L’attacco ai mercatini di Natale di Strasburgo, nel cuore dell’Europa e a due passi dalle sue istituzioni, segna evidentemente il ritorno del terrorismo sul continente. La minaccia jihadista è parsa affievolirsi negli ultimi mesi. In Siria e Iraq lo Stato Islamico ha perso oltre il 95 per cento del proprio territorio. In Europa, secondo dati originali dell’Ispi, il numero degli attacchi eseguiti con successo si è ridotto considerevolmente: dai 20 attacchi realizzati nel 2017 ai 7 del 2018 (includendo quello di Strasburgo).

In realtà, il pericolo rappresentato dai militanti jihadisti non è venuto meno. In Europa sono ancora decine di migliaia i simpatizzanti jihadisti, con una maggiore concentrazione in Francia, Regno Unito, Germania e Belgio. La grande maggioranza di questi individui si limita a sostenere la causa estremistica perlopiù a parole, su Internet o all’interno di piccoli gruppi. Nondimeno una minoranza di questi simpatizzanti a un certo punto può effettivamente decidere di passare all’azione. È quello che è accaduto martedì sera nel centro di Strasburgo.

Secondo le informazioni disponibili, l’attentatore, Chérif Chekatt, era un soggetto radicalizzato già noto alle autorità francesi. Era stato addirittura segnalato dall’intelligence come fiche S, ovvero come persona sospettata di rappresentare una minaccia per la sicurezza dello stato. Non è una novità. I dati Ispi segnalano che oltre il 70 per cento degli attentatori che hanno colpito in Europa dall’eclatante proclamazione del Califfato (29 giugno 2014) a oggi era già sotto i radar delle autorità.

Di fronte a questo fatto, dopo ogni strage è naturale chiedersi perché non sia stato possibile fermare un soggetto pericoloso già conosciuto e, come nel caso di Chekatt, inserito persino in un’apposita lista ufficiale. Al netto di eventuali errori e falle dell’Antiterrorismo che andrebbero verificati caso per caso, c’è un problema generale: in Francia i soggetti segnalati come fiche s, sono molti, circa 20.000. Monitorare costantemente, 24 ore al giorno 7 giorni su 7, tutti questi sospetti è operativamente difficile, se non impossibile. In uno Stato di diritto, finché non vengono accusati di commettere specifici reati, non possono essere processati e, nel caso, condannati.

Molti studi hanno dimostrato che non esiste un profilo comune dei militanti jihadisti. Ma alcuni tratti individuali ricorrono più di altri. Le informazioni che sono state raccolte finora sulla figura di Chekatt non sono sorprendenti: giovane, di sesso maschile, figlio di migranti, ma nato e cresciuto nello stesso Paese in cui decide di colpire, con precedenti penali ed esperienze di detenzione (significativamente, non per reati connessi all’estremismo violento).

Il background criminale è un aspetto che merita particolare attenzione. Negli ultimi anni gli esperti hanno evidenziato che molti jihadisti europei hanno alle loro spalle un passato criminale per reati comuni. Secondo dati Ispi, dalla proclamazione del Califfato a oggi circa la metà degli individui responsabili di attacchi jihadisti in Europa aveva precedenti penali e poco meno di un quarto era già stato in carcere. La propaganda di gruppi armati come lo Stato Islamico non ha esitato a favorire e incoraggiare questa tendenza, in maniera spregiudicata. Dal loro punto di vista, poco importa se attività come rapine o spaccio di droga sarebbero incompatibili con l’ideologia ufficiale del gruppo armato; quello che più conta è il contributo che queste persone possono dare alla causa estremistica.

Questo nesso criminalità e terrorismo presenta diversi elementi preoccupanti. Il criminale comune può acquisire contatti e “competenze” che sono utili anche per il terrorismo, per esempio per l’acquisizione e l’uso di armi. Negli ultimi anni in Europa l’impiego della pistola, come a Strasburgo, è diventato un’opzione meno frequente, lasciando spazio all’uso di armi più facili da trovare e utilizzare come coltelli o addirittura veicoli lanciati contro una folla. Una delle ragioni di questo trend è che in Europa, a differenza degli Stati Uniti, per un militante jihadista non è facile recuperare un’arma da fuoco se non si hanno, appunto, legami con la criminalità. Un altro punto di contatto tra criminalità e terrorismo è costituito dal carcere: com’è noto, sono ormai tanti i soggetti, come apparentemente lo stesso Chekatt, che sono entrati in prigione come delinquenti comuni e vi sono usciti come jihadisti, a causa di frequentazioni con detenuti estremisti. Infine, la militanza jihadista e in casi estremi la vera e propria partecipazione ad attacchi terroristici può servire da fattore di redenzione e “purificazione” da tutti i “peccati” precedenti.

Come recitava un poster di propaganda jihadista, dalla loro prospettiva, “a volte le persone con i peggiori passati creano i futuri migliori”.

 

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