Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo. Questa settimana: la resa dei conti finale in Francia tra il Ps e la France Insoumise, ragionare di nazionalismo e internazionalismo e la manifestazione del 17 ottobre lanciata da Landini
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Scontro finale tra le due sinistre in Francia
Che ne direbbe la sua base se il Pd candidasse come candidato premier il leader di Azione? É esattamente quel che è appena successo in Francia dove il candidato socialista alla presidenziali, dopo una primaria aperta, sarà Raphael Glucksmann, leader del piccolo Place Publique, già parlamentare europeo, eletto proprio grazie ai voti socialisti. Glucksmann è portatore di una linea classicamente liberale, sostenitore dell’Europa armata, della fornitura di armi all’Ucraina fino a quando possibile, di una politica sociale che non ha nulla a che vedere con i lavoratori e le lavoratrici tanto che anche sulla protesta studentesca in corso ha mantenuto chiaramente le distanze. Proprio come farebbe Carlo Calenda.
Per molta stampa italiana, da Repubblica al Corriere della Sera, la sua vittoria alle primarie – dove hanno votato appena 120 mila persone – avrebbe ottenuto uno “schiacciante” 66% e “conquistato” le primarie; una “valanga” per Repubblica che premia il candidato più moderno, illuminato, esattamente quel che serve alla sinistra. Non solo francese. Tant’è si potrebbe dire, la foga liberale dei giornali progressisti è sempre più scatenata di quella dei leader che si definiscono tali. Glucksmann è il classico cavallo di Troia interno alla sinistra che potrebbe, dopo le primarie suicide del Partito socialista che ha visto il proprio segretario, Oliver Faure, non raggiungere nemmeno il 15%, letteralmente uscire di scena.
In ogni caso, questa scelta bizzarra di cedere la propria rappresentanza a una cultura e a una leadership che ovviamente ha molto in comune con tanta storia del Partito socialista, ma che non lo rappresenta interamente, aiuta a fare chiarezza in vista delle elezioni presidenziali anche se al prezzo di una sconfitta storica. Mentre Glucksmann si beava dei suoi 80 mila voti circa ottenuti nella competizione socialista, Jean Luc Melenchon, il candidato della France Insoumise – che i sondaggi danno al momento al secondo posto, quindi al ballottaggio, sia pure lontanissimo (18%) da Marine Le Pen (34%) – concludeva il suo ennesimo meeting trionfale nella cittadina di Clermont Ferrand. La campagna di Melenchon prosegue infatti a colpi di raduni di massa che, in caso di elezioni, non rappresentano certamente una garanzia di vittoria. Così come non la rappresentano le grandi manifestazioni studentesche spalleggiate, guarda caso, proprio dagli eletti e dalle elette della Lfi e dallo stesso Melenchon o da figure ormai ultra popolari come il sindaco di Saint Denis, Bally Bagayoko, che è sceso in piazza durante le proteste ed è stato anche raggiunto dai gas lacrimogeni. Le forze moderate e della destra francesi hanno ovviamente accusato Lfi e i suoi dirigenti di voler strumentalizzare le manifestazioni a fini elettorali – curiosa accusa: si tratta di manifestazioni di minorenni che quindi non voteranno… – ma questa dinamica sta realmente mettendo in mostra la natura, la forza e l’utilità politica delle due sinistre francesi – se la parola sinistra è accessibile per il leader di Place Publique – e in fondo la loro ormai impossibile unità politica.
Il punto politico più rilevante, infatti, della candidatura Glucksmann è la sua reiterata indisponibilità a un accordo con Melenchon e questo dovrebbe significare, in caso di ballottaggio tra il leader della Lfi e Marine Le Pen, che Glucksmann non darà indicazione di voto a sinistra, ribaltando l’errore storico commesso dai comunisti negli anni 30 quando sotto le indicazioni di Stalin e della sciagurata linea del “socialfascismo” facilitarono l’avanzata del nazismo in Germania. Si tratta, ovviamente, non solo di settarismo, ma della deliberata scelta di posizionare la socialdemocrazia francese in una relazione privilegiata con il centro macroniano, anche se questo è sempre più in via di decomposizione, e in prospettiva probabilmente verso la destra ex gollista. L’unica formula che oggi viene individuata per impedire la vittoria di Le Pen. Cosa che sembra assai difficile se sarà Melenchon a passare al secondo turno e non invece i due candidati al momento in pista, entrambi ex premier di Macron, Eduarde Philippe e Gabriel Attal. In caso di sconfitta del progetto alle presidenziali non resterà allora che tessere l’alleanza tra socialisti e moderati alle prossime legislative per ridurre la forza della Lfi e provare a sfidare la destra lepenista da posizioni liberali e di gestione del sistema. Cosa che finora non è mai riuscita a nessuno. Anche il non certo rivoluzionario Andy Burnham in Gran Bretagna ha dovuto radicalizzare il proprio linguaggio alla guida del Labour per iniziare a ridurre l’influenza della destra di Reform Uk.
