Tendenze di Fatto
17 Ottobre 2026
Il carisma è diventato una gara a punti e i giovanissimi ne sono ossessionati
di Ilaria Mauri

Che cos’è un’aura battle? E perché se ne parla tanto? Fino a qualche giorno fa mi veniva decisamente più facile rispondere alla seconda domanda che alla prima. Il motivo è piuttosto semplice: quando un fenomeno che sembrava confinato nelle conversazioni tra adolescenti, nei cortili delle scuole, nei gruppi di amici e sui campetti da calcio finisce per mandare in tilt una parte di una città, inevitabilmente diventa materia di cronaca. È successo a Vicenza, dove il 3 ottobre un raduno annunciato sui social come una sfida di “aura”, con in palio vestiti firmati, ha richiamato centinaia di ragazzi, provocando disordini e danneggiamenti nella zona di Campo Marzo e della stazione. E così un’espressione che fino al giorno prima poteva sembrare incomprensibile alla maggior parte degli adulti è arrivata sulle pagine dei giornali.

Resta però la prima domanda: di cosa stiamo parlando esattamente? Confesso che fino a quando non ho deciso di documentarmi seriamente, scoprendo un mondo che ignoravo quasi del tutto, avevo opposto una discreta resistenza all’argomento. Ogni volta che sentivo parlare di “punti aura”, “aura persa” e altre formule del genere, facevo orecchie da mercante e passavo oltre. Un po’ come Serena Martini, la protagonista de La scala di seta di Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone, di cui vi parlerò più sotto, quando il figlio minore le risponde con un lapidario “aura lost”, cioè “hai perso aura”. Poi più di una persona mi ha suggerito: perché non ne scrivi nella tua newsletter? In effetti, trattandosi di una newsletter dedicata alle tendenze del momento, l’obiezione era difficile da contestare.

Ed eccomi dunque qui, dopo aver scavato, letto articoli, consultato dizionari, guardato video su TikTok e visto cose che voi umani non potete neanche immaginare, a provare a ricostruire la faccenda. Scoprendo, tra l’altro, che tutto comincia ben prima dei fatti italiani, con un linguaggio che circolava già nel 2024 e che ha avuto la sua consacrazione internazionale nell’estate del 2025, dall’altra parte del mondo. Tra l’altro, coincidenza o no – e noi propendiamo per la prima ipotesi – anche la nuova mostra di PM23, lo spazio della Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti, si intitola proprio Aura. In dialogo 38 abiti dell’archivio Valentino e 26 dipinti dell’artista polacca Ewa Juszkiewicz, per esplorare le metamorfosi della bellezza tra moda e pittura. Un’ulteriore conferma del potere evocativo e del fascino che questa parola esercita oggi, ben oltre il vocabolario degli adolescenti.

Ma andiamo con ordine e cominciamo dalla parola. Fino a non molto tempo fa, parlare di “aura” evocava un immaginario piuttosto diverso: santoni, sensitivi, discipline esoteriche, presunti campi energetici che circonderebbero il corpo umano, magari visibili sotto forma di aloni colorati soltanto a chi possiede particolari capacità. Chi sosteneva di riuscire a “vedere l’aura” suscitava generalmente più scetticismo che ammirazione. La stessa Treccani, nel significato tradizionale del termine, la descrive come una radiazione che secondo gli occultisti il corpo umano emanerebbe e che alcuni sensitivi affermano di percepire. Un territorio popolato da credenze spirituali, senza riscontri scientifici convincenti.

