“Summertime Sadness”, cantava Lana Del Rey. Il giro di boa arriva puntuale, ogni anno, in questi giorni. Passato il Ferragosto, la luce cambia. Le giornate si accorciano di quel tanto che basta per intristirci un po’. Il mese delle ferie per eccellenza arriva alla sua metà, il corpo è ancora al mare o in montagna ma la testa comincia già a fare i conti con il ritorno. Dopo il 15 d’agosto iniziano i rientri, le mail che tornano a farsi incalzanti, le città che lentamente si riaccendono, le serrande che si rialzano…settembre è alle porte e con esso il ritorno alla normalità. Nelle orecchie, insieme alla malinconia languida di Lana, risuona il ritornello dei Righeira: “L’estate sta finendo, un anno se ne va”.
È una tristezza lieve, spesso, quasi fisiologica. La stagione promette leggerezza, compagnia, viaggi, aperitivi, tavolate, corpi abbronzati, foto di gruppo, amori rapidi e tramonti condivisi. E proprio per questo la sensazione di velata tristezza, questa malinconia che ti sorprende quando meno te l’aspetti, può essere amplificata dalla solitudine, dal trovarsi soli. D’inverno essere soli sembra quasi più tollerabile: fa freddo, si sta in casa, tutti sono più chiusi, la vita sociale ha meno pretese scenografiche. D’estate no. D’estate la solitudine non è solo stare senza qualcuno: è guardare gli altri che sembrano sempre avere qualcuno con cui partire, cenare, ballare, ridere, fotografarsi, tornare. A rilanciare il tema come uno dei trend del momento è stato il Guardian, con un lungo intervento di Olivia Laing, autrice di The Lonely City, che a dieci anni dall’uscita del suo libro è tornata a riflettere su cosa sia cambiato. Laing racconta di aver cominciato a pensare alla solitudine nel 2012, quando a 35 anni si trasferì a New York dopo la fine improvvisa di una storia d’amore. Si sentiva, scrive, “alone in the city”, sola in una città da milioni di abitanti, condannata a guardare il mondo passarle davanti, con una vergogna “literally unspeakable”, indicibile. La parte più spaventosa, osserva, non era solo essere sola, ma sentire che quella solitudine non poteva essere detta, perché dichiararla avrebbe rischiato di respingere ancora di più gli altri.
È una definizione precisa: la solitudine non coincide con la semplice assenza di persone. Non è la stessa cosa della solitudine scelta, quella che può essere perfino necessaria e fertile. È il desiderio doloroso di avere più connessione, più intimità, più riconoscimento di quanto se ne abbia. Si può essere soli a una festa, soli in un matrimonio, soli in una città piena di gente. E non è solo un sentimento triste: ha conseguenze fisiche. Laing ricorda che la solitudine può alzare la pressione, accelerare l’invecchiamento e il declino cognitivo, causare insonnia, indebolire il sistema immunitario, aumentare morbilità e mortalità. “To put this in ordinary language, it can prove fatal”: detta semplicemente, può essere fatale.
Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha ormai definita una priorità globale. Nel rapporto From Loneliness to Social Connection, pubblicato nel 2025, l’Oms scrive che quasi una persona su sei nel mondo si sente sola e che tra il 2014 e il 2019 la solitudine è stata associata a oltre 871mila morti l’anno, cioè circa 100 morti ogni ora. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus lo ha detto con una frase che sembra scritta per il nostro presente: “In quest’epoca in cui le possibilità di connettersi sono infinite, sempre più persone si ritrovano isolate e sole”. Ma dove la medicina vede una frattura, il mercato riconosce un’opportunità. Abbiamo trasformato la solitudine in un comparto economico formidabile.
Prendiamo l’industria dei viaggi. L’interrogativo più faticoso delle ferie, per molti, non è la destinazione, ma i compagni di partenza. WeRoad, interrogando cinquemila persone in Europa, ha certificato che il 66% degli intervistati fatica enormemente a stringere nuove amicizie nella quotidianità. Così il viaggio organizzato cambia pelle e diventa un’infrastruttura per socializzare. Paghiamo per garantirci un gruppo, azzerando la fatica di inventare l’occasione. Non è diverso da quanto accade a San Francisco, dove proliferano eventi a tema per single o cene in cui un algoritmo decide l’assegnazione dei posti a tavola. Svuotati dalla superficialità delle app di incontri, retribuiamo un intermediario per essere rimessi in una stanza con altri esseri umani, alla ricerca di un legame pre-impostato. È interessante (ma sarebbe più opportuno dire preoccupante) notare come una funzione che un tempo apparteneva a luoghi non programmati — la piazza, il cortile, la comitiva, il paese, la scuola, il bar, la compagnia di amici di amici — oggi debba essere progettata, venduta e impacchettata. La spontaneità, per funzionare, ha bisogno di logistica. L’amicizia adulta, sempre più spesso, ha bisogno di un prodotto. È il paradosso del nostro tempo: dopo aver digitalizzato l’incontro, ora monetizziamo il ritorno dell’incontro fisico. Prima abbiamo imparato a scegliere, scartare, bloccare, silenziare, ghostare. Ora paghiamo qualcuno perché ci rimetta in una stanza con altri esseri umani e ci dica come cominciare. Non basta più uscire. Serve un format. Non basta più conoscersi. Serve un facilitatore. Non basta più una cena. Serve un algoritmo che decida il tavolo.
