Marx Reloaded, di Salvatore Cannavò
24 Giugno 2026
Mamdani vince ancora, l'altra sinistra tedesca e i Giacobini neri
di Salvatore Cannavò

Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo: questa settimana i successi di Mamdani alle primarie di New york, la nuova sinistra tedesca che sfida la Spd, e il ritorno dei Giacobini neri.

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Mamdani socialist king of New York

Alle primarie per il Congresso degli Stati Uniti che si sono svolte martedì 23 giugno, il sindaco Zohran Mamdani, il socialista eletto lo scorso anno, ha visto i candidati da lui sostenuti trionfare contro l’establishment del Partito democratico. Mamdani è riuscito a far vincere, mettendo il peso della sua forza, due candidati dei Democratic socialist of America oltre a rafforzare la componente più di sinistra dei Dem. Le due candidate socialiste sono Claire Valdez e Darializa Avila Chevalier, mentre anche Brad Lander, l’ex revisore dei conti della città, ha vinto la sua corsa nel 12° distretto.3

Mamdani si è presentato alla festa per la vittoria a Brooklyn, dove i sostenitori hanno urlato slogan come “Palestina libera, libera” e “Dsa” e il sindaco di New York ha dichiarato che quello che si apre è “un nuovo capitolo nella storia del nostro partito”. “Un anno fa non si trattava della fine di un movimento politico“, ha affermato. “Era l’inizio.”

Come nota il New York Times il risultato “ha dimostrato la forza del sostegno al sindaco, la sua perspicacia politica e la sete di ribellione degli elettori, più che la fedeltà all’amministrazione in carica“. Mamdani è riuscito a battere i candidati sostenuti dalla governatrice Kathy Hochul e dal deputato Hakeem Jeffries che costituiscono i perni del controllo Dem sulla città. E ha descritto le vittorie come la prova che il suo movimento politico non era un’anomalia. “La vecchia politica che ci ha portato in questa crisi non è la politica che ci farà uscire da questa crisi“, ha detto Mamdani.

L’altra sinistra tedesca si prepara

L’altra sinistra tedesca si prepara a essere il partito fondamentale del mondo del lavoro in grado di scalzare la storica Spd. Parliamo della Linke, il partito della Sinistra, che ha tenuto il suo congresso domenica scorsa a Potsdam e in cui si è manifestata una certa confusione interna, ma anche una dimostrazione di salute e di volontà di crescita. Del resto, i sondaggi sono chiari: l’ultima rivelazione Forsa, del 23 giugno, indica la Spd al 12% e la Linke solo a un’incollatura, l’11%. I due partiti sono già appaiata – i Verdi salgono al 15% – e quindi parlare di sfida a sinistra è lecito.

La Linke è arrivata al congresso forte della crescita elettorale impetuosa avuta già dalle scorse elezioni europee e poi da una forte crescita di militanti soprattutto giovani, donne, e molto radicalizzati. Età media dei delegati, 37 anni, il 53% donne e la metà alla sua prima esperienza. Se n’è avuto il riflesso nel dibattito su Israele e Palestina, tema più che delicato in Germania e in cui la sinistra ha sempre avuto una posizione più morbida rispetto a quella di altre sinistre radicali europee. Per gestire il dibattito e le differenze interne, la discussione è stata costruita con la presenza di due oratrici esterne, Aida Touma-Sliman, attivista palestinese per i diritti delle donne e che siede alla Knesset per la coalizione di sinistra Hadash e Vered Berman, ebrea di Berlino, responsabile per la lotta all’antisemitismo presso l’Università di Scienze Applicate Alice Salomon. Ha perso la madre in un attentato di Hamas quando aveva 19 anni. Un chiaro segnale di non voler costruire una contrapposizione mortale che porta al compromesso finale del congresso sul tema, un testo in cu l’ala filo-Gaza e coloro che sottolineano la responsabilità storica della Germania nei confronti di Israele sostengono che «il Partito della Sinistra definirà esplicitamente i crimini di guerra di Israele come genocidio e affermerà il diritto all’esistenza di Israele e di uno Stato palestinese. I crimini di Hamas saranno condannati con la stessa chiarezza delle guerre di Netanyahu». Un equilibrio che inserisce però la condanna del genocidio e che genera la protesta della comunità ebraica tedesca mentre i giovani filo-palestinesi, non condividendo il compromesso, hanno comunque richiesto la votazione sul proprio documento e ottenendo il voto di un terzo dei delegati.

Ma c’è un altro tema che ha tenuto banco, apparentemente “populista”, ma significativo di una nuova idea di partito. Con il 65% dei voti favorevoli, infatti, i delegati hanno approvato la proposta che i parlamentari, dalla prossima legislatura, non guadagnino più della retribuzione media di un dipendente pubblico del governo federale, come previsto dal contratto collettivo. Dovrebbe trattarsi di 5.300 euro lordi, quindi 2800-3000 euro netti. Gli importi superiori a tale cifra saranno destinati a un fondo sociale. Esiste tuttavia anche la possibilità di eccezioni.
La sorpresa del congresso ha riguardato l’elezione della nuova leadership, due esponenti, un uomo e una donna. Ma se Ines Schwerdtner ha ottenuto l‘85,7% dei voti, facendo meglio rispetto alla sua prima elezione nel 2024, Luca Pantisano – di cui, a causa delle origini italiane si è parlato molto sulla stampa italiana – si è fermato al 53,3%, un voto vissuto quasi come una sfiducia. Eppure i due candidati alla co-leadership ha recitato un copione analogo: «Fuori dalla bolla, dentro le fabbriche», ha detto Schwerdtner secondo la quale Merz sta mettendo in atto «la più grande rapina sociale dai tempi dell’Agenda 2010 e una spietata politica di austerità». Secondo Pantisano il partito deve essere la voce degli arrabbiati: «Voglio spalancare i cancelli delle fabbriche alla Sinistra».

