Una volta nei ritiri di yoga in India ci andavano gli alternativi, i seguaci della New Age, le rockstar in cerca di una disciplina spirituale prima ancora che fisica. L’immagine originaria, almeno per l’Occidente pop, resta quella dei Beatles a Rishikesh nel 1968, nell’ashram di Maharishi Mahesh Yogi, insieme a Mia Farrow, Donovan e Mike Love dei Beach Boys: un pezzo di cultura di massa che prova a disintossicarsi da sé stessa sulle rive del Gange. In quella stessa stagione, la meditazione trascendentale diventava linguaggio da celebrità, materia da reportage, promessa di pace per chi aveva già tutto e non sapeva più bene cosa farsene. Anche Mick Jagger, più tardi, sarebbe diventato una specie di icona involontaria della rockstar che invecchia allenandosi con yoga, pilates e routine fisiche molto meno scomposte della sua immagine pubblica. A quei tempi ritirarsi dal mondo per respirare e meditare sembrava un’avventura riservata a rockstar in cerca di redenzione, eredi della Beat Generation o viaggiatori disposti ad affrontare vagoni polverosi per il gusto di un’illuminazione orientale.
Poi, nel 2010, Julia Roberts ha attraversato l’Italia a suon di carboidrati, ha pregato in India e si è innamorata a Bali in Mangia prega ama, trasformando la ricerca interiore in una formidabile intuizione di mercato. Da quel momento il ritiro spirituale si è trasformato in un canone turistico preciso: allontanarsi dalla routine quotidiana non tanto per trovare se stessi, quanto per farsi togliere la fatica di dover scegliere. Qualcuno stabilisce a che ora ci si alza, cosa si mangia, quando si cammina, per quanti minuti si deve stare in silenzio e a che ora bisogna spegnere la luce.
Durante le giornate dense e caotiche di questa Milano Fashion Week — tra corse da una sfilata all’altra, articoli da scrivere, eventi sovrapposti, la discussa cena di gala istituzionale con Giorgia Meloni e notifiche che continuavano ad accumularsi via mail e in chat— mi è capitato di ascoltare la stessa identica frase decine di volte: “Finita questa settimana vado a rinchiudermi in un eremo“, “Ho bisogno di un detox totale per sopravvivere all’autunno”, “Voglio andare anche io in un retreat”, “Le vacanze estive sono evaporate in tre giorni, mi servirebbe un posto dove nessuno possa parlarmi”. A forza di sentirlo ripetere, l’idea ha iniziato a sembrare seducente anche a me. Il fascino non risiede tanto nel fascino del resort o nella tisana depurativa, ma nella promessa di un luogo che stabilisca una regola: qui il telefono resta spento, le urgenze non esistono e un’ora vuota non deve essere per forza convertita in un’attività produttiva. Il retreat vende infatti una cosa che teoricamente non dovrebbe costare: tempo vuoto. Un’ora senza notifiche, una mattina senza telefono, non dover pensare a come vestirsi, niente agenda da organizzare, impegni da incastrare… Insomma, un fine settimana di vuoto assoluto, senza dover trasformare i momenti liberi in recupero arretrati, commissioni, serie tv lasciate a metà, messaggi a cui rispondere, lavatrici, calendari, liste. La noia è diventata così rara che abbiamo iniziato a comprarla. Prenotandola con largo anticipo, bonifico e programma allegato.
Il mercato ha capito prima di noi che non stavamo cercando soltanto vacanze più belle, ma vacanze più rilassanti. Protette da noi stessi, soprattutto. Perché ormai anche la vacanza è diventata prestazione: andiamo in una città per correrci la maratona, partiamo per seguire un corso di ceramica, fotografiamo, controlliamo, ottimizziamo. Il digital detox nasce da qui, non da un improvviso odio per la tecnologia. Nasce dal fatto che non riusciamo più a sottrarci ai nostri stessi gesti automatici. Il telefono resta la prima cosa che tocchiamo al mattino e l’ultima che abbandoniamo la sera; ma paghiamo poi qualcuno che ce lo tolga per un giorno e gliene siamo pure grati.
