Tendenze di Fatto
7 Novembre 2026
Se l’AI traduce tutto, perché siamo in fissa con le app per imparare le lingue?
di Ilaria Mauri

Provate a fare un attimo mente locale. Vi sarà capitato di vedere un amico, un collega o magari il vostro partner ricevere una notifica sul cellulare, interrompere quello che stava facendo, prendere immediatamente il telefono e isolarsi per qualche minuto digitando con grande concentrazione. Un tempo avremmo pensato male. Un flirt. Un imprevisto di lavoro. Forse un amante. Oggi la spiegazione può essere molto meno allarmante. È Duolingo che ricorda che manca ancora la lezione quotidiana. Oppure una delle tante applicazioni che aspettano qualche minuto di conversazione in inglese, francese, giapponese o spagnolo. Così, nel mezzo di una cena o sul treno per andare al lavoro, qualcuno abbassa gli occhi sullo schermo, completa una traduzione, pronuncia una frase davanti al microfono, corregge un verbo e torna alla vita normale. Con la serie giornaliera salva e il progresso garantito, come in un videogioco.

La scena sta diventando familiare perché imparare una lingua sul telefono è tornato a essere una piccola ossessione collettiva proprio nel momento in cui, almeno teoricamente, avremmo meno bisogno di farlo. Possiamo scrivere una mail in italiano e farla trasformare in inglese in pochi secondi. Tradurre una pagina intera senza copiarla. Fotografare un menu. Usare il telefono durante una conversazione. Chiedere a ChatGPT di sistemare una presentazione in tedesco o a DeepL di renderci comprensibile un documento in francese. L’intelligenza artificiale avrebbe potuto rendere lo studio delle lingue un po’ simile alle divisioni a mano dopo l’arrivo della calcolatrice.

Sta succedendo quasi il contrario. Nel terzo trimestre del 2026 Duolingo contava 153,1 milioni di utenti attivi al mese e 64,9 milioni al giorno. Quelli quotidiani sono aumentati del 29% in un anno; gli abbonati paganti hanno raggiunto i 13,1 milioni. E il pubblico è molto meno omogeneo di quanto suggerisca il gufo verde. Ci sono adolescenti che arrivano al giapponese attraverso manga e videogiochi, ragazzi che iniziano il coreano perché ascoltano musica e guardano serie senza voler dipendere dai sottotitoli. C’è chi affronta cinese o arabo quasi per esercizio mentale. Poi vengono i trentenni che rispolverano l’inglese scolastico dopo essersi accorti che ricordare la differenza fra past simple e present perfect non serve a molto quando, durante una riunione, qualcuno ti chiede improvvisamente un’opinione. E ci sono poi quarantenni e cinquantenni che lavorano quotidianamente con l’estero, fanno presentazioni, partecipano a videoconferenze e non vogliono più perdere quel secondo in cui il cervello traduce dall’italiano prima di cominciare a parlare. Per una parte di loro il confronto è anche generazionale: davanti hanno colleghi più giovani cresciuti fra scuole bilingui, vacanze studio, serie viste in lingua originale e internet frequentato fin dall’adolescenza in inglese.

Loora, una delle applicazioni costruite soprattutto intorno alla conversazione, dichiara che il suo pubblico principale ha fra 25 e 55 anni e che il 72% degli utenti studia inglese per ragioni professionali. Secondo l’azienda, in cinque anni sono state superate 200 milioni di conversazioni. L’inglese rimane infatti di gran lunga la lingua dominante: nel rapporto annuale di Duolingo è la più studiata in 154 Paesi. Ma accanto all’utilità sta crescendo qualcosa di diverso. Nel 2025 il giapponese è diventato la quarta lingua più studiata sulla piattaforma, superando il tedesco, mentre il coreano è salito al sesto posto. Fra le lingue che crescono più rapidamente compaiono anche cinese e coreano. Non stiamo quindi soltanto correggendo lacune scolastiche. Le lingue sono diventate anche un modo per entrare in un altro pezzo di mondo: una cultura, una comunità online, un Paese che vogliamo visitare, film, libri, musica. In alcuni casi conta perfino la difficoltà. Non mi serve il giapponese, ma voglio vedere se riesco a impararlo. È cambiato soprattutto il modo in cui studiamo.

Chi ha una certa età ricorda libri di testo, quaderni degli esercizi, cassette e poi cd con dialoghi pronunciati da persone dotate di una dizione impeccabile e scarsamente rappresentativa di ciò che avremmo incontrato fuori dall’aula. Si imparavano regole per mesi prima di rischiare una frase. E il grande passaggio mancato era spesso proprio quello fra sapere una lingua e riuscire a usarla. Le applicazioni hanno prima risolto un altro problema: convincerci a tornare il giorno dopo. Le lezioni sono brevi, si accumulano punti, si sale nelle classifiche, arrivano ricompense. Soprattutto c’è la serie di giorni consecutivi. Alla fine del 2025 circa 43 milioni di utenti attivi quotidiani di Duolingo ne avevano una di almeno sette giorni; 15 milioni avevano superato un anno intero senza interromperla. Quest’estate la piattaforma ha perfino consentito temporaneamente agli utenti di recuperare la serie migliore che avevano perso completando tre lezioni. Hanno aderito 15,4 milioni di persone. Quasi otto milioni, quando è partita l’iniziativa, non avevano nemmeno una serie attiva: erano tornati per recuperare quella vecchia. Il dato dice qualcosa di più dell’efficacia di un’applicazione. La serie trasforma un obiettivo vago — “vorrei migliorare il francese” — in un comportamento misurabile. Somiglia ai passi dell’orologio, alle notti di sonno registrate, agli allenamenti archiviati: oggi ho fatto qualcosa oppure no.

