Tendenze di Fatto
31 Ottobre 2026
Being fit is the fit: perché il tuo fisico è il tuo look
di Ilaria Mauri

“Working out is modern couture”. Allenarsi è la nuova alta moda. La frase è di Rick Owens e la cosa sorprendente è la data: 2009. In un’intervista di allora lo stilista spiegava che nessun vestito avrebbe potuto farci apparire o sentire bene quanto un corpo in forma. “Compra meno vestiti e vai in palestra”, suggeriva, aggiungendo che l’allenamento era diventato per lui insieme disciplina, liberazione, meditazione e vanità. All’epoca, le parole del re dello stile punk-gothic (che in quella stessa occasione definì proprio la vanità come la sua più grande virtù) furono liquidate come l’ennesima provocazione eccentrica, al punto che il Guardian si chiese apertamente se il designer avesse perso il senno.

Quando l’ho riletta qualche settimana fa in una delle tante card con citazioni in cui capita di imbattersi sui social, mi è rimasta in testa. Poi ho cominciato a guardarmi intorno. Apri Instagram e trovi fotografie scattate sulla panca durante il recupero fra una serie e l’altra, il telefono appoggiato abbastanza in basso da far entrare nell’inquadratura petto, spalle e braccia. Fotografie del bilanciere caricato, dei dischi impilati ai lati, dello schermo dello smartwatch che certifica l’allenamento. Lo specchio dello spogliatoio con la canotta ancora umida. Il pasto del dopo allenamento: uova, pollo, riso, yogurt greco, proteine calcolate con una precisione millimetrica. Le storie la mattina all’alba dalla palestra, quasi a certificare che mentre tu dormi loro sono già lì, “sul pezzo”.

Eccoli questi uomini davanti allo specchio con il telefono all’altezza del viso. Una mano regge il cellulare, l’altra cerca di rendere naturale la posa. Abbastanza studiata per mostrare l’addome senza dare l’impressione di volerlo mostrare. Qualcuno ruota leggermente il busto perché frontalmente si vedono gli addominali, di tre quarti funzionano meglio spalle e braccia. Altri registrano subito dopo l’allenamento, quando il muscolo è ancora gonfio per lo sforzo. C’è chi parte da una normale prova d’abbigliamento: pantaloni scuri, maglietta bianca, scarpe. Poi tende un braccio, apre la schiena, contrae il petto. La frase che accompagna questi video è “Being fit is the fit”. Il gioco di parole in italiano perde qualcosa: fit significa sia essere in forma sia, nel gergo della rete, abbigliamento. Il concetto invece è chiarissimo.

Il fisico è il nuovo abito. Il formato deriva da quei video in cui una tenuta volutamente semplice viene giustificata da qualcos’altro: il sorriso, l’altezza, gli amici. Adesso sono addominali, pettorali, spalle, gambe. Non serve più il capo eccezionale perché l’elemento da guardare è ciò che sta sotto. A quel punto la frase di Rick Owens ha cominciato a sembrarmi molto meno una provocazione, quanto più una premonizione avveratasi. Perché per anni abbiamo usato la moda per raccontare chi eravamo, o almeno chi avremmo voluto essere. La borsa giusta, l’orologio, la scarpa introvabile, la giacca riconoscibile. L’epoca delle grandi influenzatrici ci aveva abituati alle cabine armadio fotografate come appartamenti, con file di borse ordinate per colore e centinaia di scarpe. L’abbondanza era parte dello spettacolo.

Ora una parte di quel desiderio si è spostata. Il vero lusso contemporaneo è diventato il tempo. O meglio, il privilegio di avere tempo da investire su se stessi per plasmare il proprio corpo attraverso un regime di ferro. È un simbolo di status che si presenta come prova del carattere. Ed è probabilmente questa una delle ragioni per cui la nuova cultura della disciplina funziona così bene: ostentare denaro oggi può apparire volgare. Ostentare autocontrollo quasi mai.

Questa nuova “Discipline Culture” ha travolto fasce d’età trasversali. Ci sono i ragazzini delle superiori che vanno in palestra per confrontare la grandezza dei bicipiti (un classico che oggi assume i contorni della dismorfia, ma ci torneremo). E ci sono gli idoli generazionali che stanno amplificando il fenomeno: provate a scorrere il nuovo profilo Instagram di Tony Effe (@tonycocazero), dove il rapper trasteverino non esibisce più la vita sregolata o gli eccessi da trapper, ma mostra estenuanti allenamenti in palestra e prove estreme di resistenza. Per settimane i seguaci gli hanno chiesto perché corresse ogni giorno. Alla fine lo ha raccontato lui: ha spiegato di avere smesso di fumare marijuana e nicotina dopo circa vent’anni di consumo quotidiano e di utilizzare la corsa come risposta al desiderio di ricominciare. “Io corro per non fumare”. Anche icone americane come Wiz Khalifa o Gunna sono passate dalle rime sugli stravizi all’apertura di running club.