Questa divaricazione così netta tra due sinistre rappresenta oggi un’anomalia francese. In Spagna il Psoe e le forze alla sua sinistra governano e si preparano alle elezioni mantenendo la stessa prospettiva; in Germania le distanze tra Spd e Linke non sono più abissali come un tempo e in Italia si sta faticosamente formando un’alleanza tra “progressisti” che dovrebbe coinvolgere addirittura Rifondazione comunista (ma non Potere al popolo). La Francia vive, con ritardo, la situazione vissuta dall’Italia in tempi passati, ma non è detto che sia solo una disgrazia. Dipende, se si concorda con le posizioni di Melenchon, con quello che la sua ennesima campagna elettorale saprà far sedimentare in termini di forza collettiva e di idee alternative – è stato l’unico candidato ad avventurarsi sul tema dell’abolizione del debito – per lasciare sul campo, una prospettiva di sinistra adeguata. Lo stesso pare proporsi Glucksamm: se avrà successo, è la sua idea, la versione radicale della sinistra verrebbe spazzata via e si aprirebbe la strada per la classica alleanza social-liberale. Una soluzione che l’Europa ha vissuto negli ultimi trent’anni e che l’Italia ha già visto a lungo, anche al governo. E sappiamo com’è andata a finire.
Libri/ Un internazionalismo realista
Una delle prove a sostegno dell’ideologia, o della stessa cultura, nazionalista è il suo presunto realismo. Tanto che la scuola realista, in geopolitica, è esattamente quella che spiega i fenomeni e le traiettorie della politica globale rigorosamente sulla base degli interessi degli stati nazionali. Ma se invece il vero realismo fosse un internazionalismo non astratto, non ideologico, ma radicato sulla realtà del mondo attuale, in grado di cogliere le proprie contraddizioni o “fallacie” interne? É questa la tesi di fondo del bel libro Nazionalismo e Internazionalismo di Andrea Ruggeri che muove da una constatazione ovvia e deprimente: “Di fronte al riemergere prepotente del nazionalismo, l’Internazionalismo (è) oggi avvolto da un curioso silenzio“. Gl internazionalisti, insomma, a differenze della fase espansiva del Novecento, sono sulla difensiva e se è vero che a plasmare la vita degli stati, oltre che degli individui, sono soprattutto gli interessi materiali, l’autore invita a non sottovalutare il ruolo strategico che ricoprono le idee o “le immagini del mondo”.
Quella nazionalista sta segnando in profondità questo nostro tempo e ormai da qualche decennio. Anche perché si fonda su un bisogno concreto delle comunità, l’idea di nazione, “un’invenzione recente“, offre “un presente che proietta sé stesso all’indietro“. La forza delle “comunità immaginate” proposta da Benedict Anderson gioca ancora la sua influenza, insomma, ma Ruggeri invita a riflettere sull’intuizione di Ernest Gellner secondo cui “è il nazionalismo a creare le nazioni, non viceversa“. Ancora la forza delle immagini. La nazione è un dato della realtà, che consente di svolgere concretamente la propria vita, di immaginarne i contorni e l’ambito di efficacia basandosi su quattro primesse: “l’identità” che aiuta a viaggiare in un mondo sempre più frammentato; “la solidarietà“, con gli obblighi, più o meno vincolanti, che garantisce lo Stato; “la democrazia“, con l’esistenza di “un demos” definito e individuabile per organizzare la convivenza istituzionale e infine “la dignità“, dove una nazione oppressa o umiliata trova in sé una forza inusitata. Occorre essere consapevoli di queste forze che vivono in profondità, ma anche, suggerisce l’autore, imparare a considerare l’internazionalismo non come l’opposto del nazionalismo, ma un modo di collocare la nazione in un contesto più ampio: “Se la nazione è una comunità di solidarietà, cosa impedisce di estendere quella solidarietà oltre i confini?“.
