Come può una persona svanire nel nulla in un luogo affollato, recintato e sorvegliato? È l’innesco perfetto per un thriller. Un resort di lusso, centinaia di ospiti, telecamere, personale, gente che entra ed esce. Poi una ragazza, figlia del direttore dell’hotel, sparisce improvvisamente: quello stesso perimetro, costruito per garantire comfort e sicurezza, si trasforma in una gabbia dove chiunque potrebbe aver visto qualcosa. È l’impalcatura narrativa di Oasis, la serie spagnola arrivata quest’anno su Netflix. Otto episodi ambientati all’Oasis Infinity in cui una misteriosa scomparsa trasforma dipendenti e turisti in potenziali sospettati, bloccati nella struttura finché il caso non sarà risolto. Una vacanza che muta in indagine.
Nelle ultime settimane, però, questa trama ha iniziato a diventare spaventosamente reale. Non su un set, ma a Jeju: l’isola vulcanica a sud della penisola coreana, un magnete da 13 milioni di turisti all’anno, la risposta asiatica alle Hawaii. Tra sabato 22 e lunedì 24 agosto, l’isola ha restituito quattro cadaveri. Tutti appartenevano a persone di cui era stata denunciata la scomparsa.
La sequenza dei ritrovamenti ha il ritmo di una sceneggiatura: dapprima, tra le montagne, emerge il corpo di un sessantenne svanito da 51 giorni. Domenica, dal mare, affiora un settantenne. Lunedì, una terza vittima viene scoperta in una valle. Poche ore dopo, in una piantagione di palme, si chiude il cerchio con la donna che ha trasformato il caso in uno scandalo nazionale: Jang Mi-ran, 37 anni.
Scomparsa a metà maggio, era stata cercata dal compagno. L’agente incaricato, identificato dalla stampa solo come Bu, aveva chiuso la pratica in due ore e mezza, sostenendo di averla sentita al telefono e che lei stessa non voleva essere cercata. Nessuna traccia di quella chiamata è mai stata trovata. La famiglia ha continuato a lottare, coinvolgendo la polizia di Seul, ma le ricerche vere sono partite ad agosto. Quando il corpo di Jang è stato rinvenuto, 104 giorni dopo la sparizione, si trovava a poche centinaia di metri dalla sua stanza. E’ questo il dettaglio più disturbante: per oltre tre mesi, Jang è rimasta introvabile praticamente a due passi da casa. Le prime indiscrezioni parlavano di suicidio, ma lo stato di decomposizione ha impedito al National Forensic Service di accertarlo. Il 31 agosto, il capo del National Office of Investigation, Hong Seok-gi, ha chiarito che la causa del decesso resta “sconosciuta”, lasciando aperte tutte le piste.
Nel frattempo, la posizione dell’agente Bu è precipitata. È emerso che anche il sessantenne ritrovato dopo 51 giorni era finito sulla sua scrivania a inizio luglio. Un’altra pratica chiusa a tempo di record: l’agente aveva comunicato ai parenti di aver rintracciato l’uomo, che stava bene ma non voleva rivelare la propria posizione. La famiglia, rassicurata, aveva smesso di fare pressione. “Abbiamo creduto alla polizia quando ci hanno detto che mio padre era al sicuro e abbiamo aspettato, ma dopo 51 giorni quello che è tornato è stato il suo corpo”, ha dichiarato il figlio ai giornalisti. A quel punto, l’indagine ha cambiato scala. Tra marzo 2025 e luglio 2026, Bu aveva gestito 298 denunce di scomparsa. Il 1° settembre, la Jeju Provincial Police Agency ha individuato 25 casi sospetti: in dieci occasioni le persone erano state trovate vive, ma l’agente aveva chiuso le pratiche prima di verificarne le reali condizioni; negli altri quindici, pur avendo accertato la posizione degli scomparsi, aveva inserito a sistema false motivazioni di allontanamento. Interrogato, Bu ha ammesso di essere stato superficiale perché si trattava di “adulti ordinari”, chiudendo falsamente le pratiche per evitare il carico di lavoro burocratico necessario a mantenerle attive. Deferito alla procura per negligenza e falsificazione di documenti elettronici ufficiali, si difende sostenendo di aver realmente contattato le vittime.
