Fatto for Future, di  Elisabetta Ambrosi
4 Novembre 2026
Consumo di suolo, cartina di tornasole del nostro greenwashing
di Elisabetta Ambrosi

Cominciamo con un incredibile paradosso: in Italia siamo sempre di meno, però costruiamo sempre di più. Detto in altri termini: il consumo di suolo aumenta, nonostante il declino demografico si faccia più accentuato. Non solo: costruiamo ogni anno 50.000 case a fronte di 9,5 milioni di alloggi non occupati.

Sono alcuni dei dati dell’ultimo Rapporto sul Consumo di Suolo in Italia a cura di ISPRA e SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente), che non è solo un rapporto scientifico, ma anche la denuncia della nostra falsa coscienza ambientale e del nostro greenwashing. Perché i dati, nero su bianco, raccontano un’altra storia.

Infatti, nonostante il PNRR e le riforestazioni che si sarebbero dovute mettere in campo, i dati del 2025 mostrano una crescita impressionante del consumo di suolo: 102,4 km² di territorio trasformato in aree artificiali, ben il 22,4% in più del 2024. Il ritmo raggiunge i 3,2 m² al secondo, oltre 280.000 m² al giorno. Per dirla in altro modo: la crescita netta delle superfici artificiali equivale a una densità di consumo di suolo di 3,4 m² per ettaro.

Le infrastrutture, gli edifici e le altre coperture artificiali oggi occupano 21.644 km², il 7,19% del territorio italiano, a fronte di un valore medio in Europa del 4,4%. le maggiori perdite di suolo nel 2025 si registrano in Sicilia (+1.619 ettari), Lazio (+1.436 ettari), Puglia (+1.198 ettari), Lombardia (+1.093 ettari), Piemonte (+854 ettari), Campania (+740 ettari) e Veneto (+584 ettari). Il Lazio registra anche il tasso di incremento relativo più alto (+1,01%).

Cantieri, data center, impianti

La crescita delle superfici artificiali è solo in piccola parte compensata dal ripristino di aree naturali, pari a quasi 7,5 km² un valore in aumento rispetto a quello del 2024 ma ancora del tutto insufficiente a compensare l’aumento delle nuove coperture artificiali.

Ma come si consuma il suolo, in maniera permanente o reversibile? Nuovi cantieri (52,6%), crescita degli edifici, aree estrattive, infrastrutture, poi piazzali, campi sportici e discariche. Negli ultimi anni, poi, c’è stata l’esplosione dei data center (+13 ettari). Si continua a costruire anche su aree esposte al dissesto idrogeologico e persino nelle aree protette, anche se ovviamente molto meno rispetto alla media nazionale (0,34 m² ogni ettaro) o nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica (5,42% contro 7,19% di media nazionale).

Gli impianti fotovoltaici consumano suolo? Sì, sono in netta crescita nel 2025 con quasi 2.800 ettari rilevati (valore più alto di oltre 1.000 ettari rispetto allo scorso anno). Gli impianti eolici invece causano, nel 2025, un consumo di suolo pari a 118 ettari. Da notare che si tratta di un consumo reversibile e inoltre sono fondamentali per la decarbonizzazione del paese.

Invertire la rotta, come indicato dal “Nature Restoration Regulation” del 2024, sarebbe possibile. In tre modi: la depavimentazione (depaving) di superfici asfaltate, la tutela e l’aumento della copertura vegetale e il potenziamento ecologico degli ecosistemi urbani, assegnando la massima priorità ai suoli pubblici. I vincoli di ripristino sono in realtà stringenti per i comuni italiani: il Regolamento prevede l’azzeramento della perdita netta della superficie totale degli spazi verdi urbani e della copertura della volta arborea entro il 2030 e, poi, un progressivo incremento netto di entrambe le superfici.

I comuni, invece, continuano a perdere verde, in particolare Roma (53 ettari), Bari (28 ettari), Venezia (27 ettari), Milano (26 ettari) e Cagliari (25 ettari). Questo significa che quando il vostro sindaco compare su un social media dicendo che la vostra città è più verde potrebbe non star dicendo il vero. Il consumo di suolo non mente.

