Tendenze di Fatto
25 Luglio 2026
Sono in ferie ma dimmi
di Ilaria Mauri

Siete sdraiati sul lettino. Siete arrivati a questo esatto momento dopo aver preparato meticolosamente la borsa del mare a casa, aver fatto il tragitto in auto, cercato un parcheggio introvabile sotto il sole a picco, e camminato sulla sabbia rovente fino all’ombrellone. Vi siete appena sistemati, avete aperto il libro, il respiro finalmente rallenta. Ed ecco che il telefono si illumina.

Oppure siete in montagna. State camminando in salita, cercando di salvare il fiato e di godervi il panorama, con gli occhi che scrutano l’orizzonte per individuare il rifugio dove vi aspetta il meritato pasto ristoratore. Quassù il telefono non prende mai. Mai. Ma proprio in questo esatto momento, per un sadico allineamento di satelliti, ci sono tutte le tacche del 5G. Drrrinn.

In entrambi i casi, che abbiate i piedi nell’acqua o gli scarponi impolverati, la risposta che date scivolando sul display è sempre la stessa: “Sì, sono in ferie, ma dimmi”.

È diventata la formula dell’estate. La scriviamo su WhatsApp, la diciamo al telefono, la infiliamo nelle mail automatiche quasi a scusarci per il fatto di essere, semplicemente, in vacanza. È finita anche nei reel, tanto da essere diventata un trend sui social: panorami meravigliosi, mare perfetto, tramonto alpino, e sopra la scritta “sono in ferie ma dimmi”. Si ride perché ci riconosciamo. Ma il punto è proprio questo: ci riconosciamo troppo.

Sfido chiunque a non esserci passato almeno una volta. Perché avete avuto la pessima idea di prendere ferie infrasettimanali, lontano dai ponti comandati. Perché vi siete attaccati un lunedì al weekend invece del venerdì canonico. Perché siete partiti a luglio mentre gli altri lavorano, o perché ad agosto resterete in città e dunque, nella mente collettiva, “tanto adesso puoi rispondere”. L’Italia è una Repubblica fondata sulla chiusura di Ferragosto: cascasse il mondo, nella settimana centrale di agosto — meglio ancora nelle due — si ferma tutto. Ma provate a sparire il 21 luglio o il 9 settembre. Diventate automaticamente rintracciabili, consultabili, disturbabili. Pensavate di potervela godere, convinti di essere passati inosservati, e invece eccoli qui a funestarvi.

Quella frase non è più solo una risposta eccezionale a un’emergenza. È un riflesso condizionato. Ma il fenomeno ha smesso di essere solo un meme per diventare un vero e proprio caso di studio clinico e statistico. I dati parlano chiaro. Secondo l’ultimo Workforce Confidence Index di LinkedIn, nel 2026 il 44 per cento degli italiani controlla ancora email, chiamate o messaggi di lavoro durante le ferie. Nello stesso rapporto, il 67 per cento degli italiani dice di “lavorare per vivere” e non il contrario, percentuale che sale al 75 per cento tra la Gen Z e al 74 per cento tra i Millennials. Il paradosso è tutto qui: diciamo di voler vivere, ma continuiamo a rispondere. Anche in vacanza. Anche sotto l’ombrellone. Anche mentre dovremmo solo cercare di capire se quel rumore è il mare o l’ennesimo messaggio su Teams.

Una ricerca diffusa da CamperDays rincara la dose: quasi sette italiani su dieci soffrono di out of office anxiety, l’ansia di essere lontani dal lavoro, e solo il 32% dichiara di riuscire davvero a staccare. Secondo lo studio, il 68 per cento degli italiani fatica a staccare davvero dal lavoro e sente il bisogno di controllare email e messaggi persi durante le giornate offline. Negli Stati Uniti va persino peggio. Guardando oltreoceano, il report di MyPerfectResume conferma che l’82% dei lavoratori americani lavora in ferie, il 90% controlla le mail e il 70% risponde ai clienti. Il dato più tragicomico è che il 42 per cento dichiara di aver preso giorni di ferie apposta per lavorare. A quel punto non sono ferie: sono lavoro con una diversa scenografia.

C’è anche il lato economico, naturalmente. Sempre LinkedIn fotografa un’estate più prudente: il 40 per cento dei lavoratori italiani prevede di ridurre il budget vacanze, contro il 30 per cento di due anni fa; tra i Millennials la quota sale al 43 per cento, tra le donne al 46 per cento. Le ferie, insomma, costano di più e durano psicologicamente meno: le paghiamo, le organizziamo, le aspettiamo, ma poi ci portiamo dietro il lavoro come un secondo bagaglio a mano.

Il problema, però, non è solo che il capo ci chiama. Sarebbe quasi rassicurante: basterebbe spegnere, mettere un out of office più feroce, stabilire una regola. Il problema è che spesso siamo noi a non riuscire a smettere. Il rapporto Censis-Eudaimon 2026 dice che quasi un lavoratore italiano su due, il 45,8 per cento, prova ansia e disagio per email e messaggi fuori orario; il 43,9 per cento evita le comunicazioni fuori dall’orario di lavoro, mentre tra i giovani cresce la richiesta di diritto alla disconnessione.

