Tendenze di Fatto
10 Ottobre 2026
Il potere dei libri
di Ilaria Mauri

Tutto comincia dalla copertina. Una parola, un carattere, un’immagine, un colore. A volte basta una costa vista di taglio su uno scaffale, il titolo letto di sfuggita tra le mani di uno sconosciuto, una sovraccoperta lucida lasciata su un tavolino, per farci allungare la mano prima ancora di sapere davvero che cosa contenga quel libro. Scegliere cosa leggere è forse uno degli ultimi gesti istintivi che ci siano rimasti. Compriamo per attrazione, per promessa, per curiosità, per bisogno di entrare in un’altra stanza mentale. E quando funziona succede una cosa rara: ci isoliamo. Per dieci minuti, magari quindici, non guardiamo il telefono, non controlliamo notifiche, non scorriamo immagini. Restiamo lì, dentro una frase, incollati ad un personaggio.

Ne parliamo oggi, nella Giornata mondiale della salute mentale, perché i libri hanno ancora una forza concreta sul nostro benessere. La lettura non cura tutto, certo, però crea una sospensione che il nostro cervello riconosce. La biblioterapia, cioè l’uso guidato della lettura come strumento di supporto psicologico, è studiata da anni per ansia, umore e stress. Anche fuori da un contesto terapeutico, leggere ci costringe a un gesto quasi rivoluzionario: stare fermi, seguire un pensiero, abitare un tempo che non possiamo accelerare con il pollice. Forse per questo il libro è tornato di tendenza proprio dove sembrava destinato a perdere: tra i giovanissimi, sui social, nella moda, nei viaggi, nelle relazioni. BookTok, la comunità di TikTok che consiglia e recensisce libri, non è più una nicchia di ragazzi che piangono davanti alla telecamera per un finale strappacuore. Secondo TikTok, NielsenIQ BookData e Media Control, nel 2025 i libri spinti dalla comunità BookTok hanno venduto in Europa oltre 50 milioni di copie, generando circa 800 milioni di euro. Bookstagram, la stessa passione trasferita su Instagram tra scaffali ordinati, sottolineature e tazze di caffè, completa l’estetica. Ma ridurre tutto a un fenomeno social sarebbe miope. I libri stanno tornando perché intercettano un bisogno più largo: meno schermo, più identità, più comunità, più tempo scelto.

Dua Lipa, che con Service95 ha fatto del club del libro una parte della propria immagine pubblica, ha raccontato che con Callum Turner la scintilla passò anche da un romanzo letto in comune: Trust di Hernan Diaz. Non è un dettaglio sentimentale qualsiasi. In un tempo in cui ci si conosce spesso da una foto, una battuta, un algoritmo, scoprire di essere dentro lo stesso libro ha ancora qualcosa di intimo. Vuol dire abitare per qualche giorno lo stesso immaginario, ritrovarsi nella stessa storia prima ancora di capire se ci si piacerà davvero. La moda se n’è accorta. Jonathan Anderson ha portato la biblioteca sulle borse Dior, con Book Tote ricamate come copertine di prime edizioni, da Dracula a Ulysses. Coach ha collaborato con Penguin Random House su piccoli charm a forma di libro, da appendere alla borsa e leggibili davvero. Miu Miu ha organizzato a Milano il suo Literary Club al Circolo Filologico, ispirandosi alla tradizione dei salotti letterari europei; Chanel continua i suoi Rendez-vous littéraires, incontri nati per trasmettere l’amore per i libri. L’abito, la borsa, il romanzo: oggetti diversi, stesso desiderio di dire chi siamo prima ancora di presentarci.

Alessandro Michele lo ha portato in passerella da Valentino con una precisione quasi teorica. Per la Primavera-Estate 2027 ha scelto la Bibliothèque Sainte-Geneviève di Parigi e ha intitolato la collezione Antibiblioteca: Catalogue of the Unread. Agli ospiti ha chiesto di portare un libro da donare. Il riferimento è all’antibiblioteca di Umberto Eco raccontata da Nassim Nicholas Taleb: i libri non letti non sono una colpa, sono una riserva di possibilità. Michele ha spostato quel pensiero nell’armadio. Ci sono libri che compriamo e non leggiamo, come abiti che acquistiamo e non indossiamo mai; libri letti e non posseduti, come vestiti presi in prestito da un’altra vita; libri consumati, sottolineati, prestati, perduti, come quei capi che diventano memoria fisica del corpo. Il guardaroba diventa così una biblioteca di versioni possibili di noi. Accanto al romanzo sentimentale e alla narrativa di evasione, crescono generi diversi. Il giallo e il crime restano una passione solida, perché danno ordine al caos: un delitto, un’indagine, una soluzione, o almeno la promessa che qualcosa possa essere ricostruito. La saggistica continua a funzionare quando offre strumenti per leggere il presente. I libri-esperienza, quelli a metà tra viaggio, spiritualità, autobiografia e crescita personale, parlano invece a un pubblico che non cerca soltanto una trama, ma un metodo per stare al mondo. Il successo di autori come Gianluca Gotto racconta proprio questo: la lettura come empatia e ricerca di risposte.

