Siamo arrivati al paradosso del paradosso: dover dimostrare di essere umani non a un lettore sospettoso o a un editor particolarmente severo, ma alle macchine stesse. A quegli algoritmi addestrati per scovare i propri simili. È una scena che, a guardarla con un minimo di distacco, risulta grottesca, quasi ridicola: noi che scriviamo, le intelligenze artificiali che fagocitano ciò che abbiamo scritto per imparare a imitarci, altri software progettati per smascherarle, e in mezzo noi umani, costretti a camuffarci, a scimmiottare la nostra stessa imperfezione per non sembrare i robot che abbiamo creato.
Vi sarà sicuramente capitato, scorrendo i social quest’estate o passeggiando per le vie di qualche località turistica, di imbattervi in una proliferazione di volantini, locandine di sagre, programmi di festival e post promozionali usciti tutti palesemente dallo stesso stampo. Le grafiche hanno la medesima estetica finto-anticata, i font ricalcano il filone “tradizione locale ma con l’abbonamento a Canva”, e l’impostazione testuale è una sequela di frasi preimpostate: “un viaggio tra sapori, musica e territorio”, “un’esperienza imperdibile”, “un evento che celebra l’identità della comunità”. A volte lo capisci dalla grafica, a volte dalla patina generica che rende l’insieme corretto ma irrimediabilmente asettico e morto.
Poi ci sono i casi in cui la macchina non si limita a suggerire il tono, ma firma proprio il pezzo, senza che nessuno se ne accorga in fase di bozza. È successo a Presicce-Acquarica, nel Sud del Salento, con il festival “I Colori dell’Olio”. Come ha fatto notare Selvaggia Lucarelli rilanciando la gaffe sui social, la brochure ufficiale conteneva una biografia del cantante Raf a dir poco surreale. L’errore di copia-incolla è stato fatale, e il testo stampato conservava intatto l’incipit ossequioso del chatbot: “Certamente, mio signore divino. Ecco una versione leggermente più estesa, curata per offrirle un quadro ancora più completo”. Il festival è finito al centro della conversazione nazionale non per la musica o per la qualità dell’olio, ma per un refuso algoritmico.
Questa scena contiene in sé l’essenza del nostro tempo. L’AI ha preso piede capillarmente: la usiamo per sveltire, riordinare, compilare scalette, abbozzare presentazioni aziendali. Spesso funziona, ma produce una lingua liscia, intercambiabile, che sembra scritta da qualcuno che non ha mai avuto davvero l’urgenza di dire quella cosa. Il problema nuovo, però, non è soltanto l’invasione dei testi generati. Il cortocircuito è che, proprio perché l’AI ha imparato a scrivere in modo pulito, sintatticamente ineccepibile e ordinato, oggi è la scrittura umana a diventare sospetta quando si presenta troppo corretta.
Il Wall Street Journal ha dedicato al fenomeno un’analisi accuratissima, definendolo un “reverse Turing Test”, un test di Turing al contrario. Non sono più le macchine a dover convincere gli umani di essere umane. Siamo noi a dover convincere altri umani, spesso armati di software di rilevamento, di non essere macchine. La copywriter Sarah Suzuki Harvard, trentaduenne di Brooklyn intervistata dal quotidiano, ha confessato di inserire deliberatamente nei suoi post e saggi espressioni gergali, esclamazioni eccessive e formule come “hey yo, for real” per sporcare il testo. “Mi fa schifo farlo, ma è quello che devi fare per sembrare umano“, ha dichiarato. “È come il nuovo maccartismo. È pazzesco. La gente chiede la prova di qualcosa che non può essere provato”.
Sembra una battuta, ma è la realtà. Per secoli abbiamo dato la caccia al refuso con il terrore di fare brutta figura. Abbiamo limato frasi, tolto ripetizioni, soppesato gli avverbi, corretto la sintassi. Il refuso era l’incubo, la prova tangibile della fretta, della distrazione, dell’editing mancato. Oggi le carte si sono ribaltate: in certi contesti, l’errore è diventato una garanzia di presenza biologica. Una svista come certificato di vita. Un inciampo come documento d’identità.
