Tendenze di Fatto
12 Settembre 2026
Perché ci siamo innamorati delle galline
di Ilaria Mauri

«Questa è Dolly». «Lei è una Silkie e vuole sempre stare in braccio». «Guardate che uovo ha fatto stamattina». «Avevo detto che ne avrei prese quattro. Adesso sono quattordici». Basta entrare su TikTok, cercare ChickenTok e trascorrere qualche minuto su per ritrovarsi davanti a scene che fino a poco tempo fa difficilmente avremmo associato ai social dei più giovani. Ragazze e ragazzi aprono il pollaio appena svegli e vengono accolti da galline che corrono verso di loro; le chiamano per nome, raccontano chi è la più socievole, chi comanda, chi si lascia prendere in braccio e chi preferisce stare per conto suo. Filmano la schiusa delle uova, presentano i pulcini appena nati, mostrano come costruire un pollaio e spiegano cosa mangiano gli animali, come proteggerli dai predatori e riconoscere eventuali problemi di salute. Anche le galline diventano oggetto di collezione e passione: raccontano che ci sono le Moroseta, con il loro particolare piumaggio e le zampe ricoperte di piume, le grandi Brahma, le Orpington, le Wyandotte, le Marans, le Ameraucana. Razze diverse per dimensioni, piumaggio, comportamento e colore delle uova.

Le uova, appunto. Vengono raccolte e disposte sul tavolo in una gamma di colori che per chi le conosce soltanto nella confezione del supermercato può risultare sorprendente: bianche, crema, beige, marroni, color cioccolato, azzurre, verdi, verde oliva. Il colore del guscio dipende dalla genetica della gallina: le Marans sono conosciute per le uova marrone scuro, Ameraucana e Araucana per quelle azzurre, mentre dagli incroci con linee che depongono uova blu nascono le cosiddette Olive Egger, capaci di produrre diverse tonalità di verde.

A sdoganare il pollaio come nuova passione sono soprattutto giovani e giovanissimi. Su TikTok e Instagram #ChickenTok, #ChickensOfTikTok e #BackyardChickens raccolgono allevatori esperti, ma soprattutto ragazzi che documentano la loro scoperta di un animale fino a ieri difficilmente candidato a diventare protagonista dei loro feed. Non inventano, naturalmente, l’allevamento domestico delle galline: trasformano però il modo di guardarlo e raccontarlo.

Perché ci siamo innamorati delle galline? Il pollaio non è più associato soltanto alla fattoria, alla campagna o alla miseria. La gallina ha un nome, una razza, un carattere. In qualche caso entra in casa. Si lascia accarezzare. Viene presentata ai follower quasi come si presenterebbe un cane o un gatto.
Forse anche perché non sono l’ennesimo cane o gatto. Sono animali sociali, si abituano alla presenza delle persone, possono imparare a riconoscerle e hanno comportamenti individuali diversi, ma mantengono una maggiore autonomia nella vita quotidiana rispetto a un cane: vivono in gruppo, non devono essere portate a passeggio più volte al giorno e trascorrono buona parte della giornata razzolando, esplorando e interagendo tra loro. Questo non significa che siano animali “facili” – servono spazio, un ricovero adeguato, pulizia, alimentazione, protezione dai predatori e cure veterinarie quando necessarie – ma il tipo di relazione è diverso da quello a cui siamo abituati con i pet tradizionali. E poi c’è un elemento che cane e gatto non hanno: ogni mattina, o quasi, nel pollaio può esserci un uovo.

Che non si tratti soltanto di qualche video diventato virale lo certificano i numeri. Negli Stati Uniti, secondo l’American Pet Products Association, nel 2024 11 milioni di famiglie possedevano galline da cortile, il 28% in più rispetto all’anno precedente: un aumento che la stessa associazione dell’industria americana degli animali domestici ha segnalato tra i cambiamenti rilevanti del suo State of the Industry Report.