Poi c’è il fronte più discusso e popolare: romance, romantasy e narrativa “spicy”, cioè storie romantiche, fantasy o sentimentali con una componente erotica più esplicita. Qualcuno le liquida con l’etichetta sbrigativa di “rom-porn”, soprattutto quando piacciono ai lettori più giovani. Eppure proprio qui il libro rivela una potenza che lo schermo non ha. Leggere fa immaginare. Lascia a noi i volti, i colori, le voci, le stanze, perfino il ritmo di una scena. Quello che in una serie o in un video arriva frontale, già deciso, nel libro resta mediato dalla mente di chi legge. Per una generazione esposta a immagini continue, anche molto forti, la pagina può diventare paradossalmente un luogo meno aggressivo: il desiderio passa attraverso il linguaggio, quindi chiede partecipazione, non solo consumo.

Naturalmente il rischio estetizzante esiste. Il “lettore sexy” è diventato trend: riviste e social parlano di “hot literati”, espressione inglese che potremmo tradurre con “intellettuali desiderabili”, una nuova scena di ragazzi belli, fotografabili, colti quanto basta per trasformare la lettura in segnale sociale. C’è qualcosa di ironico, ma anche qualcosa di antico. Nell’Ottocento un uomo o una donna con un libro in mano potevano suggerire educazione, mistero, tempo libero, classe, desiderabilità. Oggi accade lo stesso, solo con altri codici: un romanzo sul tavolino del bar, una borsa piena di saggi, una foto in libreria, la copertina giusta lasciata entrare nell’inquadratura. La cultura torna a funzionare come segnale erotico e sociale. Con una complicazione contemporanea: deve essere anche condivisibile.

La lettura, però, non vive solo di posa. Lo dimostrano i club del libro, tornati a essere spazi sociali veri. Non solo quelli delle celebrity, da Reese Witherspoon a Kaia Gerber, ma anche quelli silenziosi, dove ognuno legge ciò che vuole accanto agli altri. Il Silent Book Club, nato da due amiche che leggevano insieme in un wine bar di San Francisco, oggi conta oltre duemila capitoli in decine di Paesi. Non c’è un testo obbligatorio, non c’è la pressione di avere un’opinione brillante, non c’è l’ansia scolastica della verifica. Si arriva, si legge, poi se si vuole si parla. Una formula quasi banale, per questo molto efficace: stare insieme senza dover recitare socialità. Lo stesso desiderio ha generato i reading retreat, ritiri di lettura organizzati in case di campagna, hotel, cottage, strutture immerse nel verde. Il termine inglese indica vacanze costruite attorno alla lettura: si parte per leggere, dormire, camminare, parlare poco o parlare solo di libri. Vrbo li ha chiamati readaways, viaggi in cui il libro è il centro dell’esperienza, e molte strutture turistiche cominciano a curare biblioteche, angoli lettura, programmi con autori, scambi tra ospiti. È l’opposto del viaggio da elenco: si parte per stare fermi.

A questo si aggiunge il turismo letterario, che esiste da sempre ma oggi è diventato più organizzato e fotografabile. Si va in Inghilterra per Harry Potter, certo, tra binari, college e castelli; ma anche a Bath e Chawton sulle tracce di Jane Austen, a Haworth per le sorelle Brontë, a Stratford-upon-Avon per Shakespeare, a Dublino per il Bloomsday di Joyce, nel Devon di Agatha Christie, nella Napoli di Elena Ferrante, nella Sicilia di Camilleri e del commissario Montalbano. Sono viaggi nati da una domanda molto semplice: dove stava il mondo che ho immaginato? Il lettore non vuole solo ricordare una storia, vuole attraversarne i luoghi, verificare se l’aria assomigliava davvero a quella che aveva costruito nella propria testa. E poi ci sono gli esperimenti più strani, quelli che fanno sorridere e proprio per questo funzionano. A Tokyo, il JUCY Book Rave ha trasformato lo SPREAD di Shimokitazawa, un club sotterraneo dove di solito si balla, in una pista da lettura: tappeti sul pavimento, luci da locale, musica ambient — cioè elettronica morbida, atmosferica, senza il ritmo invasivo della discoteca — e persone sedute o sdraiate con un libro in mano. In un luogo in cui un tempo ci si sarebbe aspettati un rave, cioè una festa di musica elettronica ad alto volume, al massimo a un certo punto si alza un po’ il suono e chi vuole può mettere via il libro, parlare, scambiarselo, muoversi. Fa ridere solo finché non ci si accorge che l’idea è precisa: usare lo spazio della notte per un rito di concentrazione collettiva.

