Sovente, le urne degli italiani all’estero assomigliano a una lotteria di beneficenza. Raccontò Claudio Fancelli, responsabile della Corte d’Appello di Roma per la circoscrizione Estero: “Vorrei precisare che nella busta grande abbiamo trovato di tutto e di più: assieme alla busta piccola, sigillata come si deve, vi erano passaporti, denaro, lettere, assegni. Nel caso del referendum abbiamo trovato 30mila sterline in assegni”. Fancelli spiegò tutto questo nel 2006, in un’audizione alla Giunta delle elezioni della Camera dei deputati. All’estero si votava per la prima volta alle elezioni politiche e accadde ogni tipo di broglio, come ricostruito ieri sul nostro quotidiano.

Gli scrutatori a 150 euro e la fuga dei presidenti

Sono tanti gli episodi che hanno trasfigurato il voto degli italiani all’estero in una colossale truffa. Dall’inizio alla fine. Dal momento, cioè, in cui la scheda viene compilata in una delle quattro ripartizioni a quello dove viene scrutinata, in Italia. In quest’ultima fase vengono commessi altri errori, dolosi o meno. Fancelli si giustificò così a Montecitorio: “Purtroppo il materiale umano che ci viene fornito è di un livello culturale molto, molto basso e noi non ci possiamo fare assolutamente niente; di conseguenza si sono verificate le incongruenze che abbiamo descritto nel verbale”. Ossia: verbali in bianco o incompleti; numero di votanti superiore a quello degli elettori iscritti; voti di lista non coincidenti con le preferenze espresse. Ancora Fancelli: “Non dimentichiamo che sono ragazzi poco acculturati ai quali, ovviamente, fanno gola quei 150 euro. Tra l’altro, abbiamo dovuto rincorrere i presidenti di seggio perché le rinunce sono state numerosissime”.

Il pasticcio diessino della mancata senatrice

Sui conteggi fatti a Roma uno dei casi più controversi fu rivelato da un docufilm intitolato Hermanos de Italia, girato da Volfango De Biasi e sempre relativo alle elezioni politiche del 2006. Il pasticcio svelato riguardò Mirella Giai, figura storica del Pci in Argentina, che mantenne aperta una sede della Cgil persino sotto il regime della giunta militare. Giai dapprima venne proclamata senatrice per l’Unione, poi fu scavalcata da un esponente della Margherita, già berlusconiano: Edoardo Pollastri. Appena 67, diconsi 67, la differenza di voti a favore di Pollastri: 19.523 contro 19.456. Spalleggiata dalla sua collega di partito Marisa Bafile, che venne eletta alla Camera, Giai minacciò ricorsi e denunce: “Io questa sera armo un grande casino, l’hanno rovesciata. Io denuncio la frode”. Il suo interlocutore era Franco Danieli, all’epoca responsabile esteri della Margherita. In pratica, l’elezione di Pollastri serviva a bilanciare i rapporti tra Ds e centristi nei quattro senatori eletti all’estero dall’Unione prodiana. Disse Danieli a Giai: “Abbiamo interesse a non muovere paglia. Perché sennò ci salta tutto il baldacchino! E può saltare nel giro di dieci minuti. Se si rivota perdiamo le elezioni perché in America Latina e in Nordamerica il senatore se lo pigliano loro (cioè il centrodestra, ndr)”. Successivamente Giai e i Ds di Rosario smentirono brogli o frodi. Giai venne eletta senatrice nel 2008.

Pacchi australiani nel seggio clandestino

Le ripartizioni in cui si divide la circoscrizione estero sono quattro: Europa; America meridionale; America settentrionale e centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide. In un altro video, stavolta ambientato in Australia, c’è la storia dei presunti magheggi dell’associazione “Laziali nel mondo” per conto del centrosinistra. Pacchi di plichi rastrellati in cambio di viaggi nella madrepatria italiana. Raccontò un testimone, Paolo Sepe: “Ho recuperato 30 buste con le schede e le ho consegnate chiuse come le aveva inviate il consolato. In un’altra occasione siamo stati convocati in una sala di Brunswick, dove si consegnavano le buste e si veniva registrati. Ma nessuno di noi ha votato. Votavano quelli che stavano seduti al tavolo”. Una sorta di seggio clandestino.

L’esordio nel 2003 e la media di uno su tre

Il voto all’estero esordì nel 2003, con il referendum sull’articolo 18. I votanti furono il 23 per cento. Da allora gli aventi diritto sono raddoppiati e la percentuale è stata di media intorno al 30 per cento. Circa un milione di voti espressi. Stavolta quanti saranno, viste le energie messe in campo dal Pd renziano?

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