In Cina il fenomeno è ancora più esplicito. Sui gradini del Monte Tai, uno dei picchi più noti del Paese, si possono prenotare “climbing buddies”: persone pagate per camminare con te, portare borse, scattare foto, fare conversazione. È parte di una più ampia “economia della compagnia”, raccontata dalla Reuters, che include compagni a pagamento per correre, visitare luoghi turistici, fare shopping, perfino mangiare hotpot, pasto tradizionalmente condiviso con amici e famiglia. I provider promettono “emotional value”, valore emotivo: non vendono solo un servizio pratico, vendono qualcuno che ci sia. La tecnologia ha semplicemente scalato questo modello. Secondo le proiezioni di Grand View Research, entro il 2030 il mercato dei compagni virtuali basati sull’Intelligenza Artificiale raggiungerà i 140 miliardi di dollari. Le testimonianze raccolte dal documentario i sulle donne cinesi legate a fidanzati sintetici restituiscono il senso dell’operazione: l’avatar o il chatbot seducono perché offrono una relazione senza attrito. Non giudicano, non si stancano, non pretendono reciprocità.
In Giappone, prima ancora che l’AI diventasse conversazionale, esisteva già il business della famiglia a noleggio: attori pagati per interpretare parenti, amici, padri, madri, invitati a matrimoni, figure di accompagnamento nelle occasioni sociali. Può far sorridere, finché non ci si accorge che è una risposta estrema a un bisogno elementare: non presentarsi soli davanti al mondo. Non dover spiegare un’assenza. Non dover confessare che manca qualcuno. Anche i mercati più tradizionali si adattano alla vita solitaria. La ristorazione registra più prenotazioni singole e crea così tavolate “sociali”; la grande distribuzione ripensa le quantità dei prodotti monoporzione; l’immobiliare punta sempre pià su monolocali o bilocali e contesti di co-living. Eppure, il costo di questa anestesia emotiva è devastante. Passa quasi inosservata la notizia che Google, tramite la piattaforma Character.AI, stia chiudendo accordi milionari extra-giudiziali con le famiglie di adolescenti morti suicidi, ragazzi le cui fragilità sono collassate proprio dialogando in solitudine con questi avatar sentimentali.
C’è un ultimo tassello, ed è squisitamente politico. b nel suo articolo fa notare come i social abbiano “armato” la solitudine, rendendola una vulnerabilità da sfruttare oltre che un mercato da capitalizzare. L’estrema destra e la manosphere non offrono ai ragazzi isolati una cura per il loro vuoto, ma un bersaglio: le donne, le minoranze, gli immigrati. Vendono un’appartenenza tossica fondata sul risentimento, trasformando il disagio individuale in rabbia collettiva.
Non c’è alcuno snobismo nel comprendere chi cerca sollievo in un viaggio per single, in una chat o nella diretta di un creator. Il problema si pone quando la transazione commerciale diventa l’unico cerotto disponibile su una voragine strutturale. Se la solitudine viene ridotta a un mercato, la soluzione sarà sempre comprare qualcosa: un biglietto aereo, un abbonamento, un evento. Ma se la intendiamo come una questione collettiva, dovremmo chiederci quando abbiamo smesso di progettare spazi per incontrarsi che non richiedano una carta di credito. Piazze, biblioteche, trasporti, reti di quartiere: i “punti d’incontro” che ci rendono visibili agli altri.
La curiosità della settimana – Tutti pazzi per l’eclissi
Questa settimana ci siamo scoperti tutti astronomi, mistici e procacciatori di occhialini. L’eclissi del 12 agosto ha prodotto la sua piccola isteria collettiva: scorte esaurite, consegne arrivate troppo tardi, post in anticipo, foto del cielo, spiegazioni scientifiche, letture spirituali, dietrologie da fine del mondo e tutorial su come non bruciarsi la retina. Il tutto, naturalmente, documentato in anticipo, durante e dopo sui social.
Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro
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