Lo vediamo anche nelle forme più semplici. Gli scaffali di scambio libri disseminati nelle città, le piccole casette di legno, le cabine telefoniche rosse inglesi convertite in microbiblioteche: qualcuno lascia un romanzo, qualcun altro lo prende, magari ne porta uno in cambio. Little Free Library ha superato le 200 mila cassette registrate nel mondo. In un sistema che misura quasi tutto in acquisto, tracciamento, consegna e restituzione, il libro continua a circolare anche per fiducia.

Alla fine il potere dei libri sta anche qui: ci isolano meglio di qualsiasi dispositivo, ma ci rendono più curiosi degli altri. Al bar, una persona seduta da sola con un libro in mano attira lo sguardo in modo diverso da una persona curva sul telefono. In spiaggia, quante conversazioni sono nate da una copertina riconosciuta, da un “lo stai leggendo anche tu?”, da un giudizio dato sottovoce su un finale deludente. Un libro è una serratura lasciata a vista. Non obbliga nessuno a entrare, però segnala che dentro c’è una stanza.

Chiudiamo allora con una piccola tassonomia, del tutto arbitraria e quindi abbastanza attendibile, dei 5 tipi di lettori:

1. Il lettore dell’istinto
Entra in libreria senza lista, senza metodo, senza aver letto recensioni. Prende un libro perché lo chiama da uno scaffale, perché il titolo gli resta addosso, perché la copertina gli fa cenno mentre sta andando alla cassa per comprare tutt’altro. Sceglie assolutamente a caso, ma possiede una dote irritante: nove volte su dieci ci azzecca e chiude il libro soddisfatto, convinto che non fosse caso ma destino.

2. Il lettore che non vuole restare indietro
Chiede consigli a tutti, va alle presentazioni, compra le nuove uscite, segue le classifiche, conosce il libro del momento prima ancora che il libro sappia di essere del momento. Regala romanzi scelti con cura, consiglia titoli che non ha aperto, accumula pile sul comodino come prova della propria buona volontà culturale. Ha tutti i libri di cui si parla. Non ne legge mezzo, ma resta perfettamente aggiornato su ciò che dovrebbe leggere.

3. Il lettore performativo
Ama sinceramente i libri, ma ama anche che gli altri sappiano quanto li ama. Foto della copertina sul tavolino, citazione sottolineata, storia con tazza di caffè, scaffale ordinato per cromia, frase profonda piazzata al momento giusto. È tutto a favore di social: la lettura, l’atmosfera, il maglione, la luce, persino il segnalibro. A volte legge davvero, a volte allestisce magnificamente l’idea di leggere.

4. Il lettore da spiaggia
Legge solo da giugno a settembre, in vacanza, mare o montagna poco importa. Per lui la lettura appartiene alla stessa famiglia delle parole crociate, della crema solare e della borsa frigo: un’attività stagionale, rilassante, vagamente virtuosa. Compra tre libri prima di partire, ne finisce uno e mezzo, poi a ottobre dichiara: “Devo ricominciare a leggere”. Lo dirà di nuovo l’estate successiva.

5. Il lettore rapito
Il migliore e il più raro. Sparisce dopo tre pagine, perde la fermata, brucia la cena, ignora il telefono. Quando torna, non sa più bene che ore siano. Ha fatto il viaggio più economico e più difficile da raccontare.


Il libro della settimana – La borsa

Ci sono oggetti che indossiamo e oggetti che ci trasportano. La borsa appartiene a entrambe le categorie: completa una figura, ma soprattutto custodisce ciò che non mostriamo. In La borsa. 200 anni, 5 continenti (Marsilio Arte), Antonio Mancinelli attraversa due secoli e cinque continenti per raccontare l’accessorio più intimo del guardaroba non come feticcio del lusso, ma come piccola architettura personale. Il volume, con un saggio di Emanuele Coccia e contributi di Beatrice Manca, raccoglie 300 esemplari dagli 850 dell’archivio di Roberta Butti: borse da teatro, da giorno, da sera, da cerimonia, pezzi ironici, forme eccentriche, oggetti anonimi e memorabili. Il fascino sta proprio qui: dentro una borsa convivono ordine e caos, identità e segreto, necessità e superstizione. Chiavi, ricevute, rossetti, farmaci, documenti, amuleti: un inventario minimo della vita quotidiana.


Io sono Ilaria Mauri e vi racconto moda, stile, cultura e spettacoli su FqMagazine: qui i miei articoli, qui invece una finestra sul “dietro le quinte” del mio lavoro.

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