Come riporta sempre il WSJ, molti scrittori e professionisti stanno iniziando a “sporcare” i propri testi appositamente. Garrett Marcy, account coordinator, elimina il trattino lungo (il famigerato “em dash”, ormai considerato il marcatore per eccellenza di ChatGPT), rinuncia alle strutture simmetriche come le liste in tre punti, evita le frasi del tipo “non è solo X, è Y” e lascia correre qualche errore di battitura. Sean Chou, fondatore di startup a Chicago, sostituisce i trattini lunghi con due trattini corti ravvicinati per dare al testo un aspetto artigianale, grezzo. Poiché l’algoritmo non sbaglia mai, l’imperfezione è rimasta l’ultimo baluardo dell’umanità.
Il paradosso si complica ulteriormente perché molti di questi presunti “segnali di AI” sono in realtà normalissimi strumenti della retorica umana. Il trattino lungo non lo ha inventato la Silicon Valley e la chiarezza espositiva non è un reato informatico. Ma quando uno stile viene colonizzato dalle macchine, comincia a sembrare meno nostro, anche se lo possedevamo da secoli. È come se un ladro entrasse in casa, indossasse i tuoi vestiti, e poi qualcuno per strada accusasse te di esserti travestito da lui.
Si sfiora il kafkiano quando a finire nel mirino dell’algoritmo sono gli autori per il “crimine” di avere una voce riconoscibile. Lo scrittore Sean Thomas ha raccontato un episodio quasi comico: ha inserito un suo articolo in un sistema di AI per farlo revisionare e la macchina lo ha accusato di “scrivere deliberatamente nello stile di Sean Thomas”. La cosa era particolarmente toccante perché Sean Thomas era proprio lui. A quel punto la tecnologia che ha imparato a imitarlo si è offerta di generare altri testi “alla Sean Thomas” per semplificargli la vita. L’autore accusato di plagiare se stesso dalla macchina che lo ha clonato.
Nel frattempo, questo clima di sospetto permanente sta travolgendo l’industria editoriale, gettandola in una paranoia senza precedenti. Il caso più clamoroso delle ultime settimane è quello di Jerry Falade, autore nigeriano del romanzo “Call Me, I’ll Hide the Body”. Il suo manoscritto era diventato uno dei titoli più contesi del mercato, spuntando un’offerta di oltre 2 milioni di dollari da Minotaur (imprint di Macmillan US) dopo un’asta al rialzo tra quattordici editori. All’improvviso, l’accordo è saltato e il libro è stato ritirato. La motivazione degli agenti? Hanno dichiarato di non poter più autenticare “come il manoscritto si fosse completamente evoluto dall’origine alla fine“. Falade ha negato l’uso dell’AI per la scrittura, sostenendo di essersene servito solo per la ricerca, ma l’affare è sfumato.
La scelta del verbo è rivelatrice: non “scritto”, ma “evoluto”. I romanzi, una volta, si scrivevano. Adesso evolvono, come organismi opachi all’interno di una filiera produttiva di cui va documentata ogni singola mutazione genetica. Non basta più chiedersi se un romanzo funziona, se ha una voce, se tiene incollato il lettore. Bisogna sapere da dove viene, come è stato prodotto, quanta macchina c’è dentro, quanta delega. Bisogna fornire le prove.
Non è un caso isolato. Nel tritacarne è finito anche “Daggermouth“, romance distopico di H.M. Wolfe nato su BookTok e arrivato a un accordo a sette cifre con Simon & Schuster, dopo che il detector Pangram lo ha etichettato al 60% come “macchina”. L’autrice ha negato con fermezza e l’editore ha fatto quadrato, ma l’ombra è rimasta. Poi c’è “Shy Girl”, horror ritirato da Hachette sotto il peso del medesimo sospetto. L’autrice ha dichiarato di non aver usato personalmente l’AI, scaricando la colpa su una persona coinvolta nell’editing. Ma nel nuovo clima, il danno avviene prima di qualsiasi prova. Basta un thread su Reddit, un detector, un gruppo di lettori che decide che quel testo “suona” generato.