Il caso ha però esposto una voragine sistemica. In Corea del Sud, un agente poteva chiudere autonomamente una denuncia di scomparsa senza l’approvazione di un superiore. Procedura ora sospesa dalla National Police Agency, il cui commissario facente funzione, Yoo Jae-seong, ha ammesso in Parlamento la natura del disastro: “Un problema individuale e un fallimento sistemico”. A monte c’è un vuoto normativo. Mentre per bambini o persone con disabilità cognitive scattano protocolli rapidi (localizzazione cellulare, allerte, test del DNA), gli adulti ordinari subiscono restrizioni investigative. Negli ultimi dieci anni, il Parlamento ha bocciato oltre dieci proposte di modifica, frenato dal timore che strumenti di tracciamento invasivi possano favorire stalker, partner violenti o creditori.

I numeri illustrano come l’eccezione sia diventata noiosa routine. Nel 2025, a fronte di 70.000 adulti scomparsi in Corea del Sud, il 99,7 per cento dei casi è stato chiuso; 931 persone sono state trovate morte. Lee Yung-hyeock, professore di scienze di polizia alla Konkuk University, ha spiegato alla Yonhap l’effetto psicologico di questi dati su chi indaga: sperimentando quotidianamente che “la maggioranza assoluta degli adulti scomparsi viene ritrovata rapidamente”, gli agenti sviluppano un automatismo mentale, presumendo che ogni nuovo caso si risolverà da solo. Oggi lo scandalo è nazionale. Il ministro dell’Interno Yun Ho-jung si è scusato pubblicamente. Il presidente Lee Jae-myung ha preteso una riforma radicale. La polizia ha ordinato il riesame di circa 310.000 pratiche chiuse negli ultimi tre anni (al 31 agosto i 15.100 fascicoli prioritari non presentavano anomalie, con revisione totale fissata entro novembre).
Questo, fatti alla mano, è il caso Jeju. Non ci sono prove di un serial killer, né di una rete di trafficanti, e le autorità hanno ribadito l’assenza di nessi causali tra le quattro morti. Secondo l’Associated Press, non c’è stato alcun crollo degli arrivi turistici. Eppure, online, la storia era già mutata in leggenda nera. Tra teorie del complotto e riletture paranoiche di vecchie vacanze, la psicosi ha dominato i social. Una turista ha raccontato di un albergatore che le impediva di uscire la sera; un’altra ha disdetto il viaggio “perché la paura ha preso il sopravvento”. Il video di una donna scortata in hotel da una ristoratrice terrorizzata ha superato decine di milioni di visualizzazioni. L’attrice Jin Jae-young ha sentenziato: “Esco raramente la sera, ma in questi giorni persino fare una passeggiata a Jeju fa un po’ paura”.
In questo scollamento tra indagine reale e panico digitale risiede la vera chiave culturale della vicenda: perché, davanti a quattro morti scollegate, il pubblico ha preteso un serial killer? In parte, perché conosciamo già lo spartito. L’isola come microcosmo letale è un dispositivo narrativo collaudato. La memoria va subito ad Agatha Christie, che nel 1939 ne fissò i canoni con Dieci piccoli indiani: l’isolamento geografico restringe il perimetro, blinda i sospettati e costringe la mente a cercare un colpevole all’interno. Nel 1967 Joan Lindsay complicò il gioco con Picnic at Hanging Rock, raccontando una sparizione nel bush australiano senza offrire alcuna soluzione. Il realismo di quell’opera (amplificato dal film di Peter Weir del 1975) convinse migliaia di persone che si trattasse di cronaca vera.
Oggi il vettore si è invertito: non è la finzione a imitare la cronaca, siamo noi a piegare la cronaca alle regole della fiction. Il motore di questo mutamento è l’impero del true crime. Secondo Edison Research, l’84 per cento degli americani consuma questo genere, con gli ascoltatori settimanali di podcast passati da 6,7 milioni nel 2019 a oltre 19 milioni nel 2024. Il pubblico è a forte trazione femminile: il noto dato del 73 per cento deriva da uno studio fondativo di Kelli Boling e Kevin Hull pubblicato sul Journal of Radio & Audio Media (2018), che identificava intrattenimento, comodità e noia come motivazioni principali, uniti a forti dosi di interazione sociale e voyeurismo tra le donne.
Il crescente bisogno di intrattenimento adrenalinico che alimenta l’algoritmo dei social è il fattore cruciale. Il true crime fa ciò che la vita non sa fare: elimina i tempi morti, seleziona i dettagli, crea un enigma e promette una soluzione. Organizza l’incertezza. La realtà, al contrario, è un disastro narrativo fatto di coincidenze irrilevanti e vicoli ciechi. Jeju è l’esempio perfetto: quattro cadaveri in tre giorni sono un incipit formidabile, ma la prossimità temporale non implica un legame causale. La cronaca ci chiede di accettare una deludente casualità; il nostro cervello esige una trama. Dietro questa ossessione, tuttavia, non c’è solo un’attrazione morbosa per l’orrore. Fin dal 2010, gli studi di Amanda Vicary e R. Chris Fraley (Social Psychological and Personality Science) hanno dimostrato come l’interesse femminile per il crimine celi un istinto di sopravvivenza: studiare il predatore per non diventare preda.