Eppure il termine “aura” ha una storia ben più antica: arriva dal greco e dal latino e significa, in origine, soffio, brezza, aria leggera. Nel tempo ha assunto anche il significato figurato di atmosfera particolare che sembra emanare da una persona o da un luogo. È da quest’ultima accezione che nasce il suo impiego contemporaneo. I giovanissimi l’hanno liberata dall’esoterismo e trasformata in una misura immaginaria di fascino, sicurezza, stile, presenza scenica. Un tempo avremmo detto carisma, quella qualità che rende qualcuno capace di attirare gli sguardi, imporsi all’attenzione e suscitare ammirazione senza dover necessariamente fare grandi cose. C’è anche una curiosità linguistica: nel 2026 l’aura dei giovanissimi è entrata ufficialmente tra i neologismi registrati dalla Treccani. La definizione parla di carisma e attrattiva che una persona sembra emanare naturalmente e che possono aumentare o diminuire secondo i comportamenti. Una parola con secoli di storia è diventata improvvisamente una specie di punteggio sociale. Perché qui arriva la seconda trasformazione. La generazione cresciuta tra videogiochi, cartoni animati giapponesi e piattaforme digitali ha cominciato ad assegnare all’aura dei punti. Se fai qualcosa di memorabile, guadagni aura. Se inciampi davanti alla persona che ti piace, ne perdi. Se segni un gol spettacolare e ti allontani con indifferenza, puoi guadagnarne migliaia. Se provi disperatamente a sembrare interessante e tutti se ne accorgono, il tuo patrimonio di carisma crolla.

Naturalmente non esiste una classifica universale, né una formula per calcolare il saldo. I punteggi sono inventati, spesso volutamente assurdi, e appartengono al linguaggio ironico dei social. Aura lost significa aver perso fascino, aver fatto una figuraccia, essersi giocati la reputazione in pochi secondi. A volte basta una battuta sbagliata, una caduta, una reazione goffa. Per chi conosce il codice, il giudizio è immediato. Per i genitori che lo ascoltano dal sedile anteriore dell’auto, generalmente un po’ meno.

A complicare il vocabolario è arrivato anche l’aura farming, letteralmente la “coltivazione dell’aura”. Il verbo inglese farming è preso dai videogiochi, dove indica la ripetizione di azioni per accumulare punti, premi o risorse. Trasportato nella vita quotidiana significa compiere gesti, assumere pose, curare l’atteggiamento per aumentare il proprio carisma agli occhi degli altri. C’è una contraddizione divertente: per avere davvero tanta aura bisogna sembrare disinvolti, quasi inconsapevoli della propria superiorità. Se lo sforzo per apparire affascinanti diventa evidente, il risultato rischia di essere esattamente opposto.

Ma chi ha dato a tutto questo una dimensione mondiale? Seguendo le tracce del fenomeno, sono arrivata a un articolo della BBC pubblicato l’11 luglio 2025, intitolato “I created it myself”: The boy behind the viral “aura farming” boat racing dance, cioè “L’ho inventato io: il bambino dietro il ballo sulle barche diventato virale”. È uno dei primi grandi racconti giornalistici della sua esplosione internazionale e contiene l’intervista al protagonista del video che ha fatto conoscere l’espressione a milioni di persone.

La storia è irresistibile. Siamo in Indonesia, durante il Pacu Jalur, una tradizionale competizione tra lunghe imbarcazioni a remi. Sulla prua di una barca, mentre gli uomini dell’equipaggio remano con tutte le loro forze, c’è un bambino di undici anni con occhiali da sole, abiti tradizionali scuri e un’espressione imperturbabile. Si chiama Rayyan Arkan Dikha. Il suo compito, previsto dalla tradizione della gara, è quello di ballare per incoraggiare i rematori. Lui lo fa con una serie di movimenti delle braccia, piccoli gesti ritmici e una sicurezza scenica che sembra studiata al millimetro. La BBC gli chiede come abbia inventato quel ballo. “L’ho creato io. È stato spontaneo”, risponde. Ed è proprio questo il dettaglio che conquista il pubblico: Dikha sembra del tutto inconsapevole dell’effetto che produce. Il filmato viene condiviso, imitato, rimontato con colonne sonore diverse. Lo riproducono il campione di football americano Travis Kelce, il pilota di Formula 1 Alex Albon e persino i calciatori del Paris Saint-Germain. Il bambino diventa un piccolo fenomeno internazionale e viene nominato ambasciatore culturale della provincia indonesiana di Riau.

Per precisione, Rayyan non ha inventato né la parola “aura” né il gioco dei punti: quelle espressioni circolavano già da tempo. Ha però fornito al pubblico mondiale un’immagine perfetta per rappresentarle. Il suo ballo è diventato il modello di quella disinvoltura che milioni di adolescenti cercano di imitare.