Nucleare, se il convitato di pietra è la salute (e l’Ilva insegna)

Negli ultimi mesi, il nucleare è stato tirato in ballo per la grande necessità di energie, per le bollette alte, per le rinnovabili che, a detta dei fautori di questa tecnologia, non basterebbero a coprire i nostri bisogni energetici. Ma il convitato di pietra del dibattito sul nucleare è un altro, un tema sottovalutato, nonostante rappresenti l’elemento più importante: la salute. Lo sostiene da mesi l’epidemiologo Fabrizio Bianchi, componente del comitato scientifico di ISDE Italia. Bianchi cita numerosi studi in merito:

Uno studio del 2024 che rimette al centro i rischi sanitari anche da basse dosi e livelli di radiazioni considerati compatibili con gli standard regolatori.
Un altro studio internazionale del 2025 ha analizzato 309.932 lavoratori nucleari di Francia, Regno Unito e Stati Uniti, con monitoraggio individuale dell’esposizione. Tra i 28.089 decessi per tumori solidi, le associazioni di rischio più rilevanti riguardavano polmone, prostata e colon.
Sempre nel 2025, una rassegna sui tumori infantili condotta da ricercatori americani aveva confermato la plausibilità dell’associazione tra vicinanza a centrali nucleari e leucemie.
Uno studio pubblicato “Nature Communications” ha analizzato tutte le contee USA tra il 2000 e il 2018, mostrando tassi di mortalità oncologica più elevati tra i residenti nelle aree più vicine alle centrali nucleari. Gli autori hanno stimato circa 115.000 decessi oncologici attribuibili alla prossimità agli impianti, pari a circa 6.400 morti l’anno, con rischi più forti negli anziani.
Ancora, uno studio pubblicato il 20 maggio 2026 a cura dello stesso gruppo, restringe il fuoco ai tumori di polmone, mammella e colon, nel periodo 2000-2020. I risultati indicano 39.767 decessi femminili attribuibili alla prossimità agli impianti, pari al 2,01% dei decessi per questi tumori, e 38.124 decessi maschili, pari al 2,33%.
Un altro studio ha analizzato l’associazione tra prossimità residenziale alle centrali nucleari e incidenza dei tumori in 123 distretti della Corea del Sud nel periodo 1999–2018. I risultati mostrano associazioni positive tra la vicinanza alle centrali e l’incidenza complessiva dei tumori in entrambi i sessi. Negli uomini emergono eccessi di rischio per i tumori del fegato e del polmone, nelle donne per i tumori del colon-retto e della tiroide.

“Il complesso dei risultati dovrebbe sollecitare una riflessione più completa e più profonda, quanto meno inserendo anche i rischi per la salute nel processo decisionale anziché considerarli ‘esterni’ al problema”, afferma Bianchi.

Ma l’impatto sulla salute degli Small Modular Reactors è diverso? Risponde l’epidemiologo: “Questi risultati non possono essere trasferiti automaticamente ai nuovi reattori SMR, per i quali non sono ancora disponibili studi sugli effetti di emissioni, scenari incidentali e gestione dei rifiuti radioattivi, ma non autorizzano a proclamare che le dimensioni ridotte degli impianti non costituiscano, di per sé, una garanzia di assenza di rischi”. Ricordiamo che la tecnologia è ancora sperimentale e gli impianti operativi solo due, in Russia e in Cina, con tempo di realizzazione superiori al decennio e costi molto elevati.

Il punto però resta sempre lo stesso, conclude Bianchi: “Anche per il nucleare la salute va messa al primo posto. Le valutazioni dei possibili impatti sulla salute vanno fatte prima della costruzione di nuovi impianti e non a posteriori. Come stabilito con chiarezza dalla Corte Costituzionale per l’ex-Ilva la salute non va bilanciata con la produzione ma è la produzione che deve garantire la tutela della salute. Non esistono insomma un termine A, la salute, e un termine B, la produzione, di pari valore, ma prioritariamente è la salute che va tutelata e quindi deve essere sciolta la falsa contraddizione tra ambiente e lavoro. Semplicemente, la salute non può essere sacrificata per produrre acciaio o energia. E parliamo della salute non solo dei presenti ma anche delle future generazioni, come recita l’art. 9 della Costituzione”.

Che fine farà il Rapporto IPCC?

