Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo: questa settimana le prossime elezioni in Brasile dove lo scontro è incerto, un nuovo libro sul pensiero di Gramsci e la carovana di associazioni, ong e parlamentari a Cuba.
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Brasile, Lula alla prova decisiva
Il 4 ottobre si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane oltre che di tutti i membri della Camera dei Deputati, di due terzi dei senatori, dei governi dei 27 stati e delle rispettive assemblee locali. Si tratta di elezioni fondamentali, decisive non solo per il Paese più grande dell’America Latina, ma anche per l’intero continente e, visto il ruolo che gli Usa di Donald Trump giocano nell’area, dal valore internazionale. I candidati in lizza sono tredici, ma la sfida si gioca tra due candidati: il presidente uscente, Luiz Inácio Lula da Silva, che a 80 anni si candida per un quarto mandato con il Partito dei Lavoratori (Pt); e Flavio Bolsonaro, 45 anni, membro del Partito Liberale (PL), ma soprattutto figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro il quale si trova ancora in stato di detenzione con l’accusa di aver complottato un colpo di stato nel gennaio 2023.
I sondaggi si aggiornano quasi ogni giorno e se al primo turno indicano un netto vantaggio per Lula, al ballottaggio, dato praticamente per certo, i due candidati sono testa a testa. Bolsonaro conta sui voti maschili, mentre più del 50% delle donne sostiene Lula il quale dovrebbe avere il voto della popolazione nera e meticcia, mentre Bolsonaro quello di coloro che si definiscono bianchi. Lula è molto popolare tra i lavoratori che guadagnano meno del doppio del salario minimo (l’equivalente di 500 euro), Bolsonaro è favorito dalle fasce di reddito più elevate; Lula vince tra i cattolici, Bolsonaro ha il sostegno degli evangelici. Si tratta insomma di una battaglia durissima che mette l’uno contro l’altro due schieramenti sociali mai così nitidamente diversi e contrapponibili.
Lula oltre a puntare il dito contro il disastroso operato della presidenza di Jair Bolsonaro, può vantare dei successi nella lotta contro la fame e la povertà, nel miglioramento dell’accesso all’istruzione e alle università e nel rafforzamento del sistema sanitario pubblico. Se approvata dal Congresso prima della sua elezione, potrà addirittura vantare la riduzione della settimana lavorativa. Bolsonaro sostiene un programma simile a quello di Milei in Argentina, attaccando lo Stato sociale e promettendo tagli alla spesa pubblica. Inoltre, punta a presentarsi come garante dell’ordine pubblico e della repressione: più poteri per la polizia, costruzione di carceri di massima sicurezza, castrazione chimica per i criminali sessuali (la stessa misura che propone Matteo Salvini in Italia).
A contare è anche il rapporto con gli Stati Uniti e quindi il ruolo nella politica estera. Bolsonaro è totalmente allineato a Donald Trump, dicendosi pronto a partecipare allo “Scudo delle Americhe”, una coalizione di 18 Stati latinoamericani sotto l’egida del Pentagono. Lula ha guidato il Brasile all’interno del movimento dei Brics, i paesi del cosiddetto sud globale, ha preso le distanze dalla guerra ucraina, ha cercato di giocare un ruolo più equidistante tra gli Usa e il resto del mondo. Con questo retroterra, Bolsonaro è coerente prosecutore del governo di suo padre con l’obiettivo di attaccare i movimenti sociali – femminista, Lgbtq+, nero, ambientalista – i programmi sociali varati dal Pt, i sistemi pubblici di sanità e istruzione e il sistema pensionistico. E sembra poter contare sul sostegno di un’ampia maggioranza della classe dirigente brasiliana che non ha ancora digerito il consolidamento del regime democratico avviato dai governi di Lula e le sue riforme sociali. Il bolsonarismo ha comunque una componente di massa, è molto forte dentro la classe media composta da piccoli proprietari immobiliari e commercianti. E le indagini sociologiche e statistiche indicano anche una presa all’interna del movimento dei lavoratori e lavoratrici che nelle fasce più povere sono legate, anche sentimentalmente, a Lula mentre nelle fasce con redditi più elevati guardano con favore l’estrema destra.
