Ieri, un simpatico tassista romano mi ha detto: “Certo che ’sto governo c’ha tutti contro” (col tono tipico dei simpatici tassisti romani quando vogliono denunciare una prepotenza, ma senza sbilanciarsi troppo). Ho risposto: “Tutti no, Draghi per esempio ha detto che sulla manovra un compromesso si può trovare”.

Lui ha preferito non replicare (forse non sapeva se fidarsi di questo Draghi o perché eravamo giunti a destinazione). Poco dopo, in un importante studio tv mentre gli altri ospiti bombardavano, pure con argomenti fondati, la legge di bilancio in deficit appena varata dal Consiglio dei ministri, ho provato a buttare lì una parola di speranza: “Però Draghi ha detto che anche in passato ci sono state devianze da parte dei governi ma poi si è sempre trovato un accordo con Bruxelles”. Frase caduta totalmente nel vuoto, e quando ho provato ha gettare il cuore oltre l’ostacolo proclamando: “Ho fiducia in Draghi”, mi sono sentito solo e un po’ disperato come Patrik Schick che centra un palo a porta vuota. Ammutolitomi ho pensato di aver preso un gigantesco granchio.

Forse Draghi non aveva mai pronunciato quelle parole, me l’ero sognate, chissà, a causa degli allucinogeni che mi vengono somministrati a cena per placarmi. Quanto al gelo dei miei interlocutori televisivi era solo un misericordioso atto di pietà. Tornato a casa ho provato a digitare su Google le parole: “Draghi, manovra, compromesso” (con lo stesso tumulto interiore con cui al liceo spizzavo la pagella dopo le reiterate minacce di bocciatura). E, miracolo, mi è apparsa una meravigliosa icona con la foto del prestigioso presidente della Bce e un articolo dell’autorevole Il Sole 24Ore. Datato Bali, meeting del Fmi e del G20, 13 ottobre 2018. Titolo: “Manovra, Draghi ottimista su una soluzione di compromesso”. Svolgimento: Draghi ha invitato tutti ad abbassare i toni, ad aspettare che l’iter della manovra economica si completi per vedere che assetto finale avrà, ha deplorato gli sciagurati accenni “a piani B” per l’uscita dalla moneta unica, ha ricordato “che non è la prima volta che si verificano deviazioni dalle regole Ue e non sarà l’ultima, ma nei trattati sono stati inseriti meccanismi pensati per gestire proprio queste situazioni”.

Davanti a espressioni così sensate e rassicuranti ho provato, e adesso non scherzo, un empito di sincera gratitudine. Poi mi sono chiesto: è mai possibile che la valutazione espressa sulla manovra di bilancio, al cospetto del gotha della finanza mondiale, dall’uomo che incarna al più alto livello l’autorità monetaria europea, non abbia trovato un’immediata e responsabile sponda nel governo gialloverde? Forse perché, nel frattempo, erano tutti troppo impegnati a contrastare i complotti di Soros e della Spectre? Possibile che l’intervento di Draghi abbia ricevuto presso l’informazione tutta una risonanza assai minore rispetto a una qualunque esternazione al bar del leghista Borghi, sufficiente a provocare il crollo di alcune banche, della Borsa, oltre all’effetto viagra sullo spread e all’invasione delle cavallette?

Questo diario rivolge perciò un caldo appello al presidente Draghi (memore della comune esperienza scolastica all’Istituto Massimo, ma lui era molto più bravo). In una fase così delicata per il nostro Paese – e al di là del faticoso giudizio politico sul Salvimaio – la prego, non faccia mancare la sua parola, competente ed equilibrata, per migliorare, se fosse ancora possibile, la manovra di bilancio. O almeno per attenuarne l’impatto negativo sui mercati. Ne abbiamo bisogno (e ne ha bisogno chi le scrive, per non cadere in depressione).

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