Da lì alla competizione il passo è stato breve. Nel 2026 le aura battle, letteralmente battaglie di aura, sono diventate appuntamenti organizzati soprattutto in America Latina, dal Messico all’Argentina, dal Brasile al Perù. Il formato ricorda da vicino le vecchie sfide di danza di strada: due ragazzi si affrontano al centro di un cerchio, la folla li circonda, parte la musica e ciascuno deve dimostrare di possedere più carisma dell’avversario.

A guardare i video, però, la faccenda diventa ancora più curiosa. Gli sfidanti si esibiscono in movimenti apparentemente sconnessi: c’è chi imita l’esultanza “Siuuu” di Cristiano Ronaldo, chi fa il mewing, indicando la mascella con un dito come nei video dedicati alla definizione del profilo del viso, chi riproduce il gesto del “six-seven”, con i palmi delle mani che oscillano come i piatti di una bilancia. Quest’ultimo è diventato uno dei tormentoni più riconoscibili dei giovanissimi, pur non avendo un significato univoco. Ogni gesto è una citazione, un riferimento a una battuta, un video o un personaggio che chi segue queste piattaforme identifica all’istante.

La bravura consiste nel conoscere quel repertorio, combinarlo con tempismo e interpretarlo con sicurezza. È un linguaggio collettivo fatto di rimandi: se non conosci il video originale, metà dello spettacolo ti sfugge. Un po’ come ascoltare una conversazione piena di citazioni cinematografiche senza aver visto i film. Ad agosto l’agenzia France-Presse ha raccontato una di queste competizioni davanti al Palacio de Bellas Artes di Città del Messico. Il vincitore, il sedicenne Kaled Rosales, si è presentato con pantaloncini e calzature ispirati a Saetta McQueen, il protagonista di Cars, e ha conquistato la folla anche utilizzando un’enorme ciabatta bianca come accessorio scenico. In palio c’erano premi in denaro. L’organizzatore Aldhir González ha spiegato che a vincere è chi dimostra più sicurezza, suscita più risate e riesce a impressionare gli spettatori. In Argentina, in alcune sfide, il premio è molto meno materiale: il diritto di vantare un’“aura infinita”.

A ben guardare, l’idea di sfidarsi pubblicamente per ottenere l’approvazione dei coetanei ha una storia lunghissima. Le battaglie tra ballerini di hip hop, le gare di improvvisazione rap, i piccoli duelli nei cortili esistono da decenni. Cambiano i gesti, i riferimenti, la velocità con cui vengono diffusi. E soprattutto cambia il ruolo del pubblico, che oggi osserva attraverso la fotocamera del telefono, registra, condivide e contribuisce a stabilire chi ha vinto anche dopo la fine dell’incontro. C’è poi un aspetto che merita attenzione. Per partecipare a una sfida di aura non occorre essere atleti, cantanti o ballerini particolarmente preparati. Un ragazzo timido può conquistare gli spettatori con una trovata comica, uno strano accessorio, un gesto inatteso. La psicologa venezuelana María Eugenia Tovar, intervistata dall’AFP, ha osservato che questi codici digitali possono favorire incontri reali tra adolescenti. E Frederick Luis Aldama, docente all’Università del Texas, ha sottolineato il ruolo delle piazze latinoamericane come luoghi di aggregazione, dove una generazione abituata a comunicare attraverso gli schermi può finalmente ritrovarsi fisicamente.

Vale la pena ricordarlo prima di archiviare tutto come l’ennesima sciocchezza di internet. Perché mentre gli adulti si lamentano dei ragazzi che trascorrono troppo tempo davanti agli schermi, gli stessi ragazzi organizzano incontri per guardarsi in faccia, ridere e partecipare a un gioco collettivo. Certo, poi riprendono tutto e lo pubblicano sui social, ma anche questa è ormai una forma di documentazione della loro vita sociale.

