Marx Reloaded, di Salvatore Cannavò
29 Luglio 2026
C'è un dentista in Danimarca, la Terra e la sua Internazionale, i sondaggi che escludono la sinistra
di Salvatore Cannavò

Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo: questa settimana le cure dentistiche in Danimarca, il libro L’Internazionale della Terra e il caso dei sondaggi senza sinistra radicale.

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I denti del “campo larghissimo” danese

In pochi hanno fatto caso che un governo di sinistra formato da un “campo larghissimo” governa da un paio di mesi la Danimarca. Dopo la flessione elettorale dello scorso marzo, che l’ha comunque confermata come primo partito del Paese, la leader socialdemocratica Mette Frederiksen ha potuto formare solo a giugno scorso un governo con il Partito popolare socialista (una formazione che in passato è stata una scissione del Partito comunista) con i liberali di Venstre, ma anche con i Moderati formati dall’ex Primo ministro Lars Løkke Rasmussen che per un momento è sembrato ambire alla carica di primo ministro.

Nonostante un’alleanza già larga, questa coalizione non ha comunque la maggioranza in Parlamento e nonostante la Danimarca abbia una solida tradizione di governi di minoranza, alla fine è servito anche l’appoggio del partito Enhedslisten, l’Alleanza Rosso-Verde che con il suo 6,6% ha portato la dote di seggi necessaria pur non entrando al governo. «Rimanere fuori dal governo è stata una scelta consapevole da parte nostra – ha scritto su Jacobin il portavoce di Enhedslisten, Pelle Dragsted. per evitare di perdere la nostra indipendenza politica e di essere coinvolti in politiche che non condividiamo». Nello stesso articolo, in ogni caso, Draghsted, ha voluto rimarcare un importante successo ottenuto dal suo partito: le cure dentali gratis per tutti. «Abbiamo ottenuto un piano per rendere le cure dentistiche gratuite per tutti nei prossimi dieci anni, con la prima fase che inizierà durante questa legislatura e riguarderà circa un quarto della popolazione, ovvero circa due milioni di persone. Si tratta della più grande espansione dello stato sociale danese degli ultimi decenni e, per quanto ne so, l’unico esempio di cure dentistiche universalmente gratuite al mondo, a parte Cuba». Il fatto che anche nei paesi del glorioso stato sociale si debba esultare per aver ottenuto di non pagare il dentista la dice lunga sullo stato sociale europeo. Ma la vittoria è evidente e insieme a questa l’Alleanza della sinistra radicale vanta anche la riduzione del 50% dell’Iva sui prodotti alimentari, il trasporto gratuito per tutti i giovani fino a 22 anni di età e un piano per alloggi sociali e conversione di alloggi privati in affitto a cooperative abitative. Il governo però ha dovuto accontentare anche l’ala moderata con un piano di riduzione delle imposte alle imprese e con la scelta di Frederiksen di non toccare la legislazione molto restrittiva sui migranti. Senza contare che la sinistra non ha avuto intenzione di ostacolare la politica estera danese ormai fedelmente atlantica ma anche stressata dalle avances di Donald Trump sulla Groenlandia. Una sfida che va comunque seguita e che al momento permette di poter andare, sia pure ancora al 25% della popolazione, senza dover accendere un mutuo.

Il libro: il Koinocene ci salverà

Ci sono mille e una ragioni per mettere la questione climatica al centro di ogni agenda politica in ogni parte del pianeta. In questi giorni, in Europa, basterebbe l’eco degli incendi devastanti che stanno colpendo la Spagna e soprattutto la Francia, per non avere dubbi su questa priorità. Eppure l’ecologia, il bene della terra, il futuro dell’umanità non alberga nei cuori di chi dirige il mondo, anche perché non è questione che riguarda le prossime, imminenti (in ogni paese è lo stesso) elezioni. E invece l’obiettivo finale dell’umanità sul pianeta terra dovrebbe essere il «sumak kawsay», come dicono i popoli indigeni delle Ande nella loro lingua madre» ci ricorda Giuseppe De Marzo in questo suo volume L’Internazionale della Terra. Il “buen vivir” che la cultura indigena dell’America latina ha esportato nel reticolo degli ambienti climatici e che fatica ad affermarsi come bussola di una visione di lungo periodo. Basti pensare che all’ultima Cop di Belem, nonostante i movimenti e gli scienziati abbiamo dimostrato che, dall’Accordo di Parigi, che fissava in 1,5° la soglia limite da non oltrepassare entro fine secolo, la temperatura del pianeta è già cresciuta di 1,7°C. E nel documento approvato al termine della Cop non è stata inserita la “Roadmap per il Transitioning away dai combustibili fossili“, proposta dalla presidenza brasiliana a dimostrazione della fatica che costa fare dei passi avanti sulla strada della mitigazione del clima.

