Tendenze di Fatto
8 Agosto 2026
Il nuovo paradosso del corpo: dimagrire fino a comprarsi il grasso dei morti
di Ilaria Mauri

Le insicurezze sul corpo, si sa, emergono più facilmente d’estate. Complici i centimetri di pelle più scoperti del solito, in questi giorni di vacanza vi sarà capitato di guardarvi intorno, sul bagnasciuga o sotto l’ombrellone, finendo inevitabilmente a fare confronti. L’ansia da prova costume è un fardello psicologico che ci portiamo dietro da decenni, ma se fino a qualche tempo fa finiva tutto lì — tra un sospiro di rassegnazione davanti allo specchio e un pareo portato un po’ più lungo in spiaggia —, oggi la situazione ha preso una piega diversa. Lungi da noi l’intento di fare body shaming, ci mancherebbe, la nostra è una pura e semplice analisi sociologica: è quasi commovente, ormai, scorgere un corpo “normale”, con le sue pieghe, le sue asimmetrie e le sue morbidezze, in mezzo a una parata di fisici che sembrano letteralmente generati dall’intelligenza artificiale. Perché ormai il corpo non è più soltanto corpo. È progetto, investimento, segnale sociale, curriculum estetico.

È diventato materia di manipolazione costante per inseguire quegli ideali irrealistici di bellezza che ci propinano i social. E non c’è traccia di retorica in questa affermazione, basta guardare al clamoroso paradosso che sta ridefinendo il mercato della medicina estetica e la nostra stessa biologia. Siamo di fronte a un ribaltamento storico che ha del grottesco. Altro che i ventri molli dei ricchi nei quadri esposti nei musei, altro che l’abbondanza come prova di benessere. Oggi la magrezza estrema è il nuovo status symbol. Ed è letteralmente una questione di ricchezza: questo traguardo non si conquista più a suon di sacrifici e ristrettezze alimentari, ma si acquista in farmacia, pagando profumatamente. E poi lo si “modella” a proprio piacimento.

La rivoluzione dei farmaci agonisti del GLP-1 (come semaglutide e tirzepatide) sta cambiando i connotati di una fetta enorme di popolazione, e sul Fatto.it ve l’abbiamo raccontata passo passo. Secondo un sondaggio Gallup pubblicato nel luglio 2026, oltre l’11% degli americani fa uso di queste molecole per perdere peso. Funzionano? Eccome. Funzionano talmente bene che svuotano i corpi con una rapidità impressionante. Ma qui scatta la trappola: dimagrendo così velocemente, i pazienti perdono volume anche nelle zone che definiscono la silhouette — seno, glutei, viso —, ritrovandosi con i famigerati Ozempic body, corpi rinsecchiti, scavati e svuotati.

E allora che si fa? Semplice, c’è bisogno di rimetterci del grasso. Si deve riempire ciò che si è pagato per svuotare. Ma c’è un problema tecnico: questi pazienti sono ormai troppo magri per disporre di sufficiente tessuto adiposo per un tradizionale lipofilling autologo. Inoltre, guai a ingerirlo col cibo: i farmaci inibiscono l’assimilazione, e se si interrompe la terapia l’incantesimo della magrezza svanisce con un devastante effetto yo-yo. La soluzione trovata dal mercato americano è tanto ingegnosa quanto macabra: il grasso si va a prendere da chi ce l’ha. Da un altro corpo. Nello specifico, dai cadaveri.

Non è la sceneggiatura di un film horror distopico, è la cronaca di quanto già accade nelle sale operatorie statunitensi con alloClae (si pronuncia allo-clay, come l’argilla), un nuovo iniettabile che viene estratto dal tessuto adiposo di donatori deceduti. Non è un filler sintetico né silicone: è grasso umano, purificato, stabilizzato e confezionato in siringhe fino a 22 cc, ideali per i grandi riempimenti. Il marketing della casa produttrice, Tiger Aesthetics, lo definisce “off-the-shelf fat”, grasso da scaffale. Il prodotto, introdotto nel 2024 per i chirurghi plastici e allargato dal gennaio 2025 a infermieri specializzati, ha già trattato oltre duemila pazienti. La convenienza è il suo motore commerciale: ribattezzato lunchtime boob-job (letteralmente “il ritocco al seno da pausa pranzo”), l’intervento dura meno di un’ora, non richiede anestesia generale e ha un decorso post-operatorio banalissimo. Si entra svuotati dal farmaco e si esce riempiti dal grasso di uno sconosciuto deceduto. E allora ecco il nuovo cortocircuito: prima spendiamo per eliminare il grasso, poi spendiamo per reinserirlo. Solo nei punti giusti, naturalmente. Perché il problema non è mai stato davvero il grasso. Il problema è sempre stato dove si trova, quanto obbedisce, quanto sta al servizio della silhouette dominante del momento.

