Marx Reloaded, di Salvatore Cannavò
4 Novembre 2026
Midterm, la vittoria dei socialisti; il conto del clima e la disobbedienza operaia
di Salvatore Cannavò

(testo in aggiornamento)

Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo. Questa settimana: come sono andati i candidati di sinistra negli Usa; la crisi climatica nel libro di Ferdinando Cutugno e la ex Gkn contro la repressione.

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Rose socialiste sul Congresso

Ben 221 candidati tra il Congresso, i parlamenti statali e comunali. Alle 9 del mattino i vincenti sono già 74 e 122 sono ancora in corsa. Il sito dei Democratic socialist of America si aggiorna ogni minuto e periodicamente invia una schermata con i volti dei vincitori della grande notte democratica contornati da una cascata di rose. Missione compiuta soprattutto al Congresso. I candidati Dsa vengono tutti eletti a partire dalle componenti della famosa Squad, il gruppo di quattro deputate progressiste-socialiste che hanno rotto il soffitto di cristallo ideologico che impediva a candidati socialisti di entrare nel parlamento statunitense: Alexandria Ocasio-Cortez, al suo quinto mandato, e poi Ilhan Omar, Ayanna Pressley e Rashida Tlaib. L’unica che al momento in cui scriviamo è ancora in ballo nello spoglio dei voti è Angela Gonzales Torres nel distretto di Los Angeles. Ce la fanno, invece, Chris Rabb, deputato statale vincitore al distretto 3 di Philadelphia e che ha avuto l’endorsement di Ocasio Cortez. Vince Melat Kiros, candidata in Colorado, che ha solo 29 anni, ed è nata ad Addis Abeba giungendo negli Usa con una green card. La sua campagna alle primarie era stata molto controversa per alcune dichiarazioni sulla cancel culture, ma vince nettamente e così anche Donovan McKinney, anche lui candidato a Detroit, già sindacalista della Seiu Healthcare Michigan, dal background orgogliosamente working class. Ci sono poi le due candidate di New York, chiaramente sponsorizzate dal sindaco Zhoran Mamdani, Darializa Avila Chevalier, 32 anni, che ha terremotato l’establishment democratico e Clara Valdez che ha promesso “un’età dell’oro per il sindacalismo”. E vince anche Adam Hamawy, veterano dell’esercito americano e acceso critico della guerra israeliana a Gaza, candidato in New Jersey. Non ce l’ha fatta Angie Nixon candidata al Senato in Florida, nella tana di Trump che però perde davvero di misura, 48% contro il 51 del repubblicano Ashley Moody.

Ma la serata vede la vittoria storica del dottor Abdul El-Sayed in Michigan, il primo senatore musulmano e per questo accusato di un essere un terrorista. L’ex direttore sanitario è stato in grado di battere alle primarie dem una candidata moderata, Haley Stevens, che due giorni prima del voto ha dichiarato di voler appoggiare il repubblicano Mike Rogers (ah, i riformisti democratici!). El Sayed vince con il 52% contro il 46 dei repubblicani, una vittoria più che netta, all’insegna delle critiche a Israele, del messaggio sociale e lo fa in uno degli Stati della famosa Rust belt operaia, che in passato ha premiato nelle due elezioni vincenti Donald Trump. La vittoria di El Sayed dice che i Dem possono vincere anche con candidati apparentemente estremi e lo possono fare in luoghi difficili e, in prospettiva, anche per la presidenza. Ocasio Cortez si sta preparando.

Ma altrettanto clamoroso è il successo di James Talarico in Texas che dal 1988 elegge sempre un repubblicano. Talarico stravince con il 55%, fa il pieno del voto dei latinos in uno stato di frontiera che ha bocciato le politiche anti-immigrati del presidente e oggi è a tutti gli effetti un astro nascente dei Dem anche lui possibilmente proiettato alla presidenza. Così come lo è, forse più di tutti, Jon Osoff, senatore uscente in Georgia, il più giovane finora che si è candidato per un secondo mandato ottenuto con il 59%, un trionfo. La campagna elettorale l’ha chiusa con Barack Obama al fianco e all’ex presidente si ispira nella modalità retorica e nei temi oltre che nell’età con cui aspira ad alte cariche.

Vince facile anche Troy Jackson (54%) che si è trovato a correre per il Senato nel Maine dopo che il progressista Graham Platner, inizialmente sostenuto da Sanders, si è dovuto ritirare per le accuse di violenza sessuale. Ha battuto una repubblicana moderata come Susan Collins al suo terzo mandato.

