Marx Reloaded, la newsletter sulle sinistre in Italia e nel mondo: questa settimana il nuovo partito socialista in Israele, il “capitalismo selvaggio” di Lorenzo Tecleme e l’ora più buia in Sudafrica.
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Politica/Un posto per tutti in Israele

Una piccola, nuova, variante, di ispirazione socialista, potrebbe animare la politica israeliana alla vigilia del voto che dovrebbe tenersi a ottobre. I leader del movimento di sinistra arabo-ebraico Standing Together, Rula Daood e Alon-Lee Green, hanno infatti lanciato un nuovo partito politico arabo-ebraico, Makom Lekulanu (Un posto per tutti noi), definendolo “una nuova casa politica per ebrei e arabi che lavorano per la pace, l’uguaglianza, la giustizia sociale e la lotta contro la violenza e la criminalità“.
Oltre ai due leader, anche la maggior parte delle figure di rilievo e della base provengono da Standing Together, il movimento sociale di sinistra fondato nel 2015, che conta oltre 7.000 membri ed è il più grande movimento di base binazionale (palestinese-ebraico) in Israele. Il nuovo partito sarà guidato dai co-direttori nazionali di Standing Together, che si prenderanno un periodo di aspettativa dal movimento per dedicarsi al partito. Makom Lekulanu definisce Daood la prima donna palestinese a guidare un partito nazionale in Israele.
Intervenendo alla presentazione del partito a Nazareth, Rula Daood ha definito questo “l’ultimo momento per salvare la nostra società” mentre Green ha dichiarato al Times of Israel che il partito mira a offrire un modello di partenariato ebraico-arabo in gran parte assente dalla politica israeliana. “È tempo di una vera partnership ebraico-araba paritaria“, ha affermato. “Non credo che questo significhi un rappresentante arabo in un partito ebraico o un rappresentante ebreo in un partito arabo. La partnership ebraico-araba può iniziare nello stesso partito politico.”
Già nelle sue premesse costitutive, Un posto per tutti noi sembra l’unico partito con una visione dell’accordo di pace israelo-palestinese, basato sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente accanto a Israele, con libertà di movimento e senza separazione tramite barriere o posti di blocco, né supremazia ebraica. L’espressione che i dirigenti del nuovo partito utilizzano è: “Due Stati in un’unica patria condivisa“. Il nuovo partito afferma che si concentrerà su una serie di questioni, tra cui la lotta alla violenza e alla criminalità, oltre alla promozione di un accordo di pace israelo-palestinese, ma in coerenza con la sua dichiarata ispirazione socialista, anche al costo della vita, con l’aumento dei salari, e alla crisi abitativa. Tra gli altri candidati nella lista del nuovo partito figurano Sally Abed, membro del consiglio comunale di Haifa; l’attivista Itamar Avneri; Yonatan Zeigen, figlio di Vivian Silver, attivista per la pace uccisa nell’attentato del 7 ottobre 2023 organizzato da Hamas; e l’attivista Ghadir Hani.
I partiti arabo-ebraici hanno faticato ad affermarsi nella politica israeliana. La principale forza elettorale di sinistra è Hadash (Fronte Democratico per la Pace e l’Uguaglianza, Jabha al-Dimuqratiyya lil-Salam wal-Musawa), il fronte elettorale del Partito Comunista Israeliano (Maki). Ufficialmente binazionale, il suo elettorato è in stragrande maggioranza arabo-palestinese. Il partito ha attualmente tre membri nella Knesset. L’altra opzione elettorale che si dichiara di sinistra è il partito dei Democratici (HaDemokratim), formatosi dalla fusione del Partito Laburista Israeliano (HaAvoda) e del partito socialdemocratico Meretz. Meretz ha occasionalmente tentato un’organizzazione politica binazionale e ha avuto membri palestinesi in parlamento, ma entrambi questi partiti, così come gli stessi Democratici, rimangono fondamentalmente partiti della sinistra sionista tradizionale. I Democratici sono stati timidi sulla questione dell’occupazione.
Gli attivisti di Standing Together sono saliti alla ribalta soprattutto dopo gli attacchi del 7 ottobre. La loro ferma posizione contro la guerra a Gaza fin dall’inizio e le loro provocatorie azioni di protesta – come l’irruzione in diretta televisiva del Grande Fratello indossando magliette con la scritta “Fuori da Gaza” e l’organizzazione di interventi per proteggere i camion di aiuti umanitari diretti a Gaza, sabotati da israeliani di destra nel pieno di quella che l’organizzazione per cui lavoro ha definito una campagna di fame perpetrata da Israele a Gaza – li hanno portati all’attenzione dell’opinione pubblica israeliana. Durante la guerra con l’Iran, hanno raccolto fondi per acquistare rifugi mobili per le comunità beduine palestinesi nel sud di Israele, prive di rifugi antiaerei a causa della negligenza dello Stato.
Le elezioni devono tenersi entro il 27 ottobre 2026, ma si prevede che si svolgeranno prima. Il sistema proporzionale israeliano richiede che un partito ottenga almeno il 3,25% dei voti per conquistare un seggio alla Knesset. Secondo i sondaggi interni, il partito è attualmente molto vicino a questa soglia, che Weltmann ha definito “un ottimo inizio per un partito che non ha ancora lanciato la sua campagna elettorale e non sta ancora conducendo una campagna per le strade o sui social media”.