La questione più inquietante è che non abbiamo strumenti davvero affidabili per emettere queste sentenze. I detector sbagliano clamorosamente in entrambe le direzioni. Secondo i ricercatori dell’Università di Reading, il 94% delle risposte interamente generate dall’AI e inserite in cinque moduli di esami universitari di psicologia non solo non è stato individuato dai docenti, ma ha ottenuto voti più alti rispetto ai lavori degli studenti reali. Al contrario, uno studio di Stanford ha dimostrato che i detector segnalano erroneamente come artificiali oltre la metà dei testi scritti da persone non madrelingua inglese, punendo di fatto chi utilizza un vocabolario fisiologicamente più prevedibile. La stessa OpenAI, creatrice di ChatGPT, ha ritirato il proprio classificatore ammettendo un tasso di accuratezza troppo basso.
Siamo in un cul-de-sac: le macchine scrivono testi che noi non riconosciamo come artificiali; altre macchine ci accusano di essere robot; noi, per difenderci, siamo costretti a seminare errori. È una corsa agli armamenti in cui tutti perdono fiducia. Il lettore si trasforma in un detective sospettoso. Lo scrittore si autocensura. L’editore chiede le cronologie delle revisioni come garanzia. Intanto è già nata l’industria opposta: non più strumenti per scoprire l’AI, ma software progettati per battere i detector. Sean Thomas cita “Deft”, una nuova macchina che si vanta di passare i controlli come “fully human” nell’86% dei casi. Thomas l’ha provata e ha trovato il risultato pessimo: prosa goffa, sovraccarica, piena di aggettivi. E qui arriva il pensiero disturbante: e se fosse proprio quello il trucco? Se per passare come umana la macchina avesse semplicemente imparato a scrivere male? Se così fosse, i detector non misurerebbero l’umanità, ma l’imprecisione. Il difetto. La frase troppo lunga. La punteggiatura storta. In altre parole: tutto ciò che per anni abbiamo cercato di limare ed espungere dalle nostre pagine, oggi potrebbe diventare il nostro estremo vantaggio competitivo.
E mentre gli scrittori cercano affannosamente di non sembrare macchine, le istituzioni che dovrebbero difendere la scrittura arretrano. La notizia della settimana arriva dall’Università di Harvard, dove la chiusura — o meglio, lo smantellamento come struttura autonoma e l’accorpamento all’Academic Resource Center — del suo storico Writing Center ha provocato proteste di studenti, docenti ed ex tutor. La direttrice Jane Rosenzweig è stata licenziata. Non era una semplice dirigente amministrativa, ma era diventata la figura simbolica della difesa della scrittura nell’era dell’algoritmo. Aveva ribadito che “gli studenti non sono prodotti da far scorrere su una catena di montaggio senza attrito” e che il pensare e lo scrivere “non sono un problema da risolvere”.
Harvard respinge la lettura drastica e parla di problema terminologico, ma il messaggio simbolico resta devastante, soprattutto se si considera un sondaggio interno (rilanciato da The Atlantic) che rivela come lo studente medio usi l’AI per completare oltre il 34% dei compiti, con un 10% che vi delega dal 70 al 100% del lavoro. Gli studenti appaltano il pensiero alle macchine, i centri di scrittura chiudono, i detector non funzionano e le case editrici tremano. Chi resta a difendere la frase? Non la bella scrittura come vuoto ornamento, ma la scrittura come fatica, come innesco e metodo del pensiero. Perché scrivere non è mettere in fila concetti preesistenti, ma capire cosa si pensa esattamente mentre si cerca di dirlo. L’intelligenza artificiale infatti non inventa nel senso umano del termine. Rielabora, modella pattern, calcola probabilità statistiche basate sull’oceano di testi su cui è stata addestrata. Non ha memoria vissuta, non ha imbarazzo, non ha ambizione letteraria, non ha mai cestinato un incipit dopo tre ore di vuoto pneumatico perché suonava banale. E quando sbaglia, lo fa in modo diverso da noi: non inciampa, inventa di sana pianta. Le chiamiamo allucinazioni, ma il termine è quasi troppo poetico per ammettere che una macchina può partorire una fonte inesistente con la stessa sicumera con cui enuncia un fatto storico.
