Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo. Questa settimana: il quadro delle manifestazioni nei paesi europei, “Eravamo comunisti”, il libro di Massimo D’Alema e la manifestazione di Taranto per la chiusura dell’Ilva e la riqualificazione del territorio
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La protesta dilaga in Europa: colpa dei russi?
“Il popolo ha fame…dategli coprifuoco”. Il vecchio adagio della Rivoluzione francese riferito a Maria Antonietta – “il popolo ha fame, mangino brioches” ma probabilmente non è vero – può essere riadattato per tutti i governi europei. La rivolta giovanile e sociale, infatti, al di là delle sue forme, più o meno “violente” attraversa il continente nelle sue diverse latitudini e nei suoi diversi governi, di destra o di sinistra che siano. Ed è difficile non vedere nel tema del costo della vita, della riduzione del taglio sociale, del welfare europeo, nelle sue diverse modalità, il filo comune di queste proteste. A cui la Francia risponde con l’ipotesi di coprifuoco locali mentre l’Italia sta per predisporre una misura di inasprimento repressivo, la settima da quanto il governo è in carica.
In Italia i fatti sono noti. Le proteste indette per i 17 ottobre da una non meglio precisata siglata “L’Italia in piazza” ha visto gli assalti ai negozi a Milano e in misura minore a Torino e Bologna. In altre città, ad esempio Roma, l’indizione non ha visto nessuno in piazza. A Milano sono state centinaia i fermati, la maggior parte minorenni, sia di seconda generazione che italiani. Ma la protesta del 17 è anche coincisa con la manifestazione nazionale indetta dalla Via Maestra, la rete di associazioni intorno alla Cgil, e si aggiunge alla giornata di sciopero studentesco del 16 ottobre che ha visto scendere in piazza decine di migliaia di giovani mentre si annunciano già due scioperi generali: il 30 ottobre, indetto dal sindacato Usb e poi il 20 novembre, giornata di mobilitazione studentesca europea, lanciato in Italia dalla Cgil. E poi c’è lo sciopero degli autotrasportatori che dura ormai da diversi giorni con il blocco di strade e caselli autostradali in Calabria e Campania, per protestare soprattutto contro il costo del carburante.
L’epicentro delle proteste è però in Francia dove la mobilitazione studentesca, mai così massiccia probabilmente dal 1968, si è intrecciata alle proteste sociali, in particolare quelle dei Gilet gialli, sia pure oggi organizzate in forma molto diversa. Anche qui, l’apice si è avuto il 17 ottobre con una manifestazione di massa nella quale circa 800 mila persone hanno manifestato in tutta la Francia. Il governo ha cercato di dare risposte abbozzate agli studenti – che protestano soprattutto per le strutture fatiscenti, la mancanza di docenti, le condizioni arretrate, soprattutto nelle scuole delle periferie, e la mancanza di un percorso scolastico davvero inclusivo e non riservato alle élite. Il movimento francese ha visto la reazione molto dura della polizia e anche azioni di assalto ai negozi a cui il governo ha risposto con la proclamazione, localizzata, del coprifuoco. Sul piano politico si è poi utilizzata la crisi sociale per attaccare duramente l’unico partito che le stando solidarietà, la France Insoumise, accusata di strumentalizzare la rivolta.
In Belgio, sull’onda delle manifestazioni francese, alcune centinaia di persone sono scese in piazza a Bruxelles e Liegi sabato 17 ottobre. Liegi è la città vallona dove il 1° ottobre è iniziato un movimento di studenti delle scuole superiori belghe . Il numero dei partecipanti era inferiore rispetto alle precedenti manifestazioni, in particolare quella del 9 ottobre che, oltre ai movimenti giovanili, aveva radunato decine di migliaia di persone a Bruxelles per protestare contro le misure di austerità del governo federale. Anche qui si sono verificati scontri molto duri. La polizia di Bruxelles e Liegi ha effettuato quasi 200 arresti, tra cui oltre 25 minorenni. Nella capitale, i manifestanti hanno eretto barricate, lanciato oggetti e dato fuoco a biciclette e scooter vicino alla stazione ferroviaria di Midi. Nel quartiere di Marolles sono state incendiate anche delle auto e sono state infrante le vetrine della sede di Bruxelles del Partito socialista.