Dicevamo del ruolo di Trump. Il governo statunitense ha già imposto una tassa del 37,5% su diversi prodotti brasiliani, mentre il Dipartimento di Stato continua a interferire con accuse di terrorismo a componenti brasiliane – come il Primeiro Comando da Capital (Pcc) e il Comando Vermelho – seminando dubbi sulle elezioni e sul voto elettronico e facendo leva sull’Argentina di Milei. Il Brasile è un gigante territoriale ma ormai anche economico e viene visto come un obiettivo per il nuovo imperialismo statunitense che ha deciso di tornare, con l’attacco fuorilegge al Venezuela, alla dottrina Monroe, ribattezzata Donroe, per cui l’America latina è il “cortile di casa”.
In questa battaglia la sinistra brasiliana è sostanzialmente unita. Oltre al Pt, a sostenere Lula c’è anche il giovane partito Psol (Socialismo e libertà) che ha ormai una salda consistenza parlamentare e che ha votato quasi all’unanimità a favore dell’intesa elettorale, senza tuttavia approvare il programma di governo di Lula e quindi mantenendo una sua autonomia. Tra l’altro, la proposta di una parte del Psol di formare una federazione con il Pt è stata respinta dal 75% dei membri del Comitato nazionale. In questo caso, la logica è quella più tradizionale: marciare divisi e colpire uniti.
Libri/ Alla scoperta della sinfonia gramsciana
“Immaginiamo per un attimo un lettore totalmente ignaro della storia editoriale dei Quaderni del carcere, che si recasse in archivio per affrontare lo studio di questa importante opera del pensiero filosofico e politico. Immaginiamo, una specie di anno zero della filologia gramsciana, una situazione simile a quella in cui dovette trovarsi Tatiana (Schucht, sua cognata, ndr.), dopo la morte di Gramsci, quando cominciò a guardare e a sfogliare i quaderni e a farne una prima classificazione: lì numerò, infatti, con cifre romane riportando su una etichetta incollata in alto a destra il numero delle carte che risultavano scritte da Gramsci“. Da quella impresa di Tatiana, fondamentale per il recupero e la consegna ai posteri dell’opus magnum di Antonio Gramsci, è passato moltissimo tempo e l’opera gramsciana è stata riordinata, ripresentata e sistematizzata. Ma Marcello Musté, ordinario di filosofia alla Sapienza di Roma, autorevole studioso marxista, ha scritto Il pensiero di Gramsci, pensando ancora a quel lettore ignaro. Non solo per la ricostruzione puntuale delle varie fasi in cui i Quaderni sono stati scritti, ordinati e pensati dal dirigente comunista morto in carcere, ma soprattutto per la loro esposizione seguendo lo sviluppo dei concetti e delle categorie ormai fondamentali nel pensiero politico, non solo di sinistra e marxista, sulla base della cronologia.
Non è facile orientarsi in questo senso perché quei documenti furono scritti in anni di carcere in cui Gramsci dipendeva dalle scelte della direzione penitenziaria, tanto da dover suddividere in due, tre o quattro parti i fogli avuti a disposizione per poter lavorare su piani diversi. Difficile è stato nel tempo individuare questi intrecci: Musté ci aiuta a orientarci tra la prima suddivisione in quattro temi e poi, nel carcere di Turi, quando gli venne concesse l’autorizzazione a scrivere (8 febbraio 1929), la prima classificazione in sedici “argomenti principali” per poi giungere al piano di 22 saggi principali fino alla “svolta più importante nella storia interna ai Quaderni” nell’aprile 1932, con la decisione di distinguerli tra “speciali” (17 quaderni) e “miscellanei” (12) scritti complessivamente tra il 1929 e il 1935.
Non si tratta qui di una riordinazione archivistica, anzi si tratta di ordinare il materiale – che ancora è vincolato al lavoro di sistematizzazione che fece Valentino Gerratana nel 1975, ma in larga misura risente ancora dell’uso politico che dei Quaderni fece il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, subito dopo la Seconda guerra mondiale, soprattutto per giustificare la sua “via italiana al socialismo” – per seguire quello speciale “laboratorio work in progress” che i quaderni gramsciani hanno rappresentato facendo del suo autore, scrive Musté, un pensatore “attento alle trasformazioni mondiali del proprio tempo“, uno studioso “dei mutamenti del capitalismo mondiale” in grado di fondare una nuova filosofia. Il conio di concetti come “egemonia“, “blocco storico“, l’attenzione all’evoluzione storica degli “intellettuali“, l’osservazione minuziosa dell'”americanismo“, costituiscono i tasselli di questo pensiero originale. Che si forma, certamente, nel “garzonato universitario” torinese, ma presto, dovendo fare i conti con gli effetti della Grande guerra e con la crescita inarrestabile di quella bestia rappresentata dal nazionalismo, a cui si oppone fin dalla gioventù, forgia nel movimento socialista e in particolare nella lotta di classe torinese le sue armi più raffinate: l’analisi e la capacità di divulgarla. La realizzazione dell’Ordine nuovo, poi la fondazione dell’Unità nel 1924, stanno lì a testimoniarlo.