Da lì l’allenamento è diventato racconto. Poi ci sono i vestiti. Camicie aderenti sul petto, spesso lasciate aperte un bottone più del necessario. T-shirt bianche, nere o blu, rigorosamente a manica corta, scelte in una misura che accompagni il braccio anziché nasconderlo. Maglie sottili infilate nei pantaloni per far leggere la differenza fra spalle e vita. Canotte con il giromanica molto scavato, camicie portate aperte direttamente sulla pelle. Non occorre nemmeno essere particolarmente interessati alla palestra per accorgersene. Il corpo allenato è entrato nel linguaggio con cui gli uomini rappresentano se stessi.

Su TikTok, il social che detta il tempo del mondo, le coreografie hanno lasciato il posto al trionfo dei “gym bro” che inneggiano, come si diceva poc’anzi, al “Fit is the fit”: una carrellata virale in cui i creator si mostrano con addosso capi basic, banalissimi, per poi sfoggiare corpi scultorei giustificando la scelta del look povero con la frase “Being fit is the fit” (Essere in forma è l’outfit). E allora ecco spuntare ovunque consigli su schede proteiche, pesi sempre più insostenibili e la febbre per competizioni estreme come l’Ironman o l’Hyrox (che non a caso è stato appena acquisito da L Catterton, il fondo di private equity sostenuto dal colosso del lusso LVMH, a riprova che i grandi capitali sanno fiutare dove si sposta il desiderio).

Perché sarebbe un errore liquidare il fenomeno come l’ennesima fissazione della Generazione Z. I giovanissimi certamente guidano una parte della crescita: secondo i dati di ABC Fitness, nel 2026 rappresentano il 46% delle nuove iscrizioni alle palestre. Ma negli studi specializzati la fascia che ha registrato l’aumento maggiore è quella dei 35-44enni, con una crescita del 74% della propria quota fra i nuovi iscritti in un anno. E andando ancora avanti con l’età cambia soprattutto la motivazione.

A sedici anni puoi volere il bicipite più grande dell’amico. A trentacinque vuoi vedere l’addome. A quarantacinque puoi inseguire il fisico che avevi a trenta. Dopo i cinquanta entrano il mantenimento della massa muscolare, la salute metabolica, la paura di perdere forza. Per il 2027 l’American College of Sports Medicine mette i programmi destinati agli anziani al quarto posto fra le principali tendenze mondiali dell’attività fisica e l’allenamento tradizionale con i pesi al quinto. Lo stesso bilanciere può raccontare vanità, salute, paura di invecchiare, socialità, desiderio sessuale. Spesso tutte insieme.

Tutto questo si traduce nella svalutazione più radicale che la moda potesse subire. A cosa serve spendere una fortuna in una giacca sartoriale studiata per darti “le spalle”, se quelle spalle te le sei già costruite in sala pesi? Per decenni la moda ha modificato visivamente il corpo: le spalline degli anni Ottanta, i corsetti, i tagli che disegnavano il torace. Fino agli anni Duemila, quando Hedi Slimane da Dior Homme impose l’estetica dell’Hedi Boy: ragazzi pallidissimi e sottili dentro completi striminziti. Oggi quell’ideale è stato spazzato via. I gym bro non sanno che farsene dei vestiti informi o troppo esili. Chiedono magliette che si fermino esattamente dove inizia il bicipite e pantaloni che assecondino i quadricipiti. Insomma, dopo secoli trascorsi a modificare visivamente il corpo attraverso i vestiti, adesso una parte del pubblico le chiede semplicemente di non coprirlo troppo.

E così, ecco che i volumi oversize stanno arretrando per fare spazio al “Muscle fit”, un’aderenza sartoriale studiata per non insaccare il corpo ma per esaltarne l’architettura. Da Gucci, Demna sta ripescando la sensualità iper-aderente dell’era Tom Ford. Lo stesso Demna ha ammesso che il tradizionale sistema di sviluppo delle taglie (basato su corpi alti e magrissimi) va ripensato, perché “se qualcuno è più basso e più muscoloso, in quegli abiti sembrerà ridicolo”. I dati gli danno ragione: il Vogue Business Spring/Summer 2027 Menswear Size Inclusivity Report certifica che le taglie intermedie maschili in passerella sono raddoppiate (dall’1,2% al 2,3%), e buona parte di questo aumento deriva proprio dall’ingresso di modelli molto muscolosi, gli unici a vestire le “middle size”.

La cosa più interessante arriva però dalle taglie. La moda tradizionalmente costruisce il campione su un corpo molto alto e sottile, per poi ingrandire o ridurre le misure in maniera proporzionale. Demna sta ripensando questo meccanismo proprio perché un uomo più basso e molto muscoloso ha proporzioni completamente differenti. “Se qualcuno è più basso e più muscoloso, sembrerà ridicolo”, ha osservato parlando dei normali sistemi di sviluppo delle taglie. Perfino i dati delle passerelle registrano il fenomeno: il report di Vogue Business sulle collezioni maschili primavera-estate 2027 ha analizzato 2.741 uscite in 64 sfilate tra Milano e Parigi. La presenza di taglie intermedie è passata dall’1,2 al 2,3%. Non è una rivoluzione nell’inclusività: il rapporto precisa che buona parte dell’aumento deriva proprio dall’ingresso in passerella di uomini molto muscolosi. Le taglie grandi restano appena allo 0,2%. È quasi una fotografia perfetta del momento.