La Spagna vede ancora la continuazione del movimento nato sull’onda dello sfratto subito dall’anziana Maricarmen, poi morta nei giorni scorsi, e ancora adesso sono centinaia le tende installate a Puerta del Sol, nel cuore di Madrid, ma anche nelle piazze di altre città. I manifestanti, che si sono accampati il 26 settembre, chiedono provvedimenti contro l’impennata degli affitti e le difficoltà di accesso agli alloggi, temi che sono diventati una delle questioni principali delle elezioni generali anticipate del 29 novembre indette anticipatamente dal premier socialista Pedro Sanchez. A Madrid, poi, gli insegnanti sono in sciopero a tempo indeterminato dal 14 ottobre, chiedendo aumenti salariali e classi meno numerose. Lunedì mattina, circa 200 di loro hanno bloccato un’autostrada nella capitale. Tutto questo punta alla giornata dell’11 novembre quando, dopo tanti anni, è stato convocato unitariamente uno sciopero generale.
L’11 novembre sarà sciopero generale anche in Portogallo, proprio in coordinamento con il movimento spagnolo. Anche qui a muovere la mobilitazione è la crisi abitativa. Lunedì, decine di tende hanno occupato Piazza Rossio, nel cuore di Lisbona, e Piazza Dom João I a Porto. Decine di migliaia di persone hanno manifestato nella capitale per chiedere aumenti salariali e pensionistici in risposta al crescente costo della vita. Il malcontento è alimentato dall’impennata dei prezzi degli immobili, più che raddoppiati dal 2017.
La mobilitazione in Albania è quella più “antica”, scoppiata circa cinque mesi fa contro l’accordo siglato dal premier Edi Rama con il genero di Donald Trump, Jared Kushner per la costruzione di un resort di lusso in un’area costiera protetta. Le manifestazioni sono state imponenti, ma non hanno avuto nessun ascolto da parte del governo. Così, la scorsa settimana, a inizio dell’anno accademico, gli studenti sono nuovamente scesi in piazza con manifestazioni molto dure prendendo d’assalto ministeri e uffici governativi, distruggendo insegne e incendiando negozi. La polizia ha risposto con manganelli, gas lacrimogeni e cannoni ad acqua. Centinaia di persone sono state arrestate. La mobilitazione, a meno di una ritirata studentesca, ha ormai come posta in gioco lo stesso governo Rama chiamato a scegliere se tenere una linea dura, concedere qualcosa ai manifestanti o, addirittura, dimettersi.
Un fallimento annunciato. Si tratta della radiografia di un fallimento generale delle classi dirigenti europee. La più eclatante è quella di Emmanuel Macron che lascia i suoi dieci anni di presidenza accerchiato dal ludibrio popolare e dalla contestazione più dura. E meno male che voleva modernizzare il Paese. Ma è un fallimento anche per Giorgia Meloni i cui “pacchetti sicurezza” non hanno prodotto altro che l’inasprimento dei conflitti senza alcuna capacità di gestione. E mette in mostra l’inesistenza di misure sociali in grado di garantire coesione e sicurezza sociale. Al fondo ci sono le politiche europee: hanno fallito praticamente tutte – tranne la parentesi “sociale” durante la pandemia Covid – e oggi chiedono, molto duramente, il conto. Prendersela con la mano esterna dei russi, con la “guerra ibrida” o “entità esterne” non modifica questo dato.
Libri/ Il D’Alema che non ti aspetti
Il D’Alema che si racconta nel libro Eravamo comunisti è apparentemente inedito. Un giovane figlio dell’ondata di contestazione degli anni 60 e 70, capelli lunghi, attratto dagli scontri con la polizia, fautore dell’apertura dell’organizzazione giovanile del Pci, la Fgci, ai nuovi movimenti e per questo in difficoltà con lo stesso partito. Un’immagine difficile da conciliare con il dirigente pragmatico, razionale, sarcastico e che ha condotto la sinistra certamente a guidare, con un ex comunista, un governo della Repubblica – eventualità che, dal punto di vista anagrafico sarà difficile in futuro replicare, per cui D’Alema sarà probabilmente l’unico – ma che poi ha inanellato sconfitte disastrose ed errori di prospettiva drammatici.
Il libro è stato scritto, dice l’autore, su spinta della moglie Linda, “prima che ti rimbambisci” e comincia proprio dagli inizi, dall’infanzia dell’autore, segnata dalla morte di uno zio, Antonio detto Ninuccio, morto sul Piave nel 1918. Quella scomparsa avrà un peso indelebile sul padre dell’ex presidente del Consiglio, Giuseppe, che avrà una carriera da funzionario del Pci, dirigente e poi deputato che in qualche misura sarà un punto di riferimento per l’autore.