Certo, nell’aumento pesa anche l’economia. Inflazione alimentare, caro-uova e influenza aviaria hanno reso più interessante l’idea di avere un piccolo pollaio. Ma ridurre tutto alla convenienza non spiega né l’affezione per questi animali né il loro successo sui social. Il 2026 Homesteading Report, condotto negli Stati Uniti su mille adulti che praticano o vorrebbero praticare forme di autoproduzione domestica, rileva che l’86% riconosce nel rincaro degli alimentari una spinta al proprio interesse. Quando però si passa alle motivazioni, il risparmio è soltanto terzo, al 41%: prima vengono l’hobby e la creatività, al 48%, e la possibilità di avere cibo più fresco, al 44%. Il 33% cerca maggiore autosufficienza e il 27% un rapporto più diretto con la natura. Il punto, quindi, non è che milioni di persone abbiano scoperto un modo economico per procurarsi le uova. Le uova sono una parte della storia; l’altra è aver scoperto la gallina.

Ed è guardando l’età che il fenomeno diventa ancora più interessante. I Millennials risultano la generazione più coinvolta nell’avere delle galline da giardino, mentre la Gen Z è quella più propensa ad allevare animali in generale. Tra i Gen Z interessati alle galline, il 56% lo considera innanzitutto uno sbocco creativo. Dove imparano? In parte nello stesso luogo in cui hanno scoperto che una gallina può deporre un uovo azzurro. YouTube è utilizzato dal 62% del campione e amici e familiari dal 59%; ma tra i Gen Z TikTok arriva al 51% come fonte di informazione e ispirazione.

È un passaggio generazionale curioso. Per i nostri nonni, e in molti casi ancora per i nostri genitori, vedere una gallina razzolare, raccogliere un uovo appena deposto o sapere più o meno come si comportasse un pulcino poteva appartenere alla normalità e aveva anche un substrato culturale preciso: ricordava la povertà. Per molti ragazzi cresciuti nelle grandi città europee e americane, invece, incontrare una gallina viva nella quotidianità è diventato molto meno comune. Nel frattempo abbiamo continuato a consumare enormi quantità di uova e carne di pollo. Semplicemente, la gallina è progressivamente scomparsa dalla nostra vista. L’industrializzazione dell’allevamento l’ha allontanata dagli spazi domestici e urbani: conosciamo perfettamente il prodotto, molto meno l’animale che lo produce.

E quando una gallina entra davvero in giardino, chi pensava di aver comprato una piccola produttrice di uova può scoprire che la faccenda è più complicata. Proprio il 3 settembre 2026, la rivista scientifica Agriculture and Human Values ha pubblicato uno studio sulle relazioni tra persone e uccelli allevati nei giardini domestici britannici. Analizzando quattro comunità Facebook dedicate alle galline “da cortile”, i ricercatori hanno trovato animali tenuti non soltanto per ciò che producono, ma per compagnia, interazione, piacere di osservarli e relazione affettiva. È qui che la gallina diventa un animale difficile da classificare. Non è necessariamente soltanto bestiame, ma non è neppure un pet nel senso tradizionale. La letteratura scientifica usa anche una definizione che sembra scritta apposta per ChickenTok: “Pets with purpose”, animali da compagnia che nel frattempo producono qualcosa.

E chi li alleva insiste spesso sullo stesso particolare: ogni gallina è diversa dall’altra. Una è curiosa, una diffidente, una dominante, una cerca il contatto. Non è soltanto antropomorfismo social. Gli studi sulla cognizione dei polli hanno documentato capacità di apprendimento sociale, riconoscimento e discriminazione tra individui, comunicazione e differenze comportamentali relativamente stabili. Una revisione pubblicata su Animal Cognition concludeva già che la complessità cognitiva, emotiva e sociale dei polli è stata storicamente sottovalutata.

Poi arriva inevitabilmente la “chicken math”. È il termine con cui le community online hanno battezzato uno degli effetti collaterali della nuova passione. Decidi di comprare tre galline per avere qualche uovo. Poi scopri una razza che depone uova azzurre e ne prendi due. Una delle tue galline cova e nascono quattro pulcini. Vedi una Marans e vuoi anche quelle uova color cioccolato. Qualcuno cerca casa per una gallina e tu, in fondo, hai ancora posto.

