Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo: questa settimana le nuove primarie democratiche negli Usa, la filiera del cibo nelle insalate in busta e il governo Burnham contro Palestine Action
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Marx Reloaded si prende qualche settimana di vacanza ci rivediamo il 2 settembre. Buone ferie.
La sinistra Usa è ormai realtà, aspettando AOC
L’onda lunga progressista negli Stati uniti nonostante qualche battuta di arresto sembra continuare. Anche l’Associated Press e poi il New York Times hanno confermato la vittoria di Abdul El Sayed alle primarie democratiche del Michigan, candidato di Bernie Sanders e Alexandria Ocasio Ortez sulla rappresentante più moderata, Haley Stevens. Un risultato che dimostra la forza sul campo delle ragioni della sinistra americana. A sostegno di Stevens, del resto, non c’è stato solo l’establishment democratico ma soprattutto l’Aipac, American Israel Public Affairs Committee, che ha riversato 30 milioni di dollari sulla candidata apiù moerata. El Sayed invece ha espresso posizioni molto nette contro Israele, a favore dei palestinesi e di Gaza ed è già intervenuto rivendicando la vittoria e invitando a compattarsi in vista delle elezioni di novembre. Il Michigan ha entrambi i senatori democratici (uno scade alle prossime elezioni di Midterm, l’altra nel 2030) ma allle presidenziali lo stato ha premiato Donald Trump anche per l’indisponibilità della comunità araba e palestinese a votare il Partito democratico visto il sostegno di Joe Biden a Israele. Il successo di El Sayed conferma l’importanza della questione palestinese tra gli elettori ed elettrici Dem.
Un’altra vittoria progressista ha riguardato, stavolta per la Camera, il distretto incentrato sulla capitale dello stato, Lansing. dove ha vinto Will Lawrence, co-fondatore del Sunrise Movement, un gruppo ambientalista guidato da giovani, che ha sconfitto altri due candidati più moderati. Il socialista democratico Donavan McKinney ha poi vinto lo scontro, molto serrato, con il deputato uscente Shri Thanedar per il 13° distretto del Michigan
Dove invece la pressione israeliana ha avuto la meglio sulla candidata progressista e socialista, Cori Bush, è il Missouri stato in cui il procuratore Wesley Bell ha sconfitto la deputata di sinistra nel distretto che comprende Ferguson, la città in cui l’uccisione di un adolescente nero da parte della polizia aveva contribuito a scatenare le proteste di Black Lives Matter del 2014. E a decidere la vittoria di Bell in questo caso è stata ancora una volta l’Aipac.
Se alcuni commenti indicano che la «grande serata elettorale per i progressisti» non si è avverata, e molto dipenderà dal conteggio finale per lo Stato del Michigan, è anche vero che la sinistra più radicale è ormai una realtà che tiene con il fiato sospeso i vertici del Partito democratico. Questi non si erano dovuti confrontare finora, in questi termini, con una tendenza in gran parte nata fuori dal partito, che spesso rivendica la cultura socialista e che sta entrando prepotentemente, dopo i successi di New York, nel dibattito nazionale. Tra l’altro, in Michigan, in una elezione primaria che ha visto ben 1,5 milioni di votanti. La politica Usa è cambiata dai tempi di Bernie Sanders, ma quella che poteva sembrava una stagione temporanea si sta confermando invece una tendenza di fondo. La vittoria di Zhoran Mamdani, poi le varie vittorie alle primarie Dem di New York, la tornata del 4 agosto, spingono tutte in una direzione: ragionare della candidatura di Alexandria Ocasio Ortez alle primarie Dem per le presidenziali del 2028. Mamdani ne ha già parlato e l’eventualità ormai è in discussione. Intanto, in vista del Midterm, il Partito democratico non potrà fare finta di niente, anche nel rapporto con Israele, altrimenti potrebbe ritrovarsi in casa un’altra sconfitta.
Il libro: Un viaggio in busta chiusa
Guardare uno scaffale refrigerato di un supermercato e pensare a come è finita quell’insalata in busta chiusa dentro a un frigorifero può far compiere un viaggio inaspettato. Non immaginario o di fantasia, ma vivo e concreto dentro quella lunga filiera che consente al cibo di finire sulla nostra tavola e di cui spesso non sappiamo nulla. E magari non vogliamo sapere nulla. La ricerca, racchiusa in questo libroInsalata in busta, le fake news del cibo “made in Italy” di Martina Lo Cascio e Mimmo Perrotta, va letto esattamente in questo modo. L’autore e l’autrice, del resto, quel viaggio lo hanno fatto davvero andando a intervistare operatori, industrie, manager e lavoratori o lavoratrici del comparto, con uno stile per niente noioso e anzi, anche suggestivo. Come quando, per parlare di insalate in busta e del loro trasporto a migliaia di chilometri di distanza, ricordano il film di Elia Kazan, protagonista James Dean, La valle dell’Eden, primo tentativo fallito di portare la meravigliosa insalata della Valle di Salinas dalla California a New York usando il ghiaccio.
