Il Sultano regnerà ancora sulla Turchia per soli 2 punti percentuali (supera il 52%) e, cataclismi a parte, passerà alla storia come il nuovo Ataturk arrivando a eguagliare il primato di Mustafa Kemal. Grazie alla nuova legge elettorale che premia la coalizione, anche il suo Partito della Giustizia e Sviluppo (Akp) continuerà a guidare il parlamento avendo ottenuto assieme ai nazionalisti del Mhp oltre 344 seggi su 600. Ma né Erdogan nè l’Akp hanno stravinto mentre i partiti opposizione si sono rafforzati, soprattutto il partito filocurdo democratico dei popoli che ha raggiunto 11 per cento guadagnando 66 seggi.

L’opposizione pur denunciando brogli e irregolarità, sente di aver ritrovato la rotta, anche se con i nuovi poteri derivati dal cambiamento della costituzione in senso presidenzialista il Sultano potrà interferire nei lavori parlamentari con decreti esecutivi.

Il partito dell’oppositore repubblicano laico Ince, pur essendo calato dal 25 al 20 per cento circa dei voti, può contare sulla alleanza con Il nuovo Partito Buono della signora Meral Aksener che ha raggiunto la soglia di sbarramento del 10 per cento necessaria a entrare in Parlamento. Intanto Selahattin Demirtas, il leader dell’Hdp in carcere da un anno e mezzo, tira un sospiro di sollievo per la sopravvivenza del suo partito pesantemente perseguitato dalla magistratura al guinzaglio del Sultano dopo il fallito golpe del 2016. Merita di essere sottolineato che il vecchio e controverso leader dei Lupi Grigi, Devlet Bahceli, aveva visto giusto nel chiedere a Erdogan di anticipare di un anno e mezzo le consultazioni e cambiare la legge elettorale a favore delle coalizioni pre elettorali. Il leader del Mhp le aveva volute per timore di non poter superare la soglia di sbarramento nel 2019 a causa della nascita del Buon partito della sua ex collega Askener, fuoriuscita dal partito perché in disaccordo con Bahceli data la sua cieca vicinanza al Sultano.

Ma, pur essendo entrato in Parlamento, il Buon partito non è riuscito a saccheggiare i voti del Mhp.

Da domani la Turchia entra in una nuova era. Sarà una democrazia svuotata delle istanze che la rendono tale perché di fatto non ci sarà più la divisione netta tra i poteri dello Stato. Nel frattempo una cittadina italiana, Cristina Cattafesta, è stata fermata dalle autorità turche in una provincia curda nel sud est dell’Anatolia. La donna è accusata di essersi spacciata per osservatrice dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, presente in Turchia per verificare la regolarità delle elezioni. Sono stati invece dopo un breve fermo i 3 italiani fermati a Diyarbakir, nel sud-est della Turchia, mentre cercavano di svolgere attività di osservatori per le elezioni presidenziali e parlamentari con alcuni membri del partito filo-curdo Hdp. La polizia ne avrebbe impedito l’ingresso nei seggi perché senza regolare accredito.

Due giorni fa un altro osservatore italiano era stato bloccato all’aeroporto di Istanbul e rispedito indietro. Anche tre francesi sono stati fermati per lo stesso motivo, e poi liberati. Il consolato generale d’Italia a Istanbul e l’ambasciata ad Ankara stanno seguendo la situazione, mentre tutta la Turchia resta con il fiato sospeso per la conta finale dei voti.

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