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venerdì 02/11/2018

“L’industria Garofoli”. Il dipendente in nero rivela come funziona

Libri, corsi, la rete di relazioni basata sul nome del giurista E alla fine la busta coi soldi dello stipendio data in un bar

L’azienda di famiglia del capo di gabinetto del Tesoro, quello che si occupa tra l’altro delle nostre tasse, paga in nero il personale di cui si avvale per procacciare clienti e docenti in tutta Italia, evadendo anche i relativi contributi. E Roberto Garofoli dovrebbe saperlo, perché di quell’azienda si prende molta cura. La scoperta passa per un bar nel centro di Molfetta: “Lì mi hanno liquidato con 900 euro in contanti. È successo ad altri prima di me. Garofoli queste cose le sa perché ogni venerdì mattina era qui per le riunioni della Neldiritto Editore, che formalmente è della moglie e del suocero, ma è lui a impartire le direttive. Lui è dietro a tutto, ma non compare mai”.

Dietro garanzia dell’anonimato (ma noi la sua identità la conosciamo), c’è chi può raccontare l’altra vita di Garofoli, sulle cui attività collaterali si sta aprendo uno squarcio e un caso politico, innescato dalla vicenda della casa comprata dalla Croce Rossa (e trasformata in un b&b di lusso) mentre il Tesoro ne gestiva la privatizzazione. Avvertenza: l’ex collaboratore si è impegnato a confermare, dovesse servire, quanto ci racconta.

Deficit, spread, manovre. I conti, i partiti, le regioni e l’Europa da tenere a bada. L’altezza e la delicatezza dell’incarico suggerirebbero un impegno a tempo pieno e sfiancherebbero chiunque. Non Roberto Garofoli, che fa il capo di gabinetto al Mef da tre governi e riesce anche a fare un altro lavoro, stavolta nel privato.

A Molfetta, attorno al suo nome, è nata una florida industria di codici e corsi per aspiranti avvocati e magistrati che va sotto il nome di Neldiritto Editore e fattura 3,5 milioni con un pugno di dipendenti. Attività di famiglia che fa capo alla moglie Elena Maria Mancini e al suocero Domenico. L’insigne giurista non manca però di dare un contributo, riferisce un testimone diretto, qualificato e attendibile. Si tratta di un giovane laureato che quest’anno ha lavorato nella sede operativa di via Vincenzo De Lillo, zona industriale di Molfetta: “Lavoravo otto ore con impegno, ma la moglie di Garofoli pretendeva di più, diceva che dovevo lavorare oltre l’orario per raggiungere gli obiettivi e che, magari dopo il primo mese, sarebbe arrivato un contratto”. Problema: “Anche chi c’era prima di me ha avuto trattamento analogo: per il primo mese ti tengono, ma se non sei disposto a farti schiavizzare ti liquidano così. E io non ci tenevo particolarmente”.

Le schiere di aspiranti avvocati che migrano da uno studio all’altro senza diritti non sono una novità. Ma se l’impiego non corrisponde a un contratto o a un contributo Inps in casa del braccio destro di un ministro – e di quello dell’Economia per di più – vale la pena ascoltare ogni dettaglio: a consegnare la “busta” coi soldi, per dire, era “la factotum alla Neldiritto Editore”, che poi è anche la “gentilissima signorina” recensita dagli ospiti del b&b di lusso di via Picca 34.

Come funziona, dunque, la Garofoli srl? Parla M.R. 32 anni: “La società edita libri di diritto e vende corsi da 1.000 o 1.500 euro per gli esami da avvocato e magistrato. Il business è grandissimo. Neldiritto non è una delle case editrici migliori, ma lui ha un forte richiamo e non manca di spendere il proprio nome di magistrato, presidente di sezione del Consiglio di Stato, e l’incarico al ministero. Sforna libri uno via l’altro, spesso scritti da giovani che preparano l’esame di magistratura, lui controlla. La paga è bassa, i risultati non sempre all’altezza. Io però ero nella parte di organizzazione dei corsi”. Per imporsi da Molfetta in tutta Italia basta strutturare il marketing attorno al prodotto di punta: Roberto Garofoli, appunto.

Prosegue il racconto: “Io contattavo gli avvocati sui vari territori. La difficoltà era reperirne uno di qualche valore che accettasse di fare un corso da 9 weekend e 15-20 compiti per 3-4 mila euro. Sono 200-300 euro a weekend, nessun avvocato professionista accetterebbe. La leva che si utilizza al telefono è dire ‘la contatto a nome e per conto del Presidente’. Anche se Garofoli non conosceva affatto l’avvocato. ‘Il presidente Garofoli ci terrebbe che lei seguisse questo corso, che potrà avere varie collaborazioni con lui’, era la formula. Ma lui non potrebbe apparire essendo un magistrato, anche se sospeso. Sapevo che né io né lui potevamo farlo, ma questo accadeva”.

Un aneddoto? “Ricordo che telefonammo a Venezia ma non c’era verso di trovare un avvocato per il corso: si pagava 1.500 euro, ma uno che è stato presidente o consigliere dell’Ordine non viene 9 weekend e poi corregge 15-20 compiti per quella cifra. Garofoli non chiama, chiamo io. Così lui eventualmente può dire che veniva tirato in mezzo a sua insaputa”.

