Tendenze di Fatto
3 Ottobre 2026
Il nuovo appuntamento è una corsa di gruppo
di Ilaria Mauri

Questa settimana, tra una sfilata e l’altra a Parigi, mi è capitato più volte di restare ferma in auto nel traffico lungo la Senna. Fuori, nell’ora in cui il tramonto addolcisce anche il grigio dei ponti, passavano gruppi di ragazzi che correvano. Avranno avuto tra i venti e i trent’anni. Fin qui, direte voi, nessuna novità. La novità era il numero: non due amici, non la solita coppia in abbigliamento tecnico, ma gruppi da trenta, quaranta persone. Correvan​​o, ridevano, parlavano, si aspettavano. Sembravano felici. Per un attimo ho avuto la tentazione di scendere dall’auto, mollare tutto e seguirli.

Li ho invidiati per una ragione molto semplice: facevano fatica come se fosse una festa. Mi sono ricordata di averli già visti a Milano, in zona parco Sempione, la sera, ma anche a Roma, vicino al Colosseo, a Forte dei Marmi e in Salento. Stessa scena: scarpe tecniche, completi aderenti, orologi connessi, auricolari, borracce, l’applicazione pronta a registrare ogni chilometro. Sono i gruppi di corsa, e dietro questa nuova socialità in movimento c’è un mondo che racconta bene come siano cambiate le abitudini dei più giovani. Una parte dei ventenni non cerca più la socialità dove la cercavamo noi Millennials. Esce meno tardi, beve meno, frequenta meno discoteche, e quando ha nostalgia dell’energia del club la ritrova magari al mattino, nei locali che servono colazioni con musica, caffè filtrati e cappuccini vegetali. Il corpo non è più qualcosa da trascinare fuori dopo mezzanotte, ma da portare ad allenarsi alle sette del mattino o al tramonto, in gruppo, con una disciplina che somiglia a una nuova forma di appartenenza.

La corsa, che per decenni è stata lo sport solitario per eccellenza, si è trasformata in un rito urbano. Il gruppo offre quello che spesso palestra, applicazioni per incontri e aperitivo non riescono più a dare: una comunità senza bisogno di presentarsi troppo. Si arriva, si fa il riscaldamento insieme, poi si corre, si chiacchiera, si fa stretching, magari si prende un caffè o un aperitivo insieme, si torna la settimana dopo. Non serve costruire una versione brillante di sé, scegliere la foto giusta, inventare una battuta, vendersi in poche righe. Basta esserci, tenere il passo, rallentare quando serve, aspettare qualcuno che resta indietro.

Forse è per questo che molti osservatori hanno cominciato a raccontare i gruppi di corsa come una risposta alla stanchezza delle applicazioni per incontri. Non perché si corra solo per trovare un amore, naturalmente. Anzi: proprio perché la promessa è meno diretta, funziona meglio. Lì non ci si seleziona prima, non ci si giudica da un’immagine, non si scorre via una persona con il pollice. Ci si incontra nello stesso luogo, alla stessa ora, con una passione in comune. La conversazione arriva dopo il respiro, non prima. E questa inversione cambia tutto. C’è qualcosa di liberatorio in una conoscenza che nasce senza tavolino, senza luce studiata, senza l’ansia di “piacere” subito. Si corre fianco a fianco, magari senza dirsi quasi niente per i primi chilometri. La testa si svuota dai pensieri, ci si concentra solo sul passo, sul battito e sul momento presente. Poi si commenta il percorso, il freddo, la fatica, la prossima gara, le scarpe nuove, il dolore al ginocchio. Da lì può nascere un’amicizia, un flirt, una compagnia stabile, o soltanto la certezza di avere qualcuno con cui uscire di casa il mercoledì sera. In tempi in cui fare amicizia da adulti è diventato complicato quasi quanto innamorarsi, non è poco.

La portata del fenomeno l’ho capita davvero accompagnando mio padre a ritirare il “pacco gara” per alcune mezze maratone, l’ultima proprio qui a Parigi. Io mi aspettavo la solita umanità da corridori esperti, uomini adulti, fisici asciutti, cronometri interiorizzati. Invece c’erano interi gruppi di ragazzi, moltissime ragazze, compagnie miste, amici venuti insieme, fidanzati, colleghi, comunità nate online e poi finite davanti allo stesso stand a controllare pettorali e gel energetici. La maratona, che un tempo sembrava l’impresa estrema da fare una volta nella vita, è diventata anche un viaggio di gruppo. Si sceglie una città, si corre, si mangia, si torna con una medaglia e con un racconto.