Ma Pantisano ha probabilmente pagato il fatto di essere un candidato calato dall’alto e in più ha dovuto rimediare a una sorta di gaffe politica quando, pochi giorni prima del congresso, aveva paragonato la Cdu, il partito del cancelliere Merz, ai fascisti facendo scattare la protesta nell’ala orientale del partito che potrebbe trovarsi a dover fare alleanze anche con la Cdu in chiave anti-AfD, il partito di estrema destra. Pantisano si è così trovato al centro di uno scontro strisciante tra le due ale estreme del partito, quella governativa e quella più radicale e anticapitalista che in realtà chiedeva una dichiarazione di incompatibilità con la Cdu. Il tema si ripresenterà alle elezioni del Land della. Sassonia-Anhalt regione in cui la Linke, come ha detto Schwerdtner “potrebbe dover prendere decisioni difficili“. Difficoltà di armonizzare orientamenti diversi, provenienze regionali, da est a ovest, molto diverse politicamente, renderanno ancora lunga la strada del consolidamento della Linke. Che però potrebbe essere l’attore politico decisivo in chiave anti-AfD. Il congresso si è concluso, in ogni caso, con un afflato unitario sulle note dell’Internazionale.

Libri/ Lo sguardo dei giacobini neri

«La storia della rivoluzione di Haiti dobbiamo assumerla come simbolo dell’intera serie di rivolte delle genti nere nel Nuovo Mondo». La dichiarazione di C.L.R. Jameson, autore di Giacobini neri, la storica ricostruzione della rivoluzione haitiana di fine ‘700, che vede di nuovo la luce grazie alla nuova traduzione di Tangerin, è riportata nella prefazione a cura di Sandro Mezzadra ed è del 1968. Tempi in cui la questione “nera” diventa esplosiva e in cui l’intuizione di Jameson assume tutta la sua politicità e contemporaneità. Non a caso, in appendice di questo storia meravigliosamente scritta, si trova il testo Da Toussaint Louverture a Fidel Castro in cui viene tracciato un filo di continuità tra il protagonista della rivoluzione haitiana e quello della rivoluzione cubana in nome di una “ricerca caraibica dell’identità nazionale” e di una comune natura “indo-occidentale”: «Ovunque siano esistite piantagioni e schiavitù, scrive Jameson, queste hanno imposto un modello».

Il libro è quindi uno spartiacque che getta una luce del tutto nuovo sul colonialismo e sulle forme di liberazione e di ribellione contro quel modello in nome, ecco l’altra importanza del testo, dell’autonomia degli schiavi e della loro capacità di “autodeterminazione”. Il libro è del 1938, tempi in cui nel pensiero marxista occidentale a dominare è lo stalinismo. Jameson sceglie invece Trotzky alla cui Storia della Rivoluzione russa si ispira fortemente. Come ricorda Paul Buhle, autore di C.L.R. James: The Artist as Revolutionary, «I giacobini neri, quando è uscito nel 1938 ha aperto un campo di studi completamente nuovo, decenni prima del lavoro di storici marxisti come Edward Thompson o Christopher Hill». L’idea di fondo è che gli schiavi si siano liberati da soli e questo lo iscrive nel solco di quella storiografia centrata sulla soggettività degli oppressi, anche quando vengo vinti, come fu Louverture, dalla potenza dominante (in questo caso Napoleone): «James stava raggiungendo una conclusione a cui nessuno era arrivato prima nel movimento marxista. Nemmeno Trotsky».

Ma il valore del testo è anche il suo contributo a un’altra lettura della modernità, perché la rivoluzione haitiana, rivolgendosi contro la Repubblica francese, pone in questione l’illuminismo progressivo e la rivoluzione, come scrive Mezzadra, «deve essere arricchita e decentrata» e in ogni caso resa più contraddittoria. Questo approccio si rifletteva nelle considerazioni di Remeike Forbes, il direttore creativo della rivista Jacobin che utilizzò come logo iniziale il profilo di un giacobino nero: «La rivolta degli schiavi colpì l’illuminismo occidentale al cuore delle sue contraddizioni. Prendendo il mantello dell’illuminismo e facendo di quest’ultimo un autentico progetto di emancipazione umana, quei rivoltosi spiazzarono, spaventarono e sconfissero ogni impero presente in quell’area. É difficile trovare un migliore significante di universalismo della rivoluzione haitiana».

Il libro, dopo la prima pubblicazione, fu sostanzialmente dimenticato ma fu il grande redattore e poi editore André Schiffrin, a farne negli anni Sessanta un libro di testo principalmente per i corsi universitari. Sull’onda del movimento per i diritti civili degli Stati uniti nel 1963 uscì la nuova edizione e venne adottato nei corsi di storia. Da lì diviene un grande classico, un libro che aiuta a guardare anche alla realtà attuale contrassegnata di nuovo dal “dominio” di sapore imperialistico e colonialistico, che la “dottrina Trump” sta riattivando soprattutto in America latina – Cuba non è di nuovo nel mirino? – e forse, come suggerisce Mezzadra, «addestra il nostro sguardo a cogliere le potenzialità celate».

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