Marx Reloaded, di Salvatore Cannavò
10 Giugno 2026
L'Economist dichiara guerra ai socialisti della Generazione Z
di Salvatore Cannavò

Marx Reloaded, la newsletter sulla sinistra in Italia e nel mondo: questa settimana l’Economist attacca il socialismo della Generazione Z, il libro Rossobruni di Stefano Cappellini e le notizie dal sindacato Usa sui Mondiali, Perù e il sondaggio su Labour e Palestina. Se volete scrivermi: s.cannavo@ilfattoquotidiano.it

1. Politica/ Che paura il socialismo della Generazione Z

Abbiamo cominciato questa newsletter sulla sinistra internazionale partendo dai socialisti negli Stati Uniti, Bernie Sanders e i suoi fratelli. Se qualcuno o qualcuna pensava si trattasse di un vezzo politicista o di nostalgia internazionalista non ha che da prendere l’ultimo numero del settimanale The Economist e leggersi quella che sembra una dichiarazione di guerra contro “l’ascesa del socialismo della Generazione Z“. Il tempio, insieme al Financial Times, del pensiero economico liberale, e di fatto il guardiano del capitalismo globale, decide che questa possibile saldatura tra nuova generazione, sociale e politica, e idee socialiste può rappresentare una minaccia e avverte il mondo che occorre metterci rimedio.

Di cosa si parla? “Una nuova ondata di socialisti – scrive il settimanale britannico – vuole rifare l’economia con il controllo dei prezzi, pesanti tasse patrimoniali e una serie di nazionalizzazioni. Animati dalla rabbia per Gaza, stanno conquistando elettori a un ritmo formidabile“. Il “socialismo della Generazione Z” ha i volti di “Zack Polanski, leader del Partito dei Verdi in Gran Bretagna, o Zohran Mamdani, sindaco di New York” per stare ai più giovani. Si fa anche il nome di Avi Lewis, neoeletto leader del Nuovo Partito Democratico in Canada, secondo cui il suo “è sommerso dalla ricchezza“. Ma c’è spazio anche per figure politiche di altre generazioni, ad esempio il “settantenne Jean-Luc Mélenchon“ al suo quarto tentativo di candidarsi alla presidenza francese e che, sempre secondo l’Economist di una settimana fa, sta suscitando un’ondata di entusiasmo tra la generazione francese più giovane (si vedano le immagini dell’apertura della campagna elettorale di Mélenchon del 7 giugno a Saint-Denis).

Secondo il settimanale economico liberale, questa nuova generazione socialista concorderebbe su “tre principi fondamentali”: “Innanzitutto, credono che la crescita non apporti alcun beneficio alla gente comune. La loro è una mentalità a somma zero, in cui un risultato migliore non deriva dalla creazione, ma dal prelievo, come temono che i magnati dell’intelligenza artificiale faranno presto su vasta scala“. Una semplificazione, ma che aiuta a demonizzare l’avversario. “In secondo luogo, credono che la spesa pubblica possa essere finanziata dai più ricchi“. E questo è vero, l’idea della tassa sui ricchi o i super-ricchi, che in Italia non si può nominare, è stata una delle bandiere sventolate da Mamdani a New York. “I socialisti della Generazione Z, infine, non sono interessati a lasciare che il mercato si scateni e a ridistribuire i profitti” osserva stupefatto l’Economist, ma “vorrebbero che interi aspetti della vita quotidiana, dalle case ai generi alimentari, fossero governati da diktat statali“. In realtà, ancora Mamdani si è limitato ad aprire un supermercato comunale, roba da socialdemocrazia moderata ma per il liberalismo che tanto piace in Italia, “la politica ha sempre avuto frange eccentriche“.

In questo caso, non sono gli estremismi che spaventano, ma la loro capacità di “infiltrarsi” nel centrosinistra. Si prende atto infatti di come le idee del neo-socialismo Usa stiano conquistando cittadinanza all’interno del Partito democratico o dell’influenza che ha iniziato a esercitare il dirompente partito verde britannico sul Labour centrista di Keir Starmer. “Sempre più spesso, le idee dei socialisti della Generazione Z riescono a prevalere anche quando i loro candidati perdono. Questa è una cattiva notizia“. E quindi, avverte l’Economist, “resistere al socialismo della Generazione Z è un compito urgente. Il primo passo è che i liberali del libero mercato smettano di scusarsi” (quando mai lo hanno fatto?).