È la chirurgia estetica trasformata in manutenzione ordinaria, in appuntamento tra una riunione e la palestra. E qui la parola chiave è proprio manutenzione. Non più trasformazione, non più intervento, non più gesto eccezionale. Manutenzione. Come se il corpo fosse una casa da ristrutturare una stanza dopo l’altra, un dispositivo da aggiornare, un abbonamento da rinnovare. Dimagrisci, svuoti, riempi, rassodi, correggi, ricominci. La cosa più interessante, e più inquietante, non è nemmeno l’esistenza del prodotto. È la rapidità con cui l’orrore diventa normale quando viene impacchettato bene. “Zombie filler”, “corpse injections”, “grasso cadaverico”: i titoli americani hanno giocato molto sul lato macabro. Ma il mercato, a quanto pare, è meno impressionabile del previsto. Un medico intervistato dal Guardian confessa come si aspettasse reazioni di disgusto da parte dei pazienti all’idea di “mettere grasso di persone morte dentro persone vive” e invece, sorprendentemente, di non aver dovuto spiegare poi molto.

Ma il conto, oltre che economico (migliaia di dollari a siringa, per totali che sfiorano i 50mila dollari a dose), è anche clinico. Il rischio più grave si chiama necrosi del grasso: il tessuto cadaverico iniettato non si integra con la rete vascolare del ricevente e inizia a deteriorarsi. I resoconti clinici parlano di dolori acuti, pelle che assume colorazioni brunastre, noduli e fuoriuscita di fluido giallastro e purulento dai siti di iniezione. Lo Stato di New York, non a caso, ha bloccato l’espansione del prodotto, negando due volte la licenza a Tiger Aesthetics (ottobre 2024 e maggio 2026) per dubbi sulla conformità normativa, innescando una causa milionaria.

A queste complicanze si sovrappone un enorme nodo etico. Negli Stati Uniti il business dei tessuti post-mortem sfugge in parte alle rigide maglie federali dei trapianti salvavita. Arthur Caplan, professore di bioetica alla NYU Grossman School of Medicine, è stato chiaro: «Si tratta di un tradimento dell’altruismo fatto per fare profitto. E questo è un problema etico». Le famiglie acconsentono alla donazione del corpo del proprio caro pensando di contribuire alla ricerca o di salvare vite, e si ritrovano invece ad alimentare una filiera commerciale in cui la materia biologica viene venduta per rimpolpare i glutei di chi ha pagato per dimagrire. In Italia, per il momento, la normativa europea e la rigorosa cautela dei medici fanno da barriera, ma quanto reggerà l’argine? È infatti ingenuo pensare che la questione ci riguardi solo da lontano. Ogni innovazione americana del corpo, prima o poi, arriva anche qui. Magari non nella stessa forma, magari con regole più severe, magari con altri nomi. Ma il desiderio viaggia più veloce dei protocolli. E i social fanno il resto.

Questo paradosso contemporaneo, che trasforma il corpo umano in un mosaico da smontare e ricostruire attingendo a un magazzino biologico collettivo, racconta esattamente chi siamo diventati. Liquidarlo con ribrezzo sarebbe miope. I farmaci anti-obesità possono essere una svolta reale per moltissime persone. Possono migliorare parametri metabolici, ridurre rischi, cambiare vite e abbattere i costi del sistema sanitario nazionale. Ma intorno a quella rivoluzione terapeutica si sta costruendo un’economia parallela del corpo post-dimagrimento: pelle da sistemare, volumi da recuperare, visi da rimpolpare, glutei da ridisegnare, identità da riallineare alla nuova immagine. È come se la magrezza, una volta raggiunta, non bastasse più. Bisogna essere magri, ma non svuotati. Asciutti, ma non scavati. Controllati, ma non malati. Leggeri, ma ancora desiderabili. Il corpo deve perdere peso senza perdere capitale erotico. Deve mostrare disciplina senza mostrare danno. Deve essere naturale, ma solo dopo un lungo processo artificiale. Resta solo da chiedersi fino a che punto siamo disposti a mercificare l’esistenza umana, cannibalizzando letteralmente chi non c’è più, pur di non fare i conti con la nostra normalità imperfetta.


Il libro della settimana: Una festa in nero di Alice Basso

Torino, 1935: in pieno regime fascista, la giovane Anita sfreccia nella notte su una Balilla Spider e rifiuta il destino da brava moglie borghese per un’attività clandestina. Scrive di nascosto racconti pulp americani insieme a un affascinante editore. Ma quando le spie della dittatura iniziano a braccarli, la finzione si fa pericolosamente reale. Un mix irresistibile di giallo, ironia e suspense, per scoprire come le parole restino la più affilata forma di ribellione.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro

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