È un meccanismo potente e proprio per questo ha un limite. Uno studio che ha analizzato più di 20 mila testimonianze online di utenti Duolingo ha rilevato come punti, livelli e serie possano sostenere motivazione e senso di progresso; quando però il contatore diventa l’obiettivo principale, perderlo genera stress e il gioco può cominciare a prevalere sull’apprendimento. Capita così di aprire l’app perché vogliamo imparare lo spagnolo. E qualche volta semplicemente perché sono quasi le undici di sera e non vogliamo sacrificare 600 giorni consecutivi. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale e ha spostato ancora il problema. Molti adulti non hanno bisogno soltanto di memorizzare altre parole. Hanno bisogno di parlare senza sentirsi giudicati. È una differenza enorme. Possiamo conoscere la grammatica e continuare a evitare una conversazione. L’accento ci sembra ridicolo, cerchiamo una parola e il silenzio ci mette fretta, iniziamo una frase troppo complicata, sbagliamo il verbo e perdiamo sicurezza. Un interlocutore artificiale non si spazientisce. Possiamo interromperci, ricominciare, ripetere la stessa frase cinque volte.

È questa la vera novità attorno alla quale stanno crescendo Loora, Speak, Praktika, TalkPal e le funzioni conversazionali introdotte anche dalle piattaforme più tradizionali. I nomi cambiano, il principio è simile: al posto di scegliere continuamente fra quattro risposte scritte, si parla. Si può simulare un colloquio di lavoro, una riunione, una prenotazione, una cena; il sistema adatta il lessico al livello, corregge grammatica e pronuncia, propone una formulazione più naturale e continua la conversazione.

Loora ha appena aggiunto un insegnante virtuale fotorealistico in tempo reale. Speak permette di telefonare a un tutor artificiale e conversare liberamente per alcuni minuti. Praktika costruisce lezioni intorno a personaggi virtuali differenti. TalkPal aggiunge anche una funzione particolarmente curiosa: permette di conversare con personaggi della storia ricreati dall’intelligenza artificiale, trasformando l’esercizio linguistico in un dialogo simulato con figure del passato. E poi c’è ChatGPT, che non nasce per insegnare lingue ma viene sempre più spesso utilizzato proprio così. Gli si può chiedere di parlare soltanto in inglese a livello B1, simulare una riunione, preparare un colloquio, correggere gli errori soltanto alla fine, spiegare perché una frase grammaticalmente corretta suona poco naturale. Con la voce questo uso diventa ancora più immediato. OpenAI riferisce che ogni settimana oltre 150 milioni di persone utilizzano le funzioni vocali e di dettatura di ChatGPT, indicando l’apprendimento linguistico fra gli utilizzi.

Ed eccoci al paradosso. La stessa tecnologia che potrebbe parlare al posto nostro sta diventando uno dei modi più semplici per imparare a parlare meglio. Per capire perché basta guardare al lavoro. A febbraio Le Monde si è chiesto esattamente questo: se l’intelligenza artificiale traduce ormai testi e conversazioni in pochi istanti, perché le aziende continuano a investire nella formazione linguistica? Nel 2025 in Francia una formazione professionale su cinque riguardava ancora le lingue straniere. Ancora più significativo è ciò che succede negli annunci di lavoro pubblicati su Welcome to the Jungle: quelli che richiedevano inglese rappresentavano il 5,5% nel 2023, quasi il 7% nel 2024 e sono arrivati al 10% nel 2025. La traduzione automatica elimina molti ostacoli tecnici. Non elimina la necessità di persuadere qualcuno, capire un sottinteso, inserirsi rapidamente in una conversazione, gestire un conflitto o fare una battuta senza aspettare che il telefono ci suggerisca quando ridere.

Tradurre, insomma, non significa parlare. Posso farmi scrivere una mail impeccabile senza conoscere bene l’inglese. Molto più difficile delegare la sicurezza con cui entro in una riunione o la capacità di capire al primo colpo una domanda formulata velocemente. E’ probabilmente questo che cercano molti adulti nelle nuove app: non diventare perfettamente bilingui, ma smettere di bloccarsi. La ricerca, per ora, invita comunque a evitare entusiasmi facili. BBC Radio 4 ha dedicato quest’estate una puntata alle applicazioni linguistiche coinvolgendo Elizabeth Wonnacott, docente di Scienze del linguaggio a Oxford. Gli studi disponibili mostrano risultati utili ma non definitivi: in una ricerca citata dalla BBC gli utenti Duolingo erano migliorati maggiormente in alcuni test grammaticali scritti, mentre chi seguiva lezioni tradizionali aveva fatto progressi superiori nell’ascolto. Per Wonnacott, la combinazione fra insegnamento umano e strumenti digitali resta la soluzione più sensata.