E così, l’articolo conclude con una summa dei principi del capitalismo liberale secondo cui “l’iniziativa privata è alla base della prosperità umana“; “il libero scambio e la globalizzazione creano sia vincitori che vinti“ e “i politici devono smettere di addossare ai giovani il peso di finanziare pensioni eccessive. Il sistema fiscale deve garantire che la meritocrazia prevalga sull’ereditarietà“. L’unica ammissione è che “la sfida più difficile sarà rappresentata dalla trasformazione radicale del mercato del lavoro causata dai progressi dell’intelligenza artificiale“. E se i giovani della Generazione Z socialista vogliono una limitazione dei data center e garanzie statali di occupazione i veri liberali “devono essere più positivi e fantasiosi nelle loro proposte,” ad esempio “utilizzando un mix di tasse, proprietà del capitale distribuita e sostegno ai lavoratori per garantire che i vantaggi derivanti dalla trasformazione del mercato del lavoro siano ampiamente condivisi“. Ci sembra un po’ poco. “A volte può sembrare che il liberalismo di mercato sia destinato al fallimento politico” si legge nelle conclusioni, ma “l’Economist non è d’accordo” e ripropone la “difesa solida delle idee che hanno portato a ricchezze senza precedenti“. Il refrain è sempre lo stesso: “C’è bisogno di più mercato, non di meno” e “c’è ancora tempo perché il liberalismo torni a produrre risultati e a vincere la battaglia“.

Resta la domanda irrisolta: avendo il liberalismo vinto una guerra politica e sociale almeno agli inizi degli anni 80 del ‘900, chi gli ha impedito di realizzare tutte queste promesse? Non è che è proprio il liberalismo economico il problema? Forse è questo che la Generazione Z socialista ha finalmente capito.

2. Idee/A Cappellini manca lo stalinismo

Il libro di Stefano Cappellini, vicedirettore di Repubblica, abbastanza ostile a questo giornale, è comunque degno di nota. Rossobruni, infatti, è un lavoro meticoloso che vuole offrire la genesi di un termine che ha ormai una frequenza stabile nel dibattito politico. Cappellini, che la sinistra, anche quella più estrema, l’ha sempre studiata, ripercorre figure politiche e nuclei di pensiero che risalgono alla fine dell’800 a quel “socialismo nazionale” francese a cui riconduce l’idea di fondo che anima il suo lavoro: una certa mescolanza, cioè, tra futuro fascismo e futuro nazionalbolscevismo, al di là di semplificazione comprensibili, ma da respingere. Come quella, ad esempio, che il rossobrunismo sia in fondo solo un “fascismo mascherato” cosa che in realtà è abbastanza fondata anche nell’invenzione del termine “Rouge-brun“, come fu “marchiato negli anni Ottanta su Le Monde il laboratorio della Nuova Destra di Alain de Benoist: un impasto di tradizionalismo, comunitarismo e anticapitalismo che in Italia avrebbe trovato la sua rappresentazione iconica nei Campi Hobbit“. Questo esempio, in realtà, offre una pista che andrebbe afferrata maggiormente, a parere di chi scrive, perché il travisamento di tanta destra, soprattutto fascista, tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento ha dato vita a diverse operazioni politiche di “mascheramento” che rendono fruibile questa definizione.

Cappellini decide di non fermarsi a una “versione rassicurante” del rossobrunismo ma di proporre l’idea di “una evidente continuità ideologica tra le basi del comunismo e la versione sociale del fascismo“. I punti di appoggio di questa ricostruzione sono molti: la stessa base iniziale del fascismo, quel manifesto di San Sepolcro che aveva coloriture sinistroidi, la traiettoria politica di personaggi come Nicola Bombacci, comunista, che aderisce alla Repubblica di Salò, l’esistenza di un “fascismo di sinistra” e ancora l’appello del Pcd’I (l’antico nome del Pci) nel 1936 “ai fratelli in camicia nera”. La ricostruzione storica, anzi, “l’album di famiglia”, poi passa per il sindacalismo rivoluzionario e i fasci di combattimento, il nazionalbolscevismo tedesco, il già citato socialismo nazionale francese. Ma è la seconda parte del libro che rivela l’obiettivo politico. Perché Cappellini colloca nel Donbass, la regione russofona ucraina rivendicata dalla Russia, “l’archetipo” del rossobrunismo di cui resta un nucleo sostanziale l’appoggio alla Russia in virtù di “un giudizio benevolo sulla dissolta Unione sovietica” e allo stesso tempo “il tentativo della Russia putiniana di recuperare i fasti e il ruolo antagonista delle democrazie“.

