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È in corso la serata conclusiva del Festival di Sanremo. Qui potete trovare spigolature e curiosità dal palco dell’Ariston (senza pubblico e con gli ascolti poco brillanti), grazie ai nostri inviati.
Buona lettura. E buon Festival

Più culi e palloncini in platea, lo scivolone del Festival
Di Silvia Truzzi
“Più culi per tutti”. I palloncini in platea, il palloncino fallico. Una ragazza “che amava i Beatles e i Rolling Stones” (ma ascoltava di nascosto De Andrè). Il gorilla che è alto quasi 2 metri e pesa 250 chili, “ma ce l’ha di 2 centimetri”. Il pitone che ne ha due, “uno è di cortesia”. La donna che stira cantando. “Ti amoo”. Se stasera sono qui è perché ti voglio bene. Siamo donne, o due ex ragazzi con la parrucca. “Mia moglie mi chiama Patato”. “Mia moglie mi chiama Amorino”. “Mio marito lo chiamo cucciolo”. Ed era Rutelli. “Mi ha chiamato Franceschini”. Telefonate in diretta: Vasco e Jovanotti, e sono sul divano di casa. Le poltrone vuote. “Su i braccioli, giù i braccioli”. Festival eroico, epico, miracoloso, semantico, ritualistico.

“Io non suono niente”. Egoimovic: “Chiedo a Zlatan: ha detto che puoi restare”. “Regola numero cinque: c’è troppa gente, rischiamo squalifica. Lasciamo solo tamburi e ragazze, tutti altri via”. “Orchestra all’ingresso. Cantanti in salotto. Ragazze con Zlatan. Tu, Ama, in cucina che mi fai caffè. Achille Lauro lo mettiamo in garage che controlla le macchine così i ladri non entrano e non rubano che hanno paura di lui”. Ma no, “le ragazze poi vengono con me”. “Si guarda alle mogli e non alle amanti”. Ragazze, se non volete finire a casa di Zlatan o Achille, “Studiate fino alle lacrime, lavorate fino all’indipendenza”. O fate un incidente in motorino a 13 anni e guardate Sanremo con Walter e Goffredo. Che poi “Roma è bellissima in agosto”, ma alla fine comunque ti assumono al Corriere della Sera e salta fuori che la citazione dei Pooh è una canzone per te (anyway, se proprio fa caldo c’è Capalbio). Dopo vai a Repubblica e balli con Luca Barbarossa. “Ribellatevi sempre. Tanto non andremo mai bene, ci criticheranno sempre, ci umilieranno, ci metteranno le mani addosso, non saremo mai perfette, non andremo mai bene ai mariti, padri, fratelli”. “Nonne, mamme, figlie”, sorelle d’Italia. La banda della Marina Militare. La banda della polizia. Il tricolore. “Sono emozionatissima”. “Vorrei ringraziare”. Baciami sulla bocca, balliamo la lambada. I fiori a me e domani a te. Cyrano e il monologo da baci Perugina: “Lo sapevi che quando ci baciamo usiamo 34 muscoli facciali? Il bacio è l’unica azione che l’essere umano compie in cui sono coinvolti tutti e 5 i sensi”.

“Ciao Giuliano, ci rivediamo più tardi. Ah, no mi dicono che i Negramaro devono cantare un’altra canzone, adesso”. Meraviglioso. La scaletta sbagliata. “A tra pochissimo”, e ci sono due spot all’ora. Uno è con Mina. Tenco e Paoli che giocano con le pistole. “Mi piacerebbe duettare con Madame, Ermal Metal e anche con i Naziskin”, ma “Orietta è così carina che non ci siamo offesi per niente”, ci è solo sceso il mascara per le risate. E poi “Io, tu e le rose” che “torna dopo un’assenza di 19 anni”, ma no sono 29. Canta Alberto Càzzola. E anche Rendom. Dirige l’orchestra. Il codice del televoto, il superspot “Venite nei negozi Tim”. Cosa resterà degli anni Ottanta? “Mare profumo di mare, con l’amore io voglio giocare”.
È una notte in Italia se la vedi/da così lontano/da quella gente così diversa. E’ Sanremo, specchio di un Paese che non sanno bene qual è.