In quell’ambiente, Massimo D’Alema non può che percorrere la strada obbligata della vita di partito già dai “pionieri di Monteverde“, una sorta di movimento scout del mondo comunista in cui si distinguerà per aver guidato una delegazione di ragazzini dallo stesso Palmiro Togliatti, guida indiscussa e prestigiosa del Pci, per chiedere l’accesso a dei locali. E quello concede il permesso di forzare le resistenze del partito. Il racconto si snoda su aneddoti che però si inseriscono in un contesto generale permeato dalla storia del Paese come il trasferimento a soli 11 anni a Genova, nel pieno della rivolta del 1960 contro i governo Tambroni. Ma la novità che investe il D’Alema giovane è la vicenda pisana dove arriva nel 1967 dopo essere stato ammesso alla Normale. Lì incontra un altro futuro dirigente del Pci, Fabio Mussi con il quale si lancia, dopo aver lasciato le valigie in portineria, nella strada in mezzo agli scontri tra studenti e polizia. Lo stesso slancio vivrà a capodanno del 1968, davanti alla Bussola della Versilia, per “contestare i ricchi”. Oggi riconosce che fu un’azione “avventurista” e per questo allora viene redarguito dal partito. Che riuscirà facilmente a riportare lo “scavezzacollo” alle regole o anche ai riti del Pci. Basta citare il modo in cui Enrico Berlinguer gli comunica, nel 1975 che “abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Che cosa pensi di fare?“. Pensando di poter rispondere autonomamente alla domanda, D’Alema dice che preferisce restare a Pisa e continuare il suo lavoro. “No, forse non hai capito” continua Berlinguer: “abbiamo deciso che farai il segretario della Fgci. Cosa pensi di fare come segretario della Fgci?”, calcando il termine “deciso“. Questo era il Pci ancora negli anni 70. E D’Alema lo sa bene. Diventa segretario della Federazione giovanile comunista, a suo dire con un discreto successo pur avendo cominciato tra il “gelo” dell’organizzazione, e vivendo eventi tragici: la cacciata di Lama dall’Università di Roma nel 1977, il rapimento e la morte di Moro, i disastri della solidarietà nazionale. Da lì inizia una vita nel partito che lo vede salire via via i gradi fino a entrare in segreteria nazionale, con una pausa alla direzione dell’Unità fino a diventare il numero due di Achille Occhetto nel passaggio dal Pci al Pds (saprà della svolta del 1989 mentre è in barca a vela a Ponza). Una vita di partito, per il quale tutto il libro emana una forte nostalgia e un rimpianto. La questione chiave, che la sua generazione ha dovuto affrontare, è stata come mantenere quella cultura e quel radicamento del comunismo italiano nel passaggio storico di fine Novecento. I partiti che sono seguiti, Pds, Ds e poi Pd, non sembrano esserci riusciti e il ruolo di D’Alema, specialmente con l’infautazione della Terza via, non è stato secondario. Ma rileggere quella storia è un esercizio piacevole.
Movimenti/L’altra Taranto riempie la città
Ha occupato gran parte dello spazio informativo l’occupazione dell’aeroporto di Genova da parte degli operai dell‘Ilva. E giustamente. Il peso della vicenda del gruppo industriale regalato dallo Stato ai Riva per vederlo distruggere, e poi di fatto abbandonato a gestioni commissariali, è retto oggi dai lavoratori che rischiano il posto di lavoro senza che venga offerta loro alcuna alternativa. Ma c’è un altro lato del problema, quel che vive e ha vissuto la città di Taranto, costretta a subire lavorazioni nocive tali da provocare una lunga scia di morti. E così sabato 17 ottobre migliaia di persone, trentamila secondo alcune stime, hanno attraversato la città, dal quartiere Tamburi a piazza Maria Immacolata.
In testa al corteo, le croci bianche con i nomi e le foto di bambini e adulti morti per malattie dovute all’inquinamento. Lo striscione di apertura recitava: “Basta imposizioni, decidiamo noi”. Molto nette le richieste: chiusura dello stabilimento con la bonifica dell’intero Sito di interesse nazionale. Garantire il lavoro ai dipendenti diretti e dell’indotto e sostenere le famiglie. Una legge speciale per Taranto, più assistenza oncologica pediatrica, programmi permanenti di sorveglianza sanitaria. E alternative economiche nella ricerca, nella formazione, nell’economia del mare, nell’agroalimentare e nelle rinnovabili.
In piazza anche gli operai. Raffaele Cataldi, operaio in cassa integrazione dal 2018, (anche lui tra i protagonisti di “Taranto chiama” con Michele Riondino e il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti), aveva invitato i colleghi a esserci: “Vogliamo un lavoro che non ci faccia ammalare, un lavoro che ci faccia tornare a casa”.
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