Nel giro di pochi anni questo bisogno primario di sottrazione è diventato un’industria globale da miliardi di euro, capace di frammentarsi in decine di categorie differenti; ma con un obiettivo comune. Si arriva stanchi, gonfi, insonni, stressati, convinti di avere bisogno di una ripartenza più radicale di un weekend alle terme. A volte si digiuna, a volte si mastica lentamente, a volte si beve brodo, a volte si fa yoga, a volte si viene misurati. Sempre più spesso si parte con un vocabolario clinico in valigia: metabolismo, infiammazione, healthspan, microbioma, recupero, resilienza. Nel settore dell’ospitalità d’alta gamma, il prelievo ematico ha preso il posto del classico calice di champagne. I nomi sono ormai un atlante parallelo del lusso curativo: Lanserhof tra Austria e Germania, SHA Wellness Clinic tra Spagna e Messico, Clinique La Prairie a Montreux, Ananda in the Himalayas, MAYRLIFE sul lago Altaussee, Villa Eden a Merano o la Lucia Magnani Healthclinic a Castrocaro. Al Santa Monica Proper di Los Angeles, grazie all’accordo con la piattaforma tecnologica Hundred Health, gli ospiti si sottopongono a uno screening di oltre 160 biomarcatori prima ancora di disfare i bagagli, costruendo il soggiorno sui parametri della propria età biologica.

I prezzi confermano da dove è partita la tendenza: al Grand Resort Bad Ragaz, in Svizzera, il programma dedicato al microbioma si inserisce in una struttura dove le penthouse possono arrivare a 11mila dollari a notte. Nei soggiorni medicali e longevity più esclusivi si entra facilmente nell’ordine delle migliaia, quando non delle decine di migliaia di euro. Non sorprende che SHA Wellness Clinic, uno dei centri più citati nel circuito celebrity, abbia avuto tra gli ospiti nomi come Barbra Streisand, Donna Karan, Naomi Campbell, Kylie Minogue e Monica Bellucci.
Il retreat, però, non è rimasto confinato ai ricchi che possono pagare per non decidere cosa mangiare. La sua forza sta nel fatto che si è adattato a formati molto diversi. In Cina, per esempio, nelle grandi metropoli cinesi come Shenzhen, Shenyang o Chengdu, i complessi termali aperti 24 ore su 24 — i cosiddetti xiyu zhongxin, eredi moderni degli antichi bagni pubblici comunitari — sono diventati la valvola di sfogo per milioni di lavoratori urbani. Al Tang Yue di Chengdu basta un pass da 99 yuan (circa 13 euro) per avere accesso a undici piani di vasche calde, saune, buffet, sale cinema e capsule silenziose dove passare la notte, offrendo a chi lavora dieci ore al giorno un rifugio accessibile in cui riprendere fiato prima del lunedì. A Shenyang, durante le festività del Capodanno lunare 2025, le ricerche per “Shenyang bathhouse” su Meituan sono aumentate del 166%.
Forse la declinazione più rivelatrice di questa ossessione collettiva è rappresentata dai reading retreat. Ebbene sì. Si paga per leggere. Cioè per fare una cosa che, in teoria, potremmo fare gratis. Solo che a casa, appena abbiamo un’ora libera, quel tempo si smaterializza: telefono, mail, commissioni, notifiche, sensi di colpa, pezzi di vita domestica. Emma Donaldson, fondatrice di Boutique Book Breaks nel Regno Unito, ha costruito weekend in cui gli ospiti vengono “lasciati soli a leggere, senza faccende domestiche”. Il pubblico, secondo Euronews, è soprattutto femminile, tra i 30 e i 50 anni: donne che cercano tempo per sé senza interruzioni. Chi organizza questi soggiorni insiste su un equilibrio preciso: ore libere per leggere, pasti già pronti, conversazioni sui libri, qualche attività, nessuna pressione. Megan Christopher, fondatrice di Ladies Who Lit, lo ha spiegato in modo molto concreto: molte vogliono l’occasione di non prendere decisioni per qualche giorno, non pensare a cosa cucinare, ai figli, alla casa, agli impegni degli altri. Non è solo amore per la lettura. È il lusso di non essere il centro operativo della vita di qualcun altro.
Accanto all’isolamento individuale sta prendendo piede anche il fenomeno del social wellness: spazi urbani come Remedy Place negli Stati Uniti propongono il recupero fisico come una nuova forma di ritrovo collettivo: vasche di ghiaccio condivise, saune a infrarossi e percorsi di respirazione guidata diventano alternative comunitarie ai soliti rituali dell’aperitivo o della vita notturna, intercettando il desiderio diffuso di stare insieme senza dover consumare alcol o alzare la voce sopra la musica di un locale.
