinquestelle a sventolare nelle piazze contro i privilegi della casta dei politici, rappresentazione simbolica di un’ingiustizia dominante che toglieva ai poveri per dare ai ricchi, non è più sufficiente. Con il M5S alla guida del Paese il taglio dei vitalizi di deputati e senatori non ha certo rimpinguato le casse statali, ma ha rappresentato un segno del primo cambiamento che si voleva affermare: quello che cerca di mantenere gli impegni presi.

Però, da oggi, per vincere anche il secondo tempo della partita (e le successive elezioni europee) quelle battaglie simboliche appaiono di retroguardia. Più spesa sociale e meno disuguaglianze, chiede la protesta che attraversa l’Europa. Ne sa qualcosa il Di Maio ministro del Lavoro e dello Sviluppo, alle prese con 138 tavoli di crisi che coinvolgono 210mila dipendenti. Se poi restano a piedi, quanto li potrà consolare la notizia che gli onorevoli guadagneranno di meno? Dopo sei mesi di contratto gialloverde, l’Italia ha evitato i gilets jaunes con un ardito compromesso tra Bruxelles e il governo del popolo. Atteso alla prova dei fatti e senza tempi supplementari.

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