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mercoledì 31/10/2018

Dl Fiscale, il dirigente del Tesoro Garofoli e gli 84 milioni per la Croce rossa dopo il maxi-sconto sulla casa

Conflitto di interessi - L’uomo accusato dai 5 Stelle di avere infilato l’articolo (poi cassato da Conte) a favore della Cri a dicembre 2017 aveva chiuso un accordo con i suoi vertici

Il capo di gabinetto al Tesoro, che i 5 Stelle accusano di essere l’autore della norma pro Croce Rossa introdotta alla chetichella nel dl fiscale e poi “cassata” dal presidente del Consiglio, pochi mesi prima aveva fatto un ottimo affare: era riuscito ad aprire un lussuoso B&B nel cuore di Molfetta proprio grazie alla Croce Rossa, ottenendo dai suoi vertici, a buon prezzo, un immobile che per nove anni aveva inutilmente preteso a suon di carte bollate.

Riassumendo: Roberto Garofoli balza agli onori delle cronache perché il premier scopre che una “manina” ha inserito nel decreto fiscale un articolo che assegna 84 milioni alla Croce Rossa, ormai privatizzata. È lui a difendere la norma quando Conte chiede spiegazioni in una riunione. I grillini ne chiedono le dimissioni, il ministro, invece, lo difende (“attacchi irrazionali”). Tria non sapeva quel che raccontiamo oggi, e cioè che i vertici di Croce Rossa avevano “dato una mano” a Garofoli: nel dicembre 2017 il commissario liquidatore Patrizia Ravaioli, col nullaosta del presidente Francesco Rocca, aveva infatti messo fine a un lungo contenzioso proprio con Garofoli.

Il caso riguarda la proprietà di un immobile nel centro storico di Molfetta, città d’origine del giurista che lì ha mantenuto la famiglia. Un cespite era pervenuto alla CRI 46 anni prima per volontà di un benefattore che voleva destinarlo alla cura di bambini down. Gli attuali vertici lo venderanno, a un terzo del valore peritato, a Garofoli che tre mesi dopo ci apre un B&B con “suite king” da 100 euro a notte. Si chiama “BorgoAntico34 – Luxury room” e ha già ottime recensioni su TripAdvisor: i clienti apprezzano la doccia con cromoterapia, “l’elegante giardino d’inverno” dalle grandi vetrate e il servizio assicurato “con cortesia e professionalità” da due persone.

Gli appartamenti, da Fini a Scajola, hanno un certo ruolo nella cronaca politica italiana e il problema di quello di Garofoli, uomo di legge con passato da pm, è l’ombra di un conflitto di interessi infilatosi sotto il tetto di via Domenico Picca 34, Molfetta.

I fatti. Fino a dicembre 2017 lui e la Croce Rossa sono stati comproprietari di un appartamento di 9 vani: 245 metri quadri con giardino di 100, garage e un locale seminterrato di 80 mq al primo piano di un palazzo del Settecento. Garofoli aveva comprato l’immobile nel 2006, o meglio i 5/6 dell’immobile, a un prezzo interessante, assicurano i vicini, proprio per via dell’ingombrante comproprietario: il restante 1/6, infatti, apparteneva alla Croce Rossa dal lontano 1972, quando Pasquale Fontana lo dona “alla CRI di Malcesine per i bambini spastici”.

Il giurista del Mef su quella casa ha progetti diversi. Coltiva da tempo l’idea di un B&B esclusivo nel cuore della città da cui è partito da giovane uditore giudiziario verso una folgorante carriera che lo ha portato al Tar e al Consiglio di Stato e da lì a una sfilza d’incarichi tecnico-politici culminati con la poltrona al Tesoro, che conserva dal governo Renzi. Deve però liberarsi di un ostacolo: il coinquilino pubblico. Avendo scritto interi compendi sulle privatizzazioni degli enti e un Codice dell’espropriazione, l’insigne giurista ha tutti gli strumenti per riuscirci. Il 13 marzo 2009 intenta un giudizio contro Croce Rossa al Tribunale di Trani. Vuole vedersi assegnare l’appartamento per intero, sostenendo – si legge nelle carte – di aver acquistato interamente il locale seminterrato dagli ex proprietari per “intervenuta usucapione”, facendo poi valere la preferenza nell’assegnazione del “bene indivisibile” (art. 720 codice civile).

Le valutazioni disposte dalla Direzione patrimonio e contenzioso, coadiuvata dall’Avvocatura distrettuale di Bari, dicono che l’usucapione non vale e che il sesto della Croce Rossa – secondo alcune perizie – vale tra 78 mila e 85.750 euro. Gli atti raccontano come Garofoli, inizialmente, puntasse a ottenere l’intero appartamento gratis a sconto del rimborso pro-quota delle spese sostenute negli anni: quelle condominiali, pari a 20 mila euro, ma pure quelle di una ristrutturazione interna costata 162 mila euro, compresi 109 mila euro definiti “lavori urgenti e indifferibili di conservazione” che, per i periti della controparte, erano invece opere per “migliorare il comfort interno”.

Garofoli, a quel punto, offre 20 mila euro, la CRI rifiuta e ne chiede almeno 28 mila. La lite va avanti per nove anni fino allo scorso dicembre quando – su mandato dell’ad Ravaioli – il servizio contenzioso accetta la proposta di Garofoli disponendo la revoca della lite e la vendita del bene. Alla fine Garofoli pagherà i 28 mila euro richiesti, l’ente ne perderà 50 mila avendo anche rinunciato al controvalore del secondo immobile di 80 mq, ceduto senza contropartita, e al riconoscimento di 5.871 euro a titolo di “valore locativo” per i 12 anni in cui il coinquilino ha usato l’immobile. Per il dominus di via XX Settembre è un affare, per l’ente meno.

Sono le date a rendere la questione spinosa: proprio in quel dicembre 2017, a suon di pareri contrari, il ministero dell’Economia cassava gli emendamenti al decreto fiscale presentati da diversi partiti volti a impedire la privatizzazione della Croce Rossa e la messa in liquidazione del suo patrimonio di 1.506 immobili “non più utili a fini istituzionali”, compreso quello in via Domenico Picca 34.

La vendita, evidentemente, è sembrata vantaggiosa al commissario liquidatore Ravaioli, che il 18 dicembre 2017 firma di suo pugno la procura speciale per trasferire la proprietà a Garofoli e dichiarare cessati i motivi di lite. Dieci giorni dopo, il 28 dicembre, col parere positivo del ministero, otterrà la proroga dell’incarico (170 mila euro l’anno) “fino al completamento delle operazioni di liquidazione”; tempo pochi mesi e dal Mef arriva pure la “manina” che rifinanzia per tre anni la struttura. Ravaioli, contattata dal Fatto, prima sostiene di “non ricordare”, poi invia una nota: “Tutto secondo le norme”. Il Fatto ha chiesto di parlare con Garofoli: invano.

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