Ed è forse anche il modo più utile di interpretare questo boom. Dieci minuti sul telefono non sostituiscono una lingua vissuta. Servono però a mantenerla presente, soprattutto in giornate nelle quali sarebbe difficile trovare un’ora per studiare. L’intelligenza artificiale aggiunge qualcosa che prima era più complicato procurarsi: un interlocutore sempre disponibile con cui provare, sbagliare e ricominciare. Poi ci sono i soliti film con i sottotitoli, i libri, i podcast, le persone vere con cui interloquire. Restano gli accenti che nessun esercizio ci aveva preparato ad ascoltare e la scoperta che conoscere migliaia di parole non significa necessariamente sapere quando usarle. C’è però un altro vantaggio, meno tecnico e probabilmente decisivo nel successo di queste applicazioni: imparare attraverso uno schermo è emotivamente molto meno impegnativo che farlo davanti a un insegnante vero. L’app corregge, suggerisce, ripete e ci segnala l’errore, ma non ci giudica. Fra noi e lei rimane quel piccolo filtro rappresentato dal telefono o dal computer, oggetti con i quali abbiamo ormai una confidenza quotidiana. Non c’è un voto, non c’è un volto che aspetta la risposta dall’altra parte della scrivania, non abbiamo la sensazione di stare facendo perdere tempo a qualcuno se impieghiamo trenta secondi a trovare un verbo. Possiamo sbagliare malamente una pronuncia, chiudere tutto e riprovarci il giorno dopo.

Soprattutto siamo noi a decidere quando, quanto e dove studiare. Cinque minuti in metropolitana oggi, mezz’ora sul divano domani, niente durante un fine settimana troppo pieno. Questa libertà abbassa la soglia d’ingresso: rende più semplice cominciare, soprattutto per chi non si iscriverebbe mai a un corso vero o si sente troppo arrugginito per tornare davanti a un insegnante. Ed è probabilmente anche per questo che le lingue hanno smesso di essere soltanto qualcosa che “serve”. Se nessuno deve interrogarci e non esiste un programma da completare entro giugno, possiamo permetterci di studiare il giapponese perché ci piacciono i manga, il coreano per capire una serie, il francese perché ci piace come suona o riprendere lo spagnolo abbandonato vent’anni fa semplicemente perché ne abbiamo voglia. L’assenza del giudizio trasforma più facilmente l’esercizio in curiosità.

La traduzione automatica, quindi, non ha fatto sparire il desiderio di imparare le lingue. Ha reso meno necessario conoscerle per svolgere alcuni compiti, ma contemporaneamente ha reso più semplice esercitarle senza la parte più scomoda dell’apprendimento: l’esposizione continua al giudizio altrui. Nel frattempo lo studio si è infilato negli interstizi delle nostre giornate. Non siamo tornati a scuola: abbiamo portato la scuola con noi, nel telefono che abbiamo già in tasca, adattandola ai nostri orari e togliendole buona parte dell’ansia che ricordavamo. E poi, al di là di algoritmi e statistiche, volete mettere la soddisfazione? Essere all’estero con amici o colleghi e riuscire a chiedere un’informazione nella lingua del posto, capire cosa sta dicendo il cameriere o leggere un menu senza dover fotografare ogni riga con il telefono rimane un piccolo piacere molto concreto.


La curiosità (ma anche un po’ polemica) della settimana

Tutti pazzi per i cartoni: quando anche la ribellione all’AI diventa una moda

Pare che quest’anno nella moda abbiano avuto tutti la stessa idea: per reagire all’invasione di immagini levigate e indistinguibili generate dall’AI, tornare a quanto di più rassicurante esista. I cartoni animati. Prada ha trasformato Sadie Sink e Maya Hawke in protagoniste di una fiaba invernale popolata da topolini e linci, affidando i disegni a John Pomeroy, storico animatore Disney, e rivendicando il lavoro interamente a mano. Dior ha scelto Sylvain Chomet per Christian Dior’s Night in Color: api-sarte, Marlene Dietrich, Rihanna e Robert Pattinson in una Parigi del 1949. Peccato che proprio qui sia scoppiata la polemica: utenti e animatori hanno segnalato dita sospette, scritte deformate e movimenti anomali ipotizzando l’uso dell’AI, mentre Dior continua a presentare il film come disegnato a mano. Al momento resta un’accusa, non una circostanza confermata. Persino Bottega Veneta ha chiamato in causa i Mumin, personaggi di fantasia creati dalla scrittrice ed illustratrice Tove Jansson, per le Feste. E mentre scriviamo arriva anche Loewe, con una collezione dedicata al film Disney di Tim Burton, The Nightmare Before Christmas.Uno è poetico, due fanno tendenza. Al terzo, però, la ribellione all’omologazione comincia curiosamente a somigliare a un’altra forma di omologazione. E la magia dei cartoni funziona soprattutto quando non diventa un format.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.

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