Ma qui alla ricostruzione manca una categoria che tra l’altro Cappellini conosce benissimo ma non sfrutta: quella dello stalinismo. Questa storia di opposti che si sfiorano, o si alleano, va avanti da un secolo, ma si potrebbe sostenere allo stesso tempo che esistono più contiguità tra il socialismo e il liberalismo progressista (Rosselli) che tra socialismo e fascismo. Il fatto è che la storia comunista è stata contrassegnata in profondità da un fenomeno, lo stalinismo, che ha approfittato della crisi e regressione della rivoluzione del 1917 per introdurre una cultura e una concezione della politica profondamente conservatrici e reazionarie. Certo, è stato anche frutto del comunismo, ma con una variante così specifica da produrne una degenerazione. Si pensi all’antisemitismo o all’omofobia staliniana senza dover ricorrere alla nota limitazione delle libertà e repressione degli oppositori. Questa cultura riemerge in tempi di crisi e soprattutto in tempi in cui aiuta a spiegare la contrapposizione in campo. Del resto il nazionalismo di Stalin, con il suo “socialismo in un paese solo”, non è secondo al nazionalismo reazionario occidentale e Vladimir Putin può tranquillamente servirsene così come la vecchia contrapposizione tra “campo” socialista contro il capitalismo occidentale alimenta oggi l’idea che chiunque si opponga agli Usa possa essere un amico, il cosiddetto campismo.

Sembra invece che “l’album di famiglia” di questo libro, con una serie di nomi che vanno dalle sigle minori dell’universo campista a figure come Moni Ovadia, Vauro e Michele Santoro serva per giustificare una critica politica che alla fine tocca anche il Movimento 5 Stelle, in cui certamente hanno convissuto nella sua evoluzione, figure molto diverse e a volte ambigue (compreso il legame con il movimento tedesco di Sahra Wagenknecht), ma che non può essere tacciato di rossobrunismo per l’opposizione all’invio di armi in Ucraina e per la sua storia “sovranista”. In questo elenco viene compreso, addirittura, anche il movimento “no global” che non capì quanto la globalizzazione fosse “progressista” – si veda sopra l’articolo dell’Economist – e funse di fatto da apripista al populismo sovranista. Quando invece quello fu il primo grande movimento, dopo gli anni 60, a lavorare sempre e solo in una dimensione internazionale, compiutamente antirazzista e di solidarietà sovranazionale.

3. Movimenti: Mondiali, Perù e Labour

Sciopero ai Mondiali contro l’Ice/ I lavoratori del settore alberghiero e della ristorazione di diverse città statunitensi che ospitano le partite dei Mondiali di calcio mettono in guardia contro imminenti controversie sindacali e possibili scioperi, in vista dell’11 giugno. A Los Angeles, in California, circa 2.000 lavoratori del SoFi Stadium, rappresentati dal sindacato Unite Here Local 11, hanno votato al 96% dei voti a favore dello sciopero, chiedendo aumenti salariali e tutele contro l’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Cassieri, lavapiatti, cuochi, baristi, addetti alle concessioni e al servizio di ristorazione dello stadio potrebbero incrociare le braccia in qualsiasi momento. Secondo Eva Miles, barista allo stadio SoFi sin dalla sua apertura nel 2021, “senza di noi, non avrebbero uno stadio. Cucinerebbero? Servirebbero i drink? Servirebbero queste persone?“.

Perù al fotofinish/ Il secondo turno delle elezioni presidenziali peruviane sembra non possa decidersi. Con il 97% delle schede scrutinate, il candidato di sinistra Roberto Sánchez , mantiene il vantaggio nel conteggio ufficiale dell’ONPE con il 50,07% dei voti, 25.720 in più rispetto alla candidata di destra Keiko Fujimori figlia dell’ex presidente. Ma il risultato finale si saprà solo a luglio per via di 1500 seggi contestati e che verranno riesaminati. La partita è se un altro paese dell’America latina uscirà dall’ambito delle forze di sinistra per finire di nuovo nell’orbita conservatrice filostatunitense.

Gaza punisce il Labour/ La Palestine Solidarity Campaign (PSC), insieme a Friends of the Earth England, Wales and Northern Ireland, ha commissionato un sondaggio tra gli elettori progressisti che hanno abbandonato il Partito Laburista durante la leadership di Keir Starmer. Oltre la metà degli elettori (53%) afferma che la politica laburista sulla Palestina è stata “un fattore” o “un fattore determinante” nella loro decisione di passare ad altri partiti di centro o di centrosinistra. Questa percentuale sale vertiginosamente al 67% per coloro che sono passati dal Partito Laburista ai Verdi,. Nonostante l’attenzione rivolta a Reform, il Partito Laburista sta perdendo molti più consensi a sinistra che a destra. Alle elezioni amministrative di maggio, il Partito Laburista ha mantenuto solo il 46% dei suoi elettori delle elezioni generali del 2024, con quattro elettori su cinque che si sono rivolti a partiti di centro o di centrosinistra.

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