Ne sa qualcosa Matt Goodwin, candidato del partito britannico Reform UK e autore del saggio “Suicide of a Nation”. Alcuni lettori hanno controllato le note a piè di pagina del suo libro, scoprendo citazioni di Cicerone, Friedrich Hayek e Roger Scruton letteralmente impossibili da rintracciare, oltre a studi inesistenti. In alcune note, dimenticate nel copia-incolla, compariva persino il tag “utm_source=chatgpt.com”. Goodwin non ha negato l’uso dello strumento, sostenendo di non vederci nulla di male per l’estrazione dei dataset, ma internet non perdona e lo ha subito ribattezzato “MattGPT”.
Il punto non è demonizzare la tecnologia con un approccio luddista. L’AI è uno strumento utilissimo per superare il panico da pagina bianca, per tradurre, per schematizzare. Il problema nasce quando la delega si trasforma in sostituzione. Quando la scrittura viene percepita come un fastidioso attrito da piallare per consegnare un prodotto. L’AI sa imitare il passo medio di un testo alla perfezione, ma crolla di fronte al dettaglio specifico, alla frizione ruvida con la realtà. Sa scrivere “un’estate sospesa tra memoria e desiderio”, ma non saprà mai restituire la sensazione della sedia di plastica appiccicosa di una sagra di paese, il caldo umido sulla pelle.
Provate a immaginare “Anna Karenina” scritta oggi dall’AI. L’incipit non sarebbe quel colpo di genio folgorante, ma probabilmente suonerebbe così: “Ogni famiglia vive la felicità e il dolore in modi diversi, ma alcune crisi rivelano più di altre la complessità dei legami umani”. Corretta, educata, inerte. E “I Promessi Sposi”? “In un paesaggio lombardo del Seicento, due giovani innamorati si trovano ad affrontare ostacoli sociali, religiosi e politici che metteranno alla prova la loro fede e il loro coraggio”. La sintesi perfetta per la quarta di copertina di un bignami sciatto. O ancora, “A Silvia”: “Il poeta riflette con malinconia sulla giovinezza perduta e sulle illusioni infrante, rivolgendosi a una figura femminile simbolica”. Tutto ineccepibile. Tutto drammaticamente sbagliato. La letteratura non è il riassunto intelligente della letteratura, così come la vita non è il riassunto dei nostri battiti cardiaci.
Tutto questo ci porta inevitabilmente a una riflessione finale su ciò che stiamo per perdere. Un tempo, l’immagine stessa dello scrittore era legata a doppio filo a una fisicità tormentata, a un attrito reale con la materia. C‘era l’idea del foglio appallottolato, dell’inchiostro, del cestino della carta straccia che si riempiva dopo ore di tentativi a vuoto. C’era la rilettura ossessiva, la penna che calcava la carta per cancellare una parola stonata, la frustrazione del limite umano. Oggi, un libro intero, grammaticalmente impeccabile, ben strutturato e formalmente inattaccabile, può essere pronto in una manciata di minuti, scivolando fluido da un prompt a un file Word senza versare una singola goccia di sudore emotivo. E allora, in un mondo in cui la perfezione sintattica è a portata di clic, gratuita e istantanea, che ne sarà del famoso “romanzo nel cassetto”? Che fine farà quell’idea custodita per anni, quel sogno faticoso, quel mito intimo e caparbio di pubblicare il proprio scritto, se lo sforzo della creazione viene bypassato dalla velocità di esecuzione?
Forse il futuro prossimo è già qui: un ecosistema di testi perfetti che non dicono niente, testi imperfetti che elemosinano umanità, testi difesi nei tribunali letterari con screenshot e ricevute delle revisioni. Un tempo cercavamo di scrivere meglio per affrancarci dalla mediocrità e dimostrare di essere bravi, padroni della lingua e del pensiero. Ora rischiamo di dover scrivere peggio per dimostrare, disperatamente, di essere vivi.
Bonus track: il decalogo dei trend di quest’estate
A fine agosto l’estate non è mai davvero finita sul calendario, ma nella nostra testa sì. Settembre è il vero capodanno laico: si rientra, si cambia agenda e si finge di avere un piano. E allora, guardiamoci indietro, e chiediamoci: cosa resterà (almeno sui feed social) di questa estate 2026?
1. Coolcation – Non cercavamo l’abbronzatura, cercavamo l’ossigeno. Il fresco è diventato la nuova categoria aspirazionale del turismo. Addio lidi roventi, benvenuti laghi, montagne e coste del Nord Europa. Non è uno snobismo passeggero, ma pragmatismo climatico: come segnalato dal Travel & Sustainability Report 2026 di Booking.com, il 74% dei viaggiatori sceglie ormai la meta incrociando i dati delle previsioni meteo. La vera evasione, oggi, è andare dove si riesce a respirare.