Tra le altre forze di opposizione figurano partiti organizzati all’interno del 20% della popolazione israeliana di origine palestinese, come Balad (Alleanza Democratica Nazionale), Ta’al (Movimento Arabo per il Rinnovamento) e Ra’am (Lista Unita). Questi partiti coprono un ampio spettro di orientamenti politici, dal nazionalismo laico all’islamismo. I partiti palestinesi hanno occasionalmente presentato liste comuni alle elezioni legislative. Ta’al, Balad e Hadash hanno annunciato che si presenteranno insieme alle prossime elezioni.
Il libro/ Quanto è selvaggio il capitalismo
Il libro di Lorenzo Tecleme, Storie di (ordinario) Capitalismo selvaggio, non è un saggio. Non lo è dal punto di vista rigoroso del termine. É invece un racconto, molto fresco e narrativo, che riguarda otto storie emblematiche di cosa sia oggi il capitalismo. Non più, sempre che lo sia stato, quel processo di creazione di ricchezza che, per lo meno nei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale, ha inglobato al suo interno gran parte del mondo occidentale, allargando il benessere complessivo e avendo al centro la produzione manufatturiera, ma un processo più complesso, mostruoso e che si lega sempre di più alla categoria del disastro e della catastrofe.
Tecleme racconta le storie della Pepsi-Cola e dell’esercito russo, la gestione privatistica del Covid-19, l’ascesa dei tecno-oligarchi, il ruolo dei grandi fondi di investimento, la colonizzazione di Marte o almeno la promessa di realizzarla, il caso dell’omicidio di Brain Thompson da parte di Luigi Mangione. E qui sta la forza del volume che, di fatto, si porta tranquillamente in spiaggia o in montagna, sempre che si sia disposti a sopportare la frustrazione che ne deriva. Perché tutte queste storie non sono altro che epitomi di un sistema sociale in cui il vettore dominante non è più solo il profitto, ma una sete di potere e una necessità di riservarlo a una casta oligarchica che rende il capitalismo del XXI secolo ancora più violento e pericoloso.
Il caso di Mangione che l’autore colloca alla voce “Capitalismo dei disastri” è certamente paradigmatico. Anche perché Mangione, condannato per omicidio del Ceo delle assicurazioni UnitedHealthcare, è diventato un’icona dei social e addirittura, apprendiamo dal libro, un crowfunding a suo beneficio, nonostante le piattaforme abbiano impedito la raccolta, ha cumulato fino a un milione di dollari. Il motivo è che la sua opposizione al sistema del delay, deny, depose utilizzato dalle assicurazioni (“ritarda”, “nega” e “difendi”) reso celebre dal film L’uomo della pioggia in cui Matt Damon sconfigge una potente società assicurativa, ha messo in vista la sproporzione di poteri tra i colossi capitalistici e il singolo individuo. E quando questo si è ribellato, nonostante abbia commesso un omicidio, è riuscito a conquistare una simpatia imprevista.
Il fatto è che i colossi si impastano a leader assoluti, siano essi magnati come Elon Musk e Peter Thiel oppure oscuri amministratori di società come BlackRock che controlla gangli decisivi di tutta l’economia mondiale. Del resto, scrive l’autore, “il capitalismo selvaggio è il predominio della finanza sull’economia reale“. All’oligarchia dominante, non a caso, corrispondono anche geografie selezionate come le piste da sci di Dubai, da cui il libro viene ispirato, o la città di Prospera nell’isola di Roatàn, nel mar dei Caraibi. Che, selezionatissima, si porta dietro anche il progetto di società farmaceutiche dagli studi sul ringiovanimento costante. Capitalisti super ricchi, oligarchi e che non vogliono morire mai. E per cercare di superare questa distopia “minarchica” come la chiama Javier Milei, presidente iper-liberista dell’Argentina, il metodo proposto è quello di riscoprire l’azione collettiva in grado di reagire.
Società/ L’ora più buia in Sudafrica
Quello che non sembrava possibile, che Nelson Mandela non avrebbe concepito, in Sudafrica è accaduto. Il governo ha dovuto subire la pressione di una rivolta contro i migranti che il 30 giugno sono scesi in strada massicciamente guidati dal movimento March to March. Circa 25 mila a Johannesburg, secondo la polizia, hanno sfilato per imporre al governo di Cyril Ramaphosa sei mesi di tempo per l’espulsione degli immigrati senza documenti che di fatto ha ceduto. Durante la marcia, diverse persone, sospettate dai manifestanti di essere stranieri, sono state affrontate dalla folla. Un piccolo gruppo è stato protetto da un’aggressione grazie all’intervento di altri manifestanti che li hanno scortati in un luogo sicuro.
Il governo dell’Anc vede così incrinare gran pare della propria legittimità, dovuta a una crisi sociale basata sulla penuria di servizi sociali, alta criminalità, proprio sul tema più spinoso in occidente, la migrazione divenuto, come sempre, il capro espiatorio. “I migranti sono responsabili dei nostri problemi e il governo non può risolverli, quindi uniamoci a sostegno di chi può farlo”, è diventato il grido di battaglia.