Una tesi oggi raffinata da nuove ricerche. Uno studio pubblicato tra fine 2025 e 2026 sul British Journal of Psychology da Corinna Perchtold-Stefan disseziona il consumo di true crime in tre spinte: la “morbid curiosity” (l’attrazione per minaccia e violenza), la ricerca di eccitazione e la “defensive vigilance”. Quest’ultima, preponderante nelle donne, è l’urgenza di mappare i pericoli per prepararsi a reagire. Il genere offre un vantaggio impareggiabile: espone al male assoluto, ma da una posizione di totale sicurezza. Permette di vivere la perdita di controllo della vittima mantenendo il controllo dell’esperienza, come ha sottolineato Kelli Boling evidenziando la funzione quasi riparativa per chi ha subito violenze in passato.
La neuroscienza invita però alla cautela. Formule pop come “scarica di dopamina” o “attivazione dell’amigdala” semplificano eccessivamente processi cerebrali complessi. Certo, minaccia, distanza e controllo innescano forti risposte emotive, ma il legame tra crimine e ansia sfugge ai cliché. Uno studio longitudinale pubblicato su BMC Psychology (giugno 2026) ha dimostrato che non è il consumo di true crime a generare ansia o rabbia nei giorni successivi. Al contrario, è una giornata ad alto tasso d’ansia a spingere il soggetto verso contenuti violenti. Non è il crimine a produrre la paura, ma la paura a cercare rifugio nel crimine, nella speranza di trasformare un’angoscia informe in una storia decifrabile. Il salto nel vuoto avviene quando il pubblico smette di guardare e inizia a investigare. Dal 2014, con l’uscita del podcast Serial, milioni di ascoltatori si sono tramutati in investigatori dilettanti: “Le persone lo trattavano come un puzzle da risolvere. Mi sentivo in colpa”, ha ammesso di recente la creatrice Sarah Koenig al Guardian.
Oggi, su TikTok, Reddit e X, questa dinamica è incontrollabile. Un pixel viene ingrandito, una coincidenza diventa un movente, un volto si trasforma in un sospettato. A differenza del lettore di Agatha Christie, il detective social indaga mentre i fatti sono ancora in divenire. E l’assenza di risposte diventa puro carburante per l’algoritmo: teorie, reaction, thread. Nel 2025, Boling e Slakoff hanno documentato i danni collaterali di questo gioco sulle famiglie delle vittime reali: invasioni della privacy, spettacolarizzazione del dolore, contatti morbosi. Mentre il pubblico si diverte a risolvere il puzzle, le persone vere non possono premere “stop”.
Jeju è la sintesi perfetta di questo cortocircuito: l’isola possiede tutti i crismi del crime contemporaneo (scomparsi, corpi ravvicinati, un paradiso compromesso, poliziotti corrotti…) Il nostro archivio culturale ci spinge a unire i puntini. Un’isola diventa “l’isola”. Ma purtroppo l’attenzione mediatica cala sistematicamente prima che si riesca ad arrivare alla verità sostanziale dei fatti, lasciando intanto sul campo decine di ipotesi e speculazioni.
Il libro della settimana: Il labirinto di seta di Anna Samueli
Venezia, inizio Novecento. Nei saloni di Palazzo Fortuny nascono tessuti, colori e invenzioni destinate a entrare nella storia della moda, mentre una ragazza di sedici anni, muta per scelta e arrivata da Granada con una lettera falsa e una scatola misteriosa, prova a ricostruire se stessa. In Il labirinto di seta Anna Samueli intreccia realtà e finzione attorno alle figure dei due Mariano Fortuny: il padre Marià Fortuny y Marsal, celebre pittore morto prematuramente e presenza ingombrante nella memoria familiare, e il figlio Mariano Fortuny y Madrazo, artista, inventore e alchimista delle stoffe, dalla cui ricerca nascerà il leggendario delphos. Tra Proust, D’Annunzio, Isadora Duncan, Luisa Casati, operaie e impiraresse, Venezia diventa un laboratorio di creatività, identità e bellezza.
A Venezia apre la Casa-Museo Pierre Cardin: 350 abiti fanno rivivere il palazzo (e il mito) dello stilista-architetto che vestì i Beatles e inventò la moda del futuro
Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.
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