Poi c’è a pattuglia dei “sanderiani” come Randy Villegas nel 22° distretto della California che punta a un sistema sanitario universale (Medicare for All) e che è in testa nello spoglio ma non è stato ancora dichiarato. Sam Forstag, ex leader sindacale e pompiere paracadutista, sta combattendo in testa in Montana così come William Lawrence, cofondatore del movimento progressista Sunrise Movement nel settimo distretto del Michigan. Grande vittoria di Peggy Flanagan , vicegovernatrice del Minnesota, che conquista con il 54% il seggio al Senato. Vince anche Bob Brooks, pompiere in pensione e leader sindacale, eletto nel settimo distretto della Pennsylvania così come Manny Rutinel, ex membro della legislatura statale del Colorado che conquista l’ottavo distretto. Non ce l’ha fatta, invece, l’indipendente, ed ex sindacalista, Dan Osborne al Senato in Nebraska.

La pattuglia dei candidati di sinistra, molti giovani e donne, è un fatto nuovo e rilevante per il Congresso Usa. La vittoria Dem è stata ottenuta con grande slancio, ma il ruolo di questa componente è comunque decisivo e peserà. Si vedrà nelle proposte concrete che verranno portate avanti al Congresso e la loro capacità di modificare l’agenda tradizionale della politica statunitense. Ma si vedrà anche nella contesa interna ai democratici che ormai quasi sicuramente si troveranno un candidato o candidata di sinistra, probabilmente socialista, alle primarie per la presidenza. E così si realizza l’ennesima “astuzia della storia”: la bandiera del socialismo democratico sventola là dove era stata praticamente bandita ed espulsa dalla politica, in quegli Stati Uniti che oggi costituiscono uno dei laboratori politici e sociali più interessanti al mondo.

Libri/Clima, il conto delle responsabilità

Scrivere un libro sulla “rabbia” cercando di tenerla a bada per fare spazio al ragionamento, far filtrare la speranza e cercare di intravedere una strada per uscirne fuori. O per lo meno limitare al massimo i danni, soprattutto per coloro i quali il conto del clima è più salato. Ferdinando Cotugno, giornalista assai esperto di questioni ambientali, scrive questo Chi paga il conto del clima? e fornisce un quadro davvero utile per discutere di come agire, come passare all’azione in nome di quello che lui stesso definisce, in un capitolo finale del volume, “un nuovo realismo ecologico“. Non perché le proposte siano moderate ed elaborate all’insegna del realismo: tutt’altro. Le proposte sono nette e danno una risposta molto chiara alla domanda su chi deve pagare il conto. Così come il volume, nel capitolo sul “proletariato climatico” offre una descrizione assai concreta e realistica, appunto, sul soggetto sovranazionale e molto esteso che deve cercare di vincere questa battaglia contro il cambiamento climatico e i suoi effetti.

Il punto analitico forse più importante è quello che si ricava dal cambiamento delle classi dominanti, e delle aziende più inquinanti, operato rispetto a qualche anno fa quando, ad esempio, il movimento Friday for future prendeva le mosse. Oggi non si nega più il cambiamento – e come si potrebbe dopo gli anni più recenti, i morti per il caldo, le devastazioni sempre più diffuse? – si negano le responsabilità. Ci si nasconde dietro a una narrazione massiccia, grazie anche al controllo di social, stampa, televisioni e poi dietro a pratiche legali confidando anche nella fatica a perseguire gli inquinatori. Per questo Cotugno assegna un grande spazio e ruolo a una figura quasi anonima, Saul Luciano Lliuya che nella città di Huaraz, in Colombia, ha deciso di fare causa a una multinazionale del carbone, la tedesca Rwe, chiedendo un risarcimento di soli 17 mila dollari per coprire la sua quota di responsabilità per la CO2 scaraventata nella città. Causa persa, dopo dodici anni di dibattimento, ma il cui principio legale, comunque, è stato accettato. E non è così un caso che nel frattempo, le cause di risarcimento contro le grandi aziende inquinanti superino la soglia di 3000. Cutugno ne fa un terreno rilevante per una campagna globale, non per ansia legalista, ma perché occorre finalmente dare un volto, colpendone il conto in banca, ai “predatori” del clima creatori di un “nuovo Medioevo“. Anche perché i dati sono impietosi: le 122 aziende energetiche più grandi del pianeta hanno prodotto finora 1400 miliardi di CO2, le 12 aziende più grandi operato 15.000 miliardi di danni climatici. Occorre chiedere il conto.