Dopo aver passato in rassegna le diverse forme di internazionalismo – dalla visione kantiana, al mondo diviso in due blocchi “internazionalisti” dopo la Seconda guerra mondiale – e dopo aver esanimato i limiti e le “fallacie” di entrambi i temi, Ruggeri conclude con una parte propositiva, anche assai concreta invitando a “pensare criticamente il progetto internazionalista“. Il realismo che permea il libro si deposita nello svolgimento delle promesse del nazionalismo in chiave internazionalista. E così la “sovranità” deve tener conto della “capacità di agire” e quindi della effettiva capacità di produrre risultati. Una tassa minima del 15% sulle grandi aziende è stata possibile in sede Ocse e G20, non su base nazionale. La democrazia può giovarsi, ad esempio in Europa, di liste transnazionali e di una idea del sostegno al giornalismo libero non confinata agli stati nazionali. La solidarietà offre opportunità enormi, e realmente possibili, su scala globale se ad esempio si pensa alla transizione verde e a un patto di accoglienza per i rifugiati. Mentre il capitolo “sicurezza” scommette su “una forza civile permanente per la pace“, sulla possibilità di bloccare le armi a quei paesi che violano i diritti e sull’effettivo “monitoraggio” per impedire la corsa agli armamenti nucleari. Sullo sfondo c’è il nodo del governo mondiale, e quindi di una democrazia effettiva. Il tema dell’Onu è centrale, a patto di farne non una questione amministrativa e diplomatica, ma un tema politico da rendere esplicito davanti all’opinione pubblica. Del resto, questioni come Gaza o Ucraina marciscono proprio perché manca un’entità sovranazionale adeguata ed efficace. Il realismo necessario si capisce anche da questa prospettiva.
Movimenti/ la piazza della Via Maestra
“Abbiamo bisogno di un futuro diverso da quello che ci viene prospettato. Contestiamo che l’unica spesa vera sia per le armi: non è questa l’esigenza. Si deve investire sul lavoro perché non sia precario, sull’aumento dei salari, per la scuola, per la sanità pubblica e il diritto alla casa. Sul fronte fiscale, serve una vera riforma basata sulla progressività andando a prendere le risorse dove sono e la restituzione del drenaggio fiscale. Non siamo qui a fare una semplice opposizione, ma abbiamo precise proposte per affermare un altro modello di sviluppo. Non possiamo stare a guardare“. Così il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini ha presentato la manifestazione nazionale in programma sabato 17 ottobre a Roma, dal titolo “Lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione“, organizzata dalla Via Maestra, la rete composta da oltre cento associazioni, tra cui la stessa Cgil.
Il corteo partirà intorno alle 14 da piazza della Repubblica, diretto a piazza del Popolo, dove sono previsti gli interventi dal palco. “La Costituzione – affermano i promotori – indica una strada precisa: quella di un Paese fondato sul lavoro, sulla giustizia sociale, sull’uguaglianza e sulla pace. Questa strada è ancora la nostra Via maestra. Oggi, però, l’Italia va nella direzione opposta”. “La via maestra è la Costituzione. Dobbiamo difendere la Costituzione e la democrazia”, rimarca il coordinatore della Via maestra, Giulio Marcon: “Vi sono tante emergenze nel Paese” e “siamo in vista di una manovra che avrà qualche misura di propaganda, tanti soldi per il riarmo e poco o niente per le cose che davvero servono”.
Alla domanda se in piazza sabato prossimo ci saranno anche le forze politiche di centrosinistra, Landini risponde che “ad oggi non abbiamo avuto né chiesto formalmente adesioni: le nostre manifestazioni sono aperte. Noi invitiamo i soggetti organizzati e i singoli cittadini a partecipare. Ci aspettiamo una partecipazione importante“, sottolinea il leader della Cgil che torna a puntare il dito anche contro la legge elettorale “che consideriamo incostituzionale”.