L’ossessione, ovviamente, non risparmia il mondo femminile. Dalle morbide Pilates Princess si sta passando rapidamente alle Muscle Mommy. Anche Hailey Bieber ha spostato parte del suo allenamento verso i sovraccarichi e la forza, comparendo con giubbotti zavorrati. Megan Thee Stallion è da poco diventata la nuova ambassador di Gymshark, immortalata mentre solleva pesi veri e allena la muscolatura. Su questo fronte agisce anche un fattore chimico delicatissimo: la diffusione dei farmaci GLP-1 (come Ozempic) che ha riportato in auge corpi estremamente sottili. Ma attenzione, la moda non risponde con i vecchi abiti fascianti (i dati di Heuritech ne certificano il calo). Il corpo viene esibito attraverso maglie sottilissime, cut-out sull’addome, trasparenze e aperture laterali. La quantità di pelle visibile aumenta, il tessuto scompare.

Fin qui, potremmo considerarla una vittoria della salute pubblica. Costruire forza, proteggere le ossa e fare cardio sono obiettivi nobili. Il problema emerge quando la forma fisica diventa un attributo morale. Se sei allenato, sei disciplinato e vincente; se non lo sei, sei pigro e inaffidabile. Questa sovrapposizione colpevolizza chiunque non risponda al canone, ignorando genetica, malattie, maternità, invecchiamento o semplicemente la mancanza di privilegi economici e di tempo.

Ma c’è un risvolto ancora più oscuro, ed è la pressione estetica sugli uomini. Per decenni abbiamo diagnosticato i disturbi dell’immagine corporea guardando solo le ragazze. Oggi una ragazza che dimagrisce troppo ci allarma giustamente, ma un ragazzo che passa tre ore al giorno in palestra a sollevare ghisa riceve solo complimenti. È qui che prolifera la dismorfia muscolare, o bigoressia. Ragazzi che si guardano allo specchio e si vedono sempre troppo piccoli, ricorrendo a diete estreme, isolamento sociale e talvolta steroidi. Uno studio del 2025 pubblicato su Body Image, condotto su oltre 1.500 ragazzi tra Usa e Canada, ha dimostrato un’associazione diretta tra l’esposizione sui social a corpi iper-muscolosi e lo sviluppo di sintomi di dismorfia. E il dato cruciale è che non conta quanto tempo passi sui social, ma cosa guardi.

L’algoritmo non fa che normalizzare l’estremo. Se prima ti confrontavi con il compagno di banco o il bagnino in spiaggia, oggi vedi cento corpi perfetti prima di fare colazione. L’algoritmo ti propone il fisico, poi la dieta, poi gli integratori. L’eccezione, vista mille volte al giorno, diventa la norma. È probabilmente qui che Fit is the fit smette di essere una divertente battuta sui vestiti e diventa qualcosa di molto più interessante: il corpo sta assumendo contemporaneamente il ruolo di abito, curriculum e segnale di status. Deve dire che sei disciplinato, efficiente, sano, desiderabile. Che hai tempo per occuparti di te. Che sai controllarti. Che perfino l’invecchiamento, entro certi limiti, può essere amministrato.

Rick Owens, nel 2009, sosteneva che lavorare sul corpo fosse l’investimento più saggio che non comprare un altro vestito. Diciassette anni dopo, scorrendo i video di ragazzi con una normalissima t-shirt bianca che lascia intravedere mesi di allenamento maniacale, capiamo che aveva ragione. Non gli serve altro. Anche perché la maglietta bianca, se ci stanca o non ci piace più, possiamo sempre buttarla e cambiarla in un attimo. Con il nostro corpo, e con la nostra mente, la faccenda è infinitamente più complessa.


Il libro della settimana – Se sembra impossibile, puoi farlo di Marina Spadafora

A leggerlo così, Se sembra impossibile, puoi farlo rischia di sembrare uno slogan motivazionale. Poi si entra nella vita di Marina Spadafora e il titolo acquista peso. C’è la moda, certo: gli esordi, Los Angeles, Milano, le collaborazioni con Ferragamo, Prada, Miu Miu e Marni. Ma ci sono anche fallimenti, malattia, ripartenze, la maternità desiderata, Audrey Hepburn e Givenchy incontrati quasi per caso, fino alla svolta verso una moda più giusta e responsabile. Spadafora racconta tutto senza costruire una leggenda personale: la sua è una biografia fatta di deviazioni, errori e cambi di direzione. Perché si può cambiare strada molte volte senza perdere il proprio centro.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.

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