I numeri confermano quello che si vede sui marciapiedi. Per la Maratona di Londra 2026 sono arrivate più di 1,1 milioni di richieste di iscrizione, un record mondiale e quasi il doppio rispetto a due anni prima; per la prima volta la divisione uomini-donne è quasi alla pari e oltre un terzo delle candidature britanniche arriva dalla fascia 18-29 anni. In Inghilterra, nel 2024, i corridori sono aumentati di 349 mila unità rispetto all’anno precedente, con una crescita trainata quasi interamente dalle donne. Intanto le applicazioni per registrare le corse hanno trasformato ogni uscita in un piccolo diario pubblico: distanza, passo, percorso, foto, reazioni degli amici. Non si corre soltanto. Si misura il proprio avanzamento, si traccia il percorso, lo si condivide, lo si rende parte di un’identità.

C’è poi la moda, naturalmente. Perché si inizia sempre con un completo basico comprato a basso costo alla Dechatlon e poi si finisce per spendere anche centinaia di euro in capi tecnici. Hoka, On, Salomon, Nike, Tracksmith, Lululemon, Alo: hanno trasformato la corsa nell’uniforme più riconoscibile del presente. La scarpa non deve solo ammortizzare, deve stare bene con i pantaloncini giusti. Il top tecnico deve reggere il sudore, ma anche la foto del gruppo. Non è vanità, o almeno non solo. È il vecchio principio della moda applicato allo sport: vestirsi per entrare in una parte. Se ti senti una persona che corre, correre diventa più facile. Se il gruppo ti aspetta, restare a letto è più difficile. Se dopo c’è un caffè, una colazione o una foto al tramonto, la fatica trova subito una ricompensa. I marchi lo hanno capito prima di molti sociologi. Lululemon ha reso la corsa femminile più desiderabile, Hoka ha lavorato sull’idea di comfort e prestazione accessibile, Tracksmith ha trasformato il negozio in punto di partenza per corse collettive, Nike e Adidas presidiano da anni le comunità cittadine. Non vendono solo scarpe o pantaloncini. Vendono ritmo, costanza, appartenenza, la sensazione di far parte di qualcosa senza dover per forza eccellere. Anche questo spiega perché i gruppi di corsa piacciano tanto: non promettono il corpo perfetto, promettono un appuntamento. Ti dicono: non sei solo.

Dentro questa corsa collettiva c’è anche un cambio più profondo. I più giovani sono cresciuti tra pandemia, lavoro a distanza, ansia climatica, instabilità economica, solitudine digitale. Hanno imparato presto che essere sempre connessi non significa sentirsi meno soli. La corsa insieme offre una soluzione quasi elementare: un luogo, un orario, una fatica condivisa, un obiettivo misurabile. Non bisogna essere brillanti, seduttivi, divertenti, vincenti. Bisogna solo presentarsi e mettere un piede davanti all’altro.

Per questo i gruppi di corsa sono diventati anche nuovi luoghi di amicizia. Non amicizie dichiarate a parole, ma costruite per ripetizione: ci si vede ogni settimana, si riconoscono le facce, si impara chi parte forte e poi cede, chi incoraggia tutti, chi arriva in ritardo, chi porta sempre qualcuno di nuovo. La costanza crea confidenza. E la confidenza, col tempo, crea legami. È una socialità meno rumorosa di quella notturna, ma forse più resistente: non nasce dall’eccezione della festa, nasce dalla normalità di un’abitudine. Ecco perché li ho guardati con una certa nostalgia, ferma nel traffico parigino mentre correvano lungo la Senna. Non perché correre sia una novità. Ma perché per una generazione che ha sostituito molte liturgie sociali — la discoteca, il primo appuntamento al bar, la comitiva fissa, perfino l’idea stessa di “uscire” — il gruppo di corsa sembra avere preso il posto di un piccolo rito collettivo. Si fatica, si ride, si parla, si indossa una divisa non dichiarata, si torna a casa presto e il giorno dopo si può dire di aver fatto qualcosa per sé.

La nuova notte, forse, comincia alle sei del mattino. O al tramonto, lungo un fiume, quando un gruppo di ragazzi passa correndo accanto alla tua auto ferma e tu, per un secondo, pensi che la vera libertà sia scendere e unirti a loro.


La mostra della settimana – Dalì e la moda

Una scarpa da donna capovolta e trasformata in cappello. Un’aragosta adagiata sulla seta bianca di un abito da sera. Uno smoking disseminato di bicchierini da liquore. Se l’inconscio avesse un guardaroba, parlerebbe la lingua di Salvador Dalí. A Palazzo Reale, Dalí e la Moda ricostruisce il rapporto tra l’artista catalano e il vestire non come semplice dialogo tra arte e abito, ma come laboratorio di identità, desiderio e trasformazione del corpo. In mostra, fino al 31 gennaio 2027, oltre 200 opere tra dipinti, disegni, fotografie, abiti, gioielli, oggetti, filmati e documenti, con prestiti internazionali e la collaborazione della Fundació Gala-Salvador Dalí. La moda, per Dalí, non è mai stata superficie: era maschera, ossessione, teatro mentale, dispositivo per costruire sé stessi prima ancora di apparire agli altri. E questa mostra racconta proprio quanto il surrealismo abbia capito, prima di molti stilisti, che vestirsi significa rendere visibile ciò che resta nascosto.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.

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