2. Staycation e micro-fughe – Il grande viaggio, quello da pianificare per mesi, ha ceduto il passo a weekend lunghi e gite di prossimità. La “staycation” (la vacanza a chilometro zero) e le micro-fughe di pochi giorni sono state la formula per aggirare il caro-prezzi e la voglia di vedere tanti posti diversi. Mete vicine, ferie spezzate, weekend lunghi: fare meno, ma alla fine vedere di più.
3. Manifesting – Il desiderio è diventato una procedura, persino nei sentimenti. Non si spera più nel caso, ma si “visualizza”. L’ambasciatrice di questo trend è stata Dua Lipa, fresca sposa di Callum Turner. Dopo vari disastri romantici, la popstar ha inoltrato la sua richiesta all’Universo con la hit “Training Season”: basta allenare ragazzini immaturi, cercasi uomo fatto e finito. Ha trasformato la canzone nel suo mantra di attrazione mentale e ha centrato l’obiettivo, diventando l’esempio che volere è potere.
4. Il ventaglio – In questa lunga estate caldissima — per dirla con Max Pezzali — a cercare salvezza nel più antico dei climatizzatori portatili: il ventaglio. Proprio lui, il caro vecchio ventaglio della nonna è tornato in servizio. Piccolo, pieghevole, analogico, entra in borsa ed è sempre pronto all’uso. Nelle code, sui treni o nelle piazze alle dieci di sera, si è rivelato utilissimo. Alla fine, dopo millenni di progresso, il gesto più efficace resta lo stesso: aprirlo, muovere il polso e sperare che l’anticiclone se ne vada presto.
5. Bedazzling mania – Tutto è iniziato con la torta per i 29 anni di Kylie Jenner, interamente ricoperta di cristalli e pietre commestibili. Da lì, la febbre del “bedazzling” è sfuggita di mano. Abbiamo visto gemme, strass e perline incollati letteralmente ovunque: lipgloss, scarpe, bicchieri, cover, maschere per il viso; proprio come si faceva da bambini.
6. L’Odissea e il ritorno del mito – Il film “The Odyssey” di Christopher Nolan ha sbancato al botteghino e ha innescato un effetto a catena, portando a un boom per le vendite dell’opera omerica. Ulisse, Penelope e le sirene funzionano ancora benissimo e hanno “rispolverato” la memoria rendendo attraenti le ore di epica sui banchi di scuola
7. L’Hugo Spritz – In principio ci fu l’Aperol, quindi tutti esperti di gin per il gin tonic e ora ecco che l’Hugo ha conquistato i dehors con il suo mix di sambuco, menta, lime e prosecco.
8. Jelly shoes e le scarpe senza suola – La nostalgia anni Novanta ci ha restituito i sandali in plastica trasparente, ma l’estremizzazione del concetto è arrivata dal lusso. Nella Cruise 2027 di Chanel, Matthieu Blazy ha mandato in passerella scarpe prive di suola: tallone coperto, laccetti, pianta del piede nuda. Una follia destinata a restare in passerella, finché Margaret Qualley non ha avuto l’ardire di indossarle veramente su un red carpet, trasformando l’idea più impraticabile in una tendenza.
9. Stelle, eclissi e l’ossessione per l’astronomia – L’eclissi del 12 agosto ha riacceso lo sguardo verso il cielo, mescolando astronomia e astrologia e sdoganando l’ossessione per eventi celesti, oroscopi e tutorial per osservare il Sole in sicurezza. La fascinazione è arrivata al punto che a Barcellona il café Otsu ha spopolato stampando le carte dei tarocchi sui suoi gelati-biscotto.
10. Skilliday – Il riposo passivo ha ceduto il passo all’apprendimento. La vacanza è diventata il pretesto per imparare: ceramica, lingua straniera, fotografia, vela. LO ha fatto il 48% degli europei, trainati dalla Gen Z: è l’iperattività contemporanea applicata al tempo libero: mi fermo, ma intanto mi ottimizzo.
Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro
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