I corsi sono all’altezza della fama del giurista? “Lui è scrupoloso e preparato, ma deve delegare. Succede ad esempio che i pareri per l’esame d’avvocato non li correggano sempre gli avvocati. Quando si fa il corso online, visto che la consulenza di un avvocato costa, chiamano giovani del corso di magistratura o qualcuno che reputano bravo e li mettono a correggere. Capita quando sono in affanno, per piazze ambite come Milano, dove gli onorari sono più alti e per rendere la proposta appetibile si dice ‘vabbè, i pareri te li faccio correggere da altri’. E qui trovano ragazzi che 200 euro se li prendono”. E Garofoli? “Telefonava, ma il venerdì mattina era qui e c’era la riunione con lui. Tutti i venerdì a cui ho partecipato: in quasi due mesi ne ha saltato solo uno”.

Quanto costa un corso e dove trovano gli studenti? “Siamo tra gli 800 e i 1.100 euro, se ti iscrivi entro marzo; da aprile l’iscrizione aumenta di 100 euro al mese per arrivare a luglio sui 1.400 di media. Anche a nome di Garofoli potevamo contattare un avvocato in ogni città con uno studio ben strutturato e chiedere un praticante. A lui poi proponevamo di fare da procacciatore di corsisti che facevano scouting con un tariffario. Se portava un iscritto prendeva circa 20 euro e se arrivava a 10 iscritti un bonus di 100 euro e altri bonus all’aumentare delle iscrizioni da lui portate. Soldi dati senza lasciar traccia, in aggiunta a sconti su materiali e corsi. Anche sulle vendite dei codici c’era una percentuale”.

E gli avvocati come sono scelti? “Le indicazioni arrivano da Garofoli per il tramite della moglie e si traducevano in istruzioni operative. Ho qui l’appunto con l’identikit desiderato e c’è scritto espressamente dire al telefono che vengono contattati perché consigliati dal presidente Garofoli e che gli piacerebbe averli all’interno del proprio corso”. E non certo come presidente della casa editrice, ma di sezione del Consiglio di Stato.

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LECCALECCA

La nebbia mediatica sul burocrate

Anche i burocrati, a volte, imbarazzano. Tanto più se sono potenti come Roberto Garofoli, capo di gabinetto del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Repubblica e Corriere, per esempio, dedicano poco spazio ai servizi del Fatto che hanno svelato il conflitto di interessi tra Garofoli e la Croce Rossa Italia con episodi precisi. Per esempio, la vicenda della casa di Molfetta – poi trasformata in B&B – acquistata per un sesto a buon prezzo dalla Cri (dopo un lungo contenzioso) nel 2017 mentre si occupava, in veste di capo di gabinetto, delle sorti della stessa Cri. Né Repubblica né Corriere raccontano la questione o almeno la rendono comprensibile ai lettori, sembra soltanto che ci sia un accanimento del M5S nei confronti del burocrate. Il Corriere riserva poche righe alla questione alla fine di un pezzo in cui si parla genericamente di conflitto di interessi e della richiesta di dimissioni di un parlamentare dei Cinque Stelle. Repubblica racconta la storia in modo, per così dire, parziale e a un certo punto s’inventa pure una nuova difesa di Giovanni Tria nei confronti di Garofoli, anche se in questo caso il ministro s’è ben guardato dal parlare e, in una nota informale anche detta velina, il Tesoro è dovuto ricorrere all’artificio retorico di citare un’altra difesa di Tria del suo capo di gabinetto. Niente di male, per carità: l’imbarazzo è un sentimento delicato.

Politica
Ora il testo in Senato

La Camera approva il decreto Genova (col condono e i fanghi)

Ieri notte la Camera ha approvato il decreto Genova. Il voto è stato rallentato dallo scontro tra la maggioranza e il Pd, che ha attaccato il governo soprattutto per la norma su Ischia (ribattezzata dai dem “condono Di Maio”). Ora tocca al Senato: il testo deve essere convertito in legge entro il 27 novembre. La maggioranza ha respinto un ordine del giorno del Pd – votato anche da Forza Italia e Fratelli d’Italia – che impegnava il governo “ad assicurare la realizzazione della Gronda di Genova”. La norma più contestata dal Pd è quella che riguarda Ischia: l’articolo 25 del decreto stabilisce che entro 6 mesi i 3 comuni dell’isola colpiti dal sisma 2017 rispondano alle richieste di sanatoria presentate per il condono edilizio tombale del 1985. Nel caso in cui il condono venisse negato, il proprietario dell’edificio sarebbe escluso dai fondi per la ricostruzione (in ogni caso per le volumetrie aggiuntive condonate non è previsto alcun contributo). Altra norma controversa è quella all’articolo 41, che innalza di 20 volte (da 50 a 1.000 mg per chilo) il limite di elementi velenosi come idrocarburi policiclici aromatici, Toluene, Selenio e Berillio, Arsenico e Cromo nei fanghi utilizzabili in agricoltura.

La Cattiveria

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