La psicologia del lavoro lo chiama psychological detachment from work: non basta non essere fisicamente in ufficio, bisogna riuscire a interrompere il coinvolgimento mentale con il lavoro. La psicologa Sabine Sonnentag studia da anni questo meccanismo: il distacco psicologico è una delle condizioni del recupero, mentre la difficoltà a staccare è collegata a stress, affaticamento, burnout e minore benessere. In altre parole: il problema non è la mail in sé. È il fatto che quella mail continua a tenere il cervello in ufficio mentre il corpo finge di essere in vacanza. Il punto centrale non è la mail in sé. Il problema è riuscire a “staccare” davvero: continuare a pensare a una riunione, pianificare la settimana successiva o aggiornare la posta impedisce il recupero psicofisico necessario per abbattere i livelli di stress.

Perché è così difficile? Perché subentrano meccanismi psicologici subdoli. Il primo è la work centrality. Per molti di noi, il lavoro non è un mezzo per pagare il mutuo, ma il pilastro su cui si fonda la nostra identità. Se il lavoro definisce chi siamo, smettere di pensarci significa, in qualche modo, smettere di esistere. Il secondo meccanismo, ancora più insidioso, è la Performance-Based Self-Esteem (PBSE). Come suggeriscono gli studi di L. Hallsten, tendiamo a misurare il nostro valore personale in base alle nostre prestazioni. “Valgo perché produco“. In quest’ottica, non essere reperibili innesca un senso di colpa profondo. Non a caso, il report di LinkedIn ci dice che il 16% degli italiani si sente in colpa quando non lavora (percentuale che sale al 19% tra le donne). Rispondiamo dal lettino non perché l’azienda crollerebbe senza di noi, ma per rassicurare noi stessi: siamo ancora utili, siamo ancora indispensabili. Non si tratta necessariamente di workaholism – che è una vera e propria compulsione clinica a lavorare per abbassare l’ansia – ma di una difficoltà sociale a separare chi siamo da cosa facciamo per pagare il mutuo.

A peggiorare le cose c’è l’ambiente in cui viviamo. Il filosofo Byung-Chul Han ci aveva avvertiti: viviamo nella società della prestazione, in cui ci autosfruttiamo illudendoci di realizzarci. Le aziende iniziano a porsi il problema: secondo il rapporto Eudaimon-Censis 2026, il 46% dei lavoratori italiani prova ansia per i messaggi fuori orario, portando al centro del dibattito il sacrosanto “diritto alla disconnessione”. La colpa è anche di noi stessi, trasformati in uffici stampa della nostra vita. Andiamo in ferie ma sentiamo il bisogno di produrre contenuti, documentare, postare. La vacanza diventa un’estensione del personal branding. Il riposo non pubblicato sembra un riposo sprecato. Il che rende ancora più assurdo il tutto: passiamo i primi due giorni a smaltire il lavoro, i successivi a rispondere a chi ci ricorda che il lavoro esiste ancora mentre ostentiamo iperattività vacanziera sui social e gli ultimi a pensare al rientro. A quel punto non abbiamo fatto una vacanza. Abbiamo solo spostato l’ansia in un posto più fotogenico.

Eppure, il vento sta cambiando, spinto da una frattura generazionale. Il 67% degli italiani oggi afferma di “lavorare per vivere” e non il contrario. Ma se tra i Baby Boomer la quota di chi controlla le mail in ferie arriva al 60%, tra la Generazione Z precipita al 27%. I più giovani stanno ridefinendo i criteri del successo, rifiutandosi di fondare il proprio valore esclusivamente sulla produttività. E fanno bene. Perché la verità, cruda e fattuale, è una sola: non conosco nessuno – e se voi lo siete o conoscete qualcuno vi prego di scrivermelo – che sia mai stato promosso, premiato o abbia ricevuto un bonus a fine anno per aver risposto a una mail di lavoro da sotto l’ombrellone. Nessuno.

Separare lavoro e vacanza non è un capriccio, è una necessità fisiologica. Il nostro corpo, se privato del riposo, prima o poi presenta il conto. Il vero lusso di quest’estate non è la meta che avete scelto, né la foto che pubblicherete. È la capacità di riappropriarvi del vostro tempo, cambiando finalmente il copione. La prossima volta che il telefono suonerà mentre state guardando il mare o cercando quel rifugio, provate a non rispondere. O, se proprio dovete, limitatevi a dire: “Sono in ferie”. Punto. Il “ma dimmi” lasciatelo in ufficio. Il mondo, per una volta, può aspettare.


Il libro della settimana: Trappola per volpi di Fabrizio Silei (Giunti)

Dimenticate i soliti investigatori. Nella Firenze fascista degli anni Trenta, il giovane vice commissario Draghi affronta il suo primo caso spinoso: la moglie di un senatore trovata morta in un vespasiano. In ansia e pressato dal regime che esige risposte rapide, chiede aiuto al suo mentore: Pietro Bensi, contadino saggio, colto e antifascista. Silei firma un giallo acuto, in cui l’ironia sottile smaschera le ipocrisie del potere e la paziente saggezza rurale diventa la chiave per risolvere l’enigma. Imperdibile.

Il meglio della settimana su FqMagazine:

“Enrico de Pedis e l’ex presidente dello Ior Marcinkus c’entrano con la scomparsa di Emanuela Orlandi”: le rivelazioni del magistrato Roberto Staffa alla commissione di inchiesta

Dai quadri di Damiani ai pizzi d’oro di Buccellati e il manifesto anti-Ai di Boucheron: le nuove collezioni milionarie (già sold out) di alta gioielleria e i segreti di un mercato che non conosce crisi


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro

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