De Marzo non fa solo un discorso ambientalista ma, anzi, lega il problema all’insieme delle politiche che caratterizzano oggi i principali paesi del mondo. Politiche di austerity e che favoriscono una disuguaglianza mai vista prima e soprattutto politiche di guerra. Anzi, indica proprio nel “partito unico della guerra e della crescita economica“, intesa come sviluppo a ogni costo, il problema principale da affrontare. «Il problema non è “verde”, scrive De Marzo: «Non basta certo una mano di vernice per intervenire su un paradigma così consolidato. La questione è innanzitutto culturale. Serve un cambiamento profondo che riaffermi le priorità sociali da portare avanti». É venuto il momento di andare oltre lo «sviluppismo» imposto dalla crescita economica «esplorando il pluriverso delle alternative»

Queste non posso che basarsi su un progetto di riconversione ecologica «pianificata, inclusiva, equa, partecipata e pubblica». Ma la speranza poggi sui «movimenti del post-sviluppo» e sulla loro capacità di creare alternative al tecnocapitalismo. Non sarà certo la «democrazia morente» e una politica del tutto inadeguata a portarci fuori dalla secca. Anche perché «There is no middle ground», non c’è spazio per compromessi, serve radicalità e nettezza che tanta paura fa alle forze progressiste. Da qui la proposta del libro, «l’Internazionale della Terra» in cui la risposta “somos nòs“, siamo noi, come dicono i movimenti indigeni del Brasile che hanno rilanciato questo slogan proprio durante le giornate fallimentari della cop30 di Belem. Un Internazionale tutta da costruire che non riguarda solo le grandi reti internazionali che si incontrano nei vari Forum alternativi, ma anche le reti e le mobilitazioni di difesa e salvaguardia dei territori che si muovono a livello nazionale – nel libro non si fanno sconti a giunte di sinistra come Roma e Milano nei loro processi di speculazione sulle rispettive città – e che avrebbero bisogno di incontrarsi con altre reti e movimenti come il no alla guerra, i movimenti sindacali, la grande speranza aperta dalla Flotilla. Uno sguardo globale, insomma, come nella migliore tradizione dei movimenti degli ultimi venti anni. C’è lo spazio anche per suggestioni utopistiche sul tipo di mondo a cui aspirare: il Koinocene, la nuova utopia ecologica che si potrebbe tradurre in “comunanza“: «Descrive un tempo in cui gli esseri umani riconoscevano e valorizzavano le relazioni con tutte le altre comunità della vita. Un paradigma culturale esattamente opposto a quello del Capitalocene».

I sondaggi italiani senza la sinistra

Se si guardano i vari sondaggi che ormai regolano la politica italiana più di ogni altra variabile ci si accorge chiaramente di un vizio, una deformazione che andrebbe quanto meno corretta. L’importanza dei sondaggi è chiaramente visibile dal fenomeno Vannacci la cui ascesa nelle rivelazioni statistiche incide attivamente sullo scontro politico: il governo di destra si radicalizza, la Lega entra in crisi, Giorgia Meloni va in fibrillazione, i progressisti seguono l’andamento nella convinzione (illusione) che quella frattura a destra finirà per fare loro del bene e così via.

Occupandosi questa newsletter di sinistre varie ci chiediamo allora perché nelle rilevazioni non sia mai presente proprio la sinistra più radicale. Ci sono due partiti che hanno già annunciato due scelte opposte: Potere al popolo costruirà uno schieramento alternativo all’attuale coalizione progressista in qualunque modo questa si vorrà presentare mentre Rifondazione comunista, per bocca del suo segretario Maurizio Acerbo ha dichiarato l’intenzione di far parte di una “alleanza per la Costituzione” senza aspirare al governo in caso di vittoria. In quest’ultimo caso, si tratta di una proposta che ha lacerato in profondità quel partito (la decisione è stata assunta con un voto di scarto) con la minoranza che chiede una consultazione preventiva degli/delle iscritti/e mentre la maggioranza assicura che prima di siglare un accordo elettorale l’ultima parola spetterà proprio alla base.

Ce n’è abbastanza allora per indicare nelle rilevazioni entrambi i partiti – tanto più che PaP si è già presentata più volte alle elezioni – uno in coalizione l’altro no, e vedere quanto riescono a ottenere in termini di consensi. Non è una ipotesi astratta, ma politicamente concreta e quindi rilevabile. Tanto più che, come proprio i sondaggi indicano, le prossime elezioni si giocheranno al fotofinish, e forse anche uno zero virgola potrebbe fare la differenza.

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