Poi c’è il sonno, diventato destinazione. Lo chiamano sleep tourism e gli hotel lo stanno prendendo molto sul serio: tende oscuranti, menù dei cuscini, camere insonorizzate, smart bed, rituali serali, trattamenti, luci studiate per il ritmo circadiano. Grand View Research stimava il mercato globale dello sleep tourism a 74,5 miliardi di dollari nel 2024, con una previsione di 92,9 miliardi nel 2026; Condé Nast Traveller racconta un’offerta che va dai pillow menu ai programmi con sleep expert e letti pensati per riallineare i cicli del riposo. Perché mica ci si accontenta di dormire meglio per una notte, si vuole vivere meglio più a lungo. McKinsey rileva che sei persone su dieci considerano oggi l’invecchiamento in salute una priorità assoluta, alimentando un turismo del benessere che il Global Wellness Institute valuta all’interno di un’economia globale da 9,8 trilioni di dollari entro il 2029.
Dentro questi numeri ci sono anche molte promesse da maneggiare con cautela. Come hanno fatto notare ricercatori come Ari Lightman della Carnegie Mellon University e specialisti come il geriatra Kamal Wagle, le evidenze cliniche che collegano un soggiorno di pochi giorni a un effettivo allungamento della vita restano modeste; il vero valore risiede nell’acquisire abitudini più sostenibili su sonno, movimento e alimentazione da mantenere una volta tornati a casa. La parte meno convincente del fenomeno è poi come anche tutto questo diventi una “prestazione”. Si parte per “staccare”, ma poi si misura il sonno. Si va a camminare, ma per migliorare il metabolismo. Si mangia meno, ma per sgonfiarsi. Si fa silenzio, ma per regolare il sistema nervoso. La promessa di fermarsi rischia di diventare un altro modo per lavorare su di sé, con più candele e meno Excel.
Il cinema e le piattaforme lo hanno capito bene. Nine Perfect Strangers, con Nicole Kidman a capo di un resort wellness dove gli ospiti arrivano per guarire da qualcosa, ha usato il retreat come scenario ideale: persone vulnerabili, luogo isolato, promessa di trasformazione, controllo ceduto a qualcun altro. Persino un gigante dello streaming come Prime Video ha preso a prestito questo vocabolario, chiamando Obsessed Retreat: Class of ’26 la due giorni organizzata sulle Alpi bavaresi per presentare le proprie novità ai giovani adulti, trasformando il concetto di ritiro in un vero e proprio format di appartenenza e condivisione.
In questo senso il retreat non è solo una fuga dalla città, dal lavoro o dalla famiglia. È una risposta commerciale a un problema di organizzazione della vita. Abbiamo giornate in cui anche il tempo libero viene occupato da micro-doveri, micro-piaceri, micro-distrazioni. Appena compare un vuoto, lo riempiamo. Appena potremmo annoiarci, apriamo qualcosa. Appena potremmo stare zitti, ascoltiamo un podcast. Il retreat rimette un perimetro intorno al tempo e lo rende difendibile: in quelle ore non siamo assenti, siamo “in ritiro”. Non stiamo facendo nulla, stiamo facendo wellness.
Per questo l’idea piace anche a chi non ha mai meditato e non sa distinguere un chakra da una cervicale. Piace perché mette ordine in un bisogno semplice. Non vogliamo tutti diventare più longevi, più centrati, più puri o più performanti. Molti vorrebbero solo dormire senza svegliarsi già stanchi, leggere venti pagine senza controllare il telefono, mangiare senza interruzioni, camminare senza registrare i passi, stare in silenzio senza sentirsi strani.
Che poi questa esigenza venga trasformata in pacchetti, camere, protocolli e day pass è il destino di ogni desiderio contemporaneo appena diventa leggibile dal mercato. Il retreat non inventa la stanchezza: le dà un nome, una forma, un prezzo. E forse funziona proprio per questo. Perché fermarsi, ormai, non ci sembra più una cosa che possiamo concederci da soli. Deve arrivare qualcuno a organizzarcela, vendercela, certificarcela. Solo allora riusciamo a prenderci sul serio mentre facciamo la cosa più difficile: assolutamente niente.
Il libro della settimana: Giorgio secondo Armani
Visto che siamo nella settimana della moda milanese, il libro non può che essere Giorgio secondo Armani. La vita oltre il successo, la nuova biografia autorizzata firmata da Roberta Filippini. “Quello che mi dispiace molto è di non aver creato una famiglia con tanti figli miei”: basta questa confessione per capire il taglio del volume, nato da un lungo dialogo tra Armani e la giornalista-amica, chiamata da lui nel 2014 per un’autobiografia poi rimasta nel cassetto. Ne esce il Giorgio più riconoscibile e meno schermato: puntiglioso, controllato, ma capace di consegnare ricordi privati, infanzia piacentina, cinema, Pantelleria, Richard Gere e la giacca di American Gigolò. Un libro corposo, con un ricco apparato fotografico, da leggere per entrare nella misura di Armani, più che nel suo mito.
Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.
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