“I populismi si alimentano di un’illusione che può essere pericolosa: il recupero della sovranità. Ma si tratta di una promessa che non si può mantenere, perché le leve del potere sono, ormai, inesorabilmente altrove”.

Stefano Feltri. Populismo sovrano. Einaudi.

Giorni fa, sul “Corriere della Sera”, Federico Fubini osservava che gli ultimi giorni di questa campagna elettorale “verranno ricordati non per quello che dicono i candidati, ma per ciò di cui hanno smesso di parlare”. La spiegazione è semplice: “È ormai talmente evidente che i conti delle proposte dei partiti non tornano che i candidati, a questo punto, cercano di parlare d’altro”. Ma allora la domanda è: se sapevano di fare i conti senza l’oste perché promettere l’impossibile?. Una risposta la troviamo nelle pagine di un saggio sul populismo scritto da un altro giovane e brillante giornalista economico, Stefano Feltri, vicedirettore di questo giornale. Che coglie il punto citando a sua volta un articolo di Ernesto Galli Della Loggia sulla necessità di “ogni vincolo esterno e delle grandi coalizioni necessarie per rispettarlo”. In sintesi. Primo: la degenerazione della politica e della società italiana è iniziata con il trattato di Maastricht del 1992. Secondo: con la moneta unica si sono poste le basi del disfacimento del sistema politico italiano e della conseguente crisi di legittimità. Terzo: oltre alla prima Repubblica è finita negli anni Novanta, a causa di regole e limiti definiti in sede europea, la piena sovranità nazionale in materia di moneta e di bilancio. Quarto: i vincoli di bilancio privano la politica della principale leva del consenso, l’autonomia (e la disinvoltura) nell’uso della spesa pubblica. E dunque, spiega Feltri: “l’ascesa di leadership carismatiche si deve non soltanto al talento dei singoli protagonisti e alla loro capacità di sfruttare nuovi mezzi di comunicazione, ma anche al fatto che con meno controllo sulla spesa pubblica, un leader ai propri elettori non può offrire molto più del proprio carisma. E se il carisma è decisivo e la concretezza delle promesse elettorali degradata a mero dettaglio, l’ascesa dei movimenti populisti e dei loro capi urlatori era solo questione di tempo”. Analisi impeccabile a cui aggiungerei un paio di osservazioni. La prima riprende ciò che scrive Stefano nella sua premessa: che ormai “i populisti hanno già vinto anche quando non sono al governo”, poiché “tutti partiti, gli intellettuali, i giornali e le televisioni ne hanno assorbito il linguaggio, l’agenda, gli strumenti, le parole d’ordine”. Ciò spiega come mai le “urla” di Matteo Renzi (leader di un Pd dichiaratamente antipopulista) si siano aggiunte a quelle (populiste) di Matteo Salvini e dei discepoli di Beppe Grillo (Silvio Berlusconi è oltre il muro del suono), nella gara a chi la spara più grossa. Mentre, fateci caso, a parlare sottovoce sono rimasti Paolo Gentiloni e il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani. Non a caso, tra i più consapevoli che dal 5 marzo in avanti, terminato il carnevale elettorale comincerà la quaresima e l’Italia dovrà fare i conti con la Commissione Europea. Non a caso, entrambi tra i più seri candidati a guidare quel governo di grande coalizione di cui sopra. Infine: se gran parte della sovranità è altrove perché meravigliarsi se l’astensionismo cresce senza sosta? Se per una quota sempre più consistente di cittadini il voto sta diventando una pratica triste?

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