Tre più due più quattro, secondo la chicken math, continuano misteriosamente a fare tre. Ma le galline non sono sole. Se si allarga lo sguardo ai feed dei più giovani, nello stesso periodo stanno aumentando anche i video dedicati agli uccelli selvatici.

Ad agosto il Guardian ha raccontato la crescita di BirdTok tra i giovani britannici. Secondo i dati forniti da TikTok al quotidiano, in appena tre mesi nel Regno Unito i post con #birding sono aumentati del 40%, mentre #birdwatching e #birdtok sono cresciuti di circa un terzo. A livello globale, i tre hashtag avevano raggiunto complessivamente circa un milione di post. Anche qui sarebbe facile liquidare tutto come l’ennesima moda social. Ma la Royal Society for the Protection of Birds racconta che un terzo delle quasi nove milioni di visualizzazioni ottenute dai suoi contenuti in un anno arriva dagli under 24, mentre il British Trust for Ornithology registra una domanda crescente per campi, passeggiate e incontri rivolti agli 11-25enni. Il pubblico, quindi, non si limita a guardare i video. Persino un’attività con un’immagine tradizionalmente poco giovanile come il birdwatching sta cambiando pubblico e linguaggio. Si dice sempre più spesso birding, mentre app come Merlin Bird ID, sviluppata dal Cornell Lab of Ornithology, permettono a chi non ha alcuna esperienza di registrare un canto e scoprire quale uccello lo sta producendo. È interessante che galline e birdwatching emergano contemporaneamente perché richiedono entrambi qualcosa che è in netta contraddizione con lo scrollare compulsivo dei social. Tempo.

Non serve costruirci sopra una teoria secondo cui i giovani starebbero abbandonando gli smartphone. Non è ciò che sta accadendo: spesso è proprio lo smartphone a portarli fino al pollaio o nel bosco. Ma una volta arrivati lì, il funzionamento cambia. Un uovo di gallina impiega normalmente circa 21 giorni a schiudersi. Una gallina segue i propri cicli di deposizione. Un uccello selvatico non arriva perché siamo pronti a filmarlo. Per osservarlo bisogna imparare dove cercarlo e, qualche volta, semplicemente aspettare. È una forma molto concreta di lentezza, che non richiede di dichiararsi “slow” né di trasformarla in uno stile di vita.

E forse spiega una parte dell’attrazione esercitata oggi da attività che, soltanto pochi anni fa, un adolescente avrebbe potuto considerare vecchie. Non siamo davanti a un ritorno generalizzato alla vita dei nonni: siamo davanti a una generazione che sta riscoprendo come novità alcune cose che per i nonni nuove non erano affatto. Con una differenza sostanziale. Prima quelle conoscenze passavano dalla famiglia e dalla quotidianità; oggi possono arrivare da un video di quindici secondi. È così che una ragazza scopre che esistono galline con le piume sulle zampe, un ragazzo vede per la prima volta un uovo verde, qualcuno comincia a informarsi sulle Marans e qualcun altro decide che in giardino, tutto sommato, un piccolo pollaio potrebbe starci.


L’ossessione della settimana – Fichi, fichi ovunque

Dopo la burrata, i pistacchi di Bronte e i semi di chia, l’ultima ossessione social sono i fichi. Aperti a metà sul pane tostato, adagiati sulla burrata – perché evidentemente un trend tira l’altro –, abbinati a prosciutto e formaggi, infilati nelle insalate, sulla pizza, con la carne e ormai persino con il pesce. Basta scorrere Instagram e TikTok o aprire i menu dei ristoranti per ritrovarseli un po’ dappertutto. Pure a Milano, dove va bene il cambiamento climatico, ma il fico non è esattamente una specialità meneghina.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.

Iscriviti a Tendenze di Fatto, la newsletter del Fatto Quotidiano che racconta i trend prima che diventino abitudine

Iscriviti alle altre newsletter del Fatto

Il Fatto Quotidiano
Disiscriviti
IL FATTO S.P.A. - C.F. E P.IVA 10460121006
VIA DI SANT'ERASMO, 2 ROMA