Da quell’esperimento visionario, molte trasformazioni sono avvenute e ora le insalate non vanno solo a New York ma praticamente ovunque. Il 45% delle famiglie italiane le acquista e compongono il 9% delle vendite dei supermercati che rappresentano in ogni caso il 96% del mercato. Parlare di insalate in busta, quindi significa parlare di come è organizzata la produzione agricola, il settore della logistica, la Grande distribuzione – in Italia i leader Conad, Coop e Selex hanno il 42% della quota di mercato – e anche il modo di consumare. E di utilizzare quindi le risorse naturali.
Il viaggio di Lo Cascio e Perrotta mette in mostra soprattutto i lati oscuri di questo mondo e il più negativo è proprio lo strapotere della Gdo, frutto della supermarket revolution che oggi comporta il potere del buyer rispetto a quello del producer. Dove buyer, però, non è il singolo consumatore, ma proprio il supermercato che impone ai produttori agricoli, differenziati tra loro, prezzi, tempi di lavorazione, financo gli orari di lavoro, sempre più pesanti, dei loro lavoratori e lavoratrici. Si scopre che nel mondo agricolo le condizioni di lavoro, anche quando sono regolari, come in Lombardia, luogo di maggior produzione dell’insalata per buste, riguardano al 90% forza-lavoro migrante, esiste la tendenza a esternalizzare alle “cooperative di comodo” e i contratti sono gestiti da sindacati che molte volte hanno comportamenti “ambigui”. Si scopre anche quanto sia ormai nevralgico il settore della logistica al quale è demandata la necessaria “rapidità” per poter raggiungere in tempi brevissimi – max 48 ore dalla raccolta alla presenza sul bancone del supermercato – della merce per poter onorare quella promessa di “freschezza” che costituisce il servizio aggiuntivo e decisivo per poter conservare il cliente. Tutto questo serve per mangiare dell’insalata già lavata e pronta al consumo, con il corollario di un inquinamento e danno ambientale prodotto dal consumo di acqua, di plastica, di inquinamenti dei camion, che permetta di risparmiare tempo. Tempo che, magari, serve ai singoli consumatori per lavorare di più.
Ecco, aprendo quello scaffale refrigerato, avendo letto questo volume, si vede tutto questo viaggio. Può essere accettato dalla maggior parte di noi, ma magari può essere l’occasione per una riflessione sui modelli di consumo e di produzione agricola rispettosa della natura e della terra. La stessa terra che, in fondo, ci permette di vivere e che non rispettiamo abbastanza.
Gran Bretagna, ancora arresti per Palestine Action

Decine di persone sono state arrestate giovedì 30 luglio fuori da un tribunale di Londra dopo aver espresso sostegno a Palestine Action, un gruppo di protesta bandito come organizzazione terroristica dal governo britannico. Gli arresti sono avvenuti mentre Palestine Action riceveva il via libera per chiedere alla Corte Suprema del Regno Unito di annullare il divieto, in vigore da un anno, che rende l’appartenenza o il sostegno al gruppo un reato punibile con una pena fino a 14 anni di reclusione. La polizia ha fermato i manifestanti che si erano radunati fuori dal tribunale di Westminster gridando “Mi oppongo al genocidio, sostengo Palestine Action”. La polizia metropolitana ha dichiarato che 117 persone sono state arrestate, la maggior parte per “aver espresso sostegno a un’organizzazione illegale“.
Più di 3.000 persone sono state arrestate per azioni semplici come mostrare cartelli con la scritta “Sostengo Palestine Action” da quando il gruppo è stato messo al bando. Più di 1.200 sono state incriminate ai sensi della legge antiterrorismo, sebbene nessuno sia stato ancora condannato.
Il governo ha messo al bando Palestine Action dopo che, nel giugno 2025, alcuni attivisti avevano fatto irruzione in una base della Royal Air Force per protestare contro il sostegno militare britannico all’offensiva israeliana a Gaza. Le organizzazioni per i diritti civili affermano che il divieto e i successivi arresti rappresentano restrizioni ingiustificate al diritto di protestare e alla libertà di parola. “L’utilizzo dei poteri antiterrorismo per reprimere il dissenso va contro i valori democratici e danneggia la libertà di espressione e di riunione in questo Paese”, ha dichiarato Thomas Bell, direttore ad interim per il Regno Unito di Human Rights Watch. “Andy Burnham, il nuovo primo ministro, deve chiedere un ripensamento“. Al momento, il ripensamento di Burnham non sembra sia ancora giunto.