In Italia, intanto, le sfide sono comparse nelle piazze e nei cortili delle scuole. A Salò, nel Bresciano, dopo un raduno durante la ricreazione, la dirigente dell’Istituto tecnico Cesare Battisti ha disposto il divieto di creare assembramenti nel cortile, richiamando esigenze di sicurezza e sorveglianza. A Roma, Milano e Torino sono circolati video e annunci di appuntamenti analoghi. Il caso di Vicenza ha però mostrato come il fenomeno possa cambiare dimensione quando entra in gioco la popolarità degli organizzatori. Il 3 ottobre Hamza Messaf, conosciuto sui social come “Ilvucumpra”, aveva convocato una sfida nei pressi della stazione promettendo capi firmati ai vincitori. L’appello, che secondo quanto riferito in Prefettura avrebbe dovuto richiamare poche decine di persone, ne ha attirate centinaia. L’incontro è sfuggito di mano, tra spintoni, inseguimenti e danni ad alcune strutture dell’area. Nei giorni successivi sono partite le indagini per individuare i responsabili dei danneggiamenti.

L’episodio ha poco a che vedere con le innocue gare di mimica viste nelle piazze latinoamericane. Mostra piuttosto quanto possa diventare difficile controllare una folla convocata attraverso piattaforme dove la popolarità di un personaggio, la promessa di un premio e la rapidità con cui circola un invito possono moltiplicare le presenze ben oltre le previsioni. Quando un appuntamento nasce per essere ripreso, anche il raduno stesso può diventare uno spettacolo da documentare, indipendentemente da ciò che era previsto.

Dietro la comicità di certe pose, però, si intravede anche un cambiamento nel modo in cui gli adolescenti misurano la reputazione. Il carisma, che per definizione è una qualità soggettiva, viene trasformato in una moneta immaginaria. Si guadagna e si perde, come nei videogiochi. Ogni gesto può essere valutato, ogni figuraccia registrata, ogni successo trasformato in un frammento di notorietà. C’è una buona dose di autoironia, naturalmente, ma anche il bisogno molto antico di piacere al gruppo e conquistarsi un posto al suo interno.

Il sociologo Max Weber parlava del carisma come di una qualità straordinaria riconosciuta a una persona dagli altri. È proprio il riconoscimento collettivo a renderla tale. A distanza di oltre un secolo, un adolescente che decide quanti punti aura assegnare all’amico sta facendo, in forma decisamente meno accademica, qualcosa di simile. Con una differenza: quel giudizio può essere amplificato da milioni di spettatori che non hanno mai incontrato il protagonista.

E forse la parte che mi incuriosisce di più, dopo questa immersione nei video, è proprio il rapporto tra naturalezza e rappresentazione. I ragazzi premiano chi sembra spontaneo, ma si allenano a riprodurre gesti già diventati famosi. Ammirano chi non cerca l’attenzione, mentre partecipano a gare costruite per conquistarla. Ridono di chi si prende troppo sul serio, poi affidano a un punteggio immaginario il valore di una presenza. Una contraddizione che, a ben vedere, appartiene anche a molti adulti, soltanto che noi abbiamo imparato a chiamarla immagine pubblica, reputazione o personal branding.

Ora, almeno, quando sentirò qualcuno pronunciare “aura lost”, saprò a cosa si riferisce. Resta da capire quanti punti aura abbia perso io passando giorni a studiare un fenomeno che un ragazzino di tredici anni avrebbe saputo spiegarmi in trenta secondi. Probabilmente parecchi. Ma almeno adesso posso sostenere una conversazione sull’argomento senza essere eliminata al primo turno.


Il libro della settimana – La scala di seta

Una giovane architetta muore investita sulle strisce pedonali. Pochi giorni prima aveva affidato a Serena Martini, chimica e madre di famiglia sempre alle prese con mille impegni, un misterioso campione di intonaco da analizzare. Toccherà a lei e all’amica Corinna Stelea, poliziotta dal carattere deciso, scoprire cosa nasconde quel materiale, seguendo una pista che conduce a un antico palazzo nel centro di Pisa e a un passato che qualcuno preferirebbe dimenticare. In La scala di seta (Sellerio), Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone tornano a mescolare indagini, scienza e segreti di famiglia con una trama capace di tenere incollato fino alla fine ogni appassionato giallista.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.

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