Ama e Fiore. Gli Stanlio e Ollio degli anni Ottanta
Di Stefano Mannucci
Ce l’hanno messa tutta, i due ragazzi degli anni Ottanta. E in questo loro passo d’addio c’è qualcosa di romanzesco, un triste, solitario y final degno delle coppie comiche della leggenda. Gli Stanlio e Ollio invecchiati dopo l’avvento del sonoro, sorpassati da un passaggio tecnologico che fa epoca. Nel caso di Ama e Fiore il nemico non è il cinemascope, ma il travaso della tv nazional-popolare dentro l’imbuto smart. Meritano pacche sulle spalle, encomi solenni, la gratitudine del capoazienda che regala un orologio d’oro al dipendente che va in pensione. Perché si sono tenuti sulle spalle 25 ore di diretta senza pubblico in sala e senza il solito allegro svacco della gente a casa, incarognita da angosce che un anno fa non erano neanche lontanamente immaginabili. Hanno inventato travestendosi con stracci, spine e parrucche, scavato nel loro repertorio di improvvisatori, dato fondo all’estro da animatori di villaggi vacanze. A volte hanno smarronato, ma ci sta. Al loro posto altri conduttori avrebbero fatto scena muta, se non sostenuti da testi ferrei, da scalette scritte come neanche a Hollywood, dalla certezza del cronometro e dall’infallibilità dei microfoni. Amadeus e Fiorello si sono rimboccati le maniche, sostenendosi a vicenda di fronte a ogni inciampo, avventurandosi in gag estemporanee come solo due amici consolidati possono permettersi di fare. E prima della fine dell’avventura si sono sfilati dall’obsolescenza programmata dalla Rai. Che pensando al guado da affrontare nel pantano delle piattaforme “over the top” ha già ingaggiato il successore, Alessandro Cattelan, un linkedin riempito con la decennale esperienza a Sky e la mission di factorizzare il prossimo Sanremo ad uso dei pischelli, allineando il racconto televisivo all’aggiornamento del bacino d’utenza con la “cantera” di Tik Tok, i cantanti-influencer che lavorano più sulle pose e i clippini che non sull’intonazione. Arriva Cattelan e tanti saluti ai mattatori di Festivalbar o di karaoke superassembrati condannati a giocare nel deserto dell’Ariston, i figliocci di Cecchetto che Sanremo lo conduceva quattro decenni fa. Cecchetto, che è quello che ha scoperto un certo modo di fare produzione artistica, ma anche radiofonica. Ed è un paradosso bruciante che i nostri due boomer vengano rimpiazzati da uno di venti anni più giovane, ma formatosi davanti allo stesso microfono. Uno scherzo da spiaggia, quasi. Tre che vengono dalla stessa scuola: ma come mitologia pretende, il più giovane soppianta i due anziani. Il fratellino minore che non puoi dirlo in famiglia ma segretamente ti sta sulle scatole, il nipote che non incontri volentieri alla cena di Natale, l’erede che all’apertura del testamento del nonno si prende pure la tua quota. Si sono fatti da parte da soli, i nostri due vecchi intrattenitori. Uno, Fiorello, confessa di aver “dato tutto, e magari torno quando faccio settant’anni”. Però a inizio serata non rinuncia a lanciare l’anatema a chi verrà dopo (“Auguro un Ariston pieno di pubblico, ma il festival dovrà andare malissimo!”). L’altro annuncia di non essere disponibile per un Ama-ter, come fanno certi ex premier fiutando l’imboscata. Eppure sono ancora tonici, a sessant’anni. È che umarell davanti ai cantieri si diventa in un attimo, dopo una vita trascorsa senza mai sentirsi adulti, facendo i giovani finché ce n’è.

La diretta della finale
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