Ma non si tratta di procedere solo nei tribunali, quanto anche di tassare globalmente l’estrazione di combustibili fossili, colpire i profitti, extra o meno, delle grandi compagnie inquinanti, tassare il traffico aereo più ricco (le stime vanno da un gettito tra i 10 ai 150 miliardi di dollari all’anno) fino alla questione più rilevante: la tassa globale sulla ricchezza in un’ottica di redistribuzione. Perché, e qui c’è la natura sociale dell’analisi contenuta nel libro, il riscaldamento climatico segna “una linea di classe”, non è più un effetto del capitalismo ma “una sua premessa”. Esiste un’organizzazione economica del mondo che si basa sullo sfruttamento di risorse e di lavoro umano e che non ha nessuna remora nell’inquinare di più se questo serve a fare profitti. Questo è il ganglio da aggredire e solo un proletariato ecologico, la parte più vasta della società che più di tutti paga gli effetti del riscaldamento – i dati sono impietosi: “in un quartiere povero il rischio termico aumenta del 50%” oppure “nel Regno unito il rischio di morire per un colpo di calore è più alto del 27% per chi è nero e del 10% per chi è asiatico” – e che misura direttamente il legame intimo tra calore e inquinamento e disuguaglianza. Tanto più che le élite hanno iniziato a progettare la possibilità di vivere meglio, e di più, riservando per sé sole i vantaggi e i privilegi tecnologici (e del resto la “battaglia sui condizionatori” non è cominciata a essere in Europa un tema di politica sociale?). “Si formerà un nuovo movimento per clima” dice Cotugno in chiusura trasformando, così, la rabbia iniziale in speranza. Proviamo a crederci.

Movimenti/ Repressione e libertà nella piana di Firenze

Il Collettivo di fabbrica ex Gkn e il sindacato Sudd Cobas organizzano per il 6 e 7 novembre un momento di “Disobbedienza sana in convergenza sana”. L’iniziativa è motivata dalla torsione autoritaria che “soffoca il diritto allo sciopero e alla lotta”. “La due giorni del 6 e 7” si legge nella convocazione “è resistenza a un modello economico che per sopravvivere ha bisogno della guerra e della repressione interna. Fare obiezione di coscienza nel settore bellico e analizzare le rotte della logistica militare significa colpire il cuore dell’economia di guerra“. Ll’ennesimo Decreto Sicurezza “tocca invece il diritto di sciopero. Di fronte a un potere che tenta di trasformare le legittime rivendicazioni sindacali e sociali in reati penali, la risposta non può essere la rassegnazione“.
Ci saranno così a confronto avvocate e avvocati , comitati territoriali e reti europee per costruire uno scudo collettivo: “Se scioperare e bloccare i licenziamenti diventa un atto di disobbedienza, allora la disobbedienza diventa un dovere“. Tanto più che proprio in questi giorni la Procura di Firenze ha notificato la chiusura indagini sull’azione di “disobbedienza civile” all’aeroporto di Firenze dopo un corteo del 18 ottobre 2025: il risultato è 18 persone indagate, 7 capi d’accusa, pene potenziali fino a 15 anni a seguito dell’art. 655 c.p. che parla di «radunata sediziosa». Il 6 novembre così presso il presidio ex Gkn si svolgerà il dibattito “Una sana diserzione”, con Danilo Conte – avvocato, sul tema dell’obiezione di coscienza a lavorare per il settore bellico, Linda Maggiori – giornalista e attivista, autrice del libro “La logistica delle armi” e Jette Louise – Rappresentante tedesca della rete dello sciopero scolastico contro la leva. Segue cena di autofinanziamento e poi lo spettacolo teatrale E SE TOCCASSE TE? sul nuovo decreto sicurezza. Sabato 7 “Se scioperare è disobbedire: il diritto di sciopero nella torsione autoritaria” con gli avv.ti Letizia Bertolucci, Danilo Conte, Lorenzo Nannipieri, Sara Palandri, Silvia Ventura, Valérie Debernardi (Bureau européen de résistance judiciaire) e i contributi di La France Insoumise e Sindicato de Inquilinas e Inquilinos de Madrid. Alle 15, “piazze contro il carovita”

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