Ma i Quaderni del carcere rappresentano l’espressione massima di quel pensiero, peraltro in uno stato di detenzione, senza rapporti con il mondo esterno, costretto a elemosinare non solo i libri da leggere, ma anche la carta da scrivere. La suddivisione dei temi, sintetica e rapida, permette di districarsi nell’intreccio di capitoli, paragrafi e note. Musté riesce a collegare i temi fondamentali in quella costellazione analitica che da senso alla filosofia gramsciana. Un pensiero non consegnato alla storia ma che continua a dire molto. Il tema della “egemonia” pone il problema del rapporto tra soggetti politici, collettivi, e lo Stato e pone, contestualmente, una relazione con gli intellettuali che sarà un rovello costante dell’opera di Gramsci perché l’egemonia culturale, il suo lascito forse più incisivo, attiene esattamente alla “Direzione politica di classe prima e dopo l’andata al governo“. Si tratta di combinare costruzione di un soggetto collettivo – e sarà il “moderno Principe” dedotto dallo studio costante che farà di Machiavelli – e gestione e ruolo dello Stato, non inteso più come sola istituzione ma come “società politica” che si amplia alla “società civile”. Si tratta quindi di capire esattamente cosa sia il “blocco storico” e come la “quistione meridionale” sia un problema di tutta la Nazione in termini di una coscienza collettiva che all’Italia, a differenza della Francia giacobina, è mancata. E così via, rimbalzando, approfondendoli, nei concetti più difficili e in quelli più noti. Un libro che aiuta a comporre una sinfonia gramsciana, particolarmente meritorio in questa fase di chiaroscuri in cui, citando il grande pensatore italiano, “nascono mostri”.
Movimenti/La carovana degli aiuti in una Cuba strangolata
Si è recata a Cuba nell’ultima settimana di settembre, la Carovana istituzionale di solidarietà italiana, composta da parlamentari, rappresentanti delle istituzioni locali, organizzazioni della società civile, sindacali, della cooperazione e giornalisti. I delegati e le delegate hanno portato oltre 500 kg tra farmaci e materiale scolastico, acquistati grazie alla campagna “Energia per la Vita”, per rompere l’isolamento imposto dal blocco statunitense.
“Siamo a Cuba per esserci, non per assistere da lontano a una crisi che ha responsabili precisi” ha scritto in diretta dall’isola il presidente dell’Arci, Walter Massa, sui propri social. “Il blocco statunitense sta soffocando un intero popolo. Va chiesta con forza la fine dell’embargo e il pieno rispetto del diritto del popolo cubano all’autodeterminazione. Per questo siamo qui.” La carovana ha incontrato le Nazioni Unite, l’Asamblea del Poder Popular, il Ministero degli Esteri cubano, organizzazioni sindacali e sociali (CTC, FMC, CDR) e realtà culturali come UNEAC e Casa de las Américas, oltre a visitare l’ospedale Calixto García e alcune scuole, tra le strutture colpite dalla crisi. “500 mila cubani – scrive ancora Massa – dipendendo dalle cisterne d’acqua per sopravvivere. E rispetto al tema acqua non c’è più solo un problema di quantità ma di qualità. Senza energia non puoi purificare l’acqua“. Ma in 9 mesi a Cuba è arrivata una sola petroliera e quindi si è arrivati al 74% di deficit energetico con 30/40 ore di blackout consecutivi, il 73% delle strutture alberghiere chiuse, una riduzione del Pil in un anno del 15%, l’inflazione al 25% e al 36% sui prodotti alimentari, una mortalità infantile aumentata dal 3% al 9% in poco più di un anno. La carovana è stata ricevuta anche, in via informale, dal presidente cubano Miguel Diaz Canel che ha ringraziato per l’impegno e la vicinanza ai cubani, sottolineando come l’Unione delle forze che abbiamo messo in campo per organizzare la Carovana è la modalità giusta.