Siamo alle soglie della nuova COP, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la numero 31, che si terrà da 9 al 20 novembre ad Antalya in Turchia. Ne riparleremo nella prossima newsletter, ma intanto, a proposito, cambiamento climatico globale c’è una notizia su cui vale la pena soffermarsi. A rilanciarla è stata il fisico Antonello Pasini e riguarda il Rapporto IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico). Si tratta di quel Rapporto dell’organo ONU che, mettendo a sintesi le ricerche di migliaia di scienziati nel mondo, fa il punto sulla situazione climatica del pianeta e suggerisce ai politici cosa fare. Ebbene, l’IPCC, come riporta un editoriale su Nature sta affrontando la crisi più grande dei suoi quasi 40anni di storia. Non si è infatti ancora raggiunto l’accordo su quando far uscire il prossimo Rapporto di Valutazione, il settimo. Molti paesi vorrebbero che fosse pubblicata prima, in modo da renderlo disponibile per il Global Stocktake del 2028, “durante il quale i Paesi valutano i progressi compiuti nel mantenere gli impegni assunti in materia climatica”, scrive “Nature”. Un secondo gruppo, più ristretto, che comprende India, Iran, Kenya, Russia e Arabia Saudita, sostiene invece che il 2028 sia una scadenza troppo ravvicinata. Questi paesi affermano che alcuni degli Stati più poveri non dispongono delle risorse necessarie per partecipare al processo di revisione del rapporto prima della sua pubblicazione. “Il problema”, afferma Pasini, è che molti paesi non hanno fondi per partecipare alle riunioni dopo il taglio dei fondi, soprattutto da parte degli USA. Noi paesi occidentali invece ci andiamo con i nostri finanziamenti. È un gatto che si morde la coda”. I fondi rappresentano un problema concreto, tra tagli e mancati finanziamenti da parte di molti paesi riluttanti. L’IPCC ha bisogno di 20 milioni di franchi svizzeri per restare operativo fino al 2029 e completare il Rapporto, spiega sempre “Nature”. Aspettando le decisioni dei governi, ONG, finanziatori di vario tipo e filantropi sono chiamati all’aiuto, per tutelare una risorsa preziosissima per il clima mondiale. Infatti, conclude la rivista, i rapporti dell’IPCC “sono elaborati attraverso un processo partecipativo e consultivo dei paesi di tutto il mondo, un processo globale guidato dagli scienziati”. E rappresentano una base scientifiche tra le più solide in assoluto per aiutare i governi a prendere le decisioni giuste.

Economia circolare, non solo riciclo!

In questi giorni si svolge a Rimini la 29esima fiera di Ecomondo, la fiera dell’economia circolare e della tecnologia verde. Di economia circolare si parla ormai moltissimo. Tuttavia, spesso ci si focalizza su un solo segmento, quello del riciclo. Abbiamo chiesto una definizione completa a una delle esperte italiane del tema, la giornalista Letizia Palmisano (più avanti segnaliamo il suo ultimo libro). “L’economia circolare è un modello economico progettato per svincolare la crescita economica dal consumo di risorse finite e per eliminare il concetto di ‘rifiuto’. Si contrappone al tradizionale modello lineare, basato sullo schema ‘estrarre, produrre, utilizzare e gettare’ (take-make-dispose), che ha dimostrato di essere insostenibile dal punto di vista ambientale”.

“In un’economia circolare”, continua Palmisano, “prodotti e materiali vengono mantenuti in circolazione attraverso processi come manutenzione, riutilizzo, ricondizionamento, rigenerazione, riciclo e compostaggio. In altre parole, è un’economia pensata per potersi rigenerare da sola”.

È importante notare che, quando si parla di economia circolare, si pensa anche e soprattutto al riciclo. Focalizzarsi solo sul riciclo è però una vittoria a metà, anche perché poi il riciclo richiede un consumo elevato dal punto di vista energetico. Il problema resta come investire in tutte le fasi dell’economia circolare, dall’eco-design, alla produzione sostenibile, alla distribuzione efficiente, alla riduzione dei consumi. Manca soprattutto la prevenzione del rifiuto. “Pensiamo che in Francia, ad esempio, esiste il bonus rammendo per riparare la zip del pantalone rotta”, conclude l’esperta. “Dobbiamo imparare a creare oggetti fatti per durare, essere riparati, aggiornati e, solo alla fine, smontati per recuperarne ogni preziosa parte”.

WWF, 60 anni di Natura

Ogni settimana, “Fatto For Future” vi racconta un’associazione, ong, movimento che si occupa di crisi climatica e attivismo ambientale. In questi giorni potrete trovare ancora, al Maxxi di Roma, la mostra sui 60 anni del WWF, “Rivoluzione naturale”. Una mostra che racconta come l’associazione abbia cambiato il modo in cui l’Italia guarda alla natura, dai primi taccuini alla nascita delle Oasi, dalle campagne pop alle grandi battaglie per le specie e gli habitat, dalle piazze alle leggi, fino alle alleanze con il mondo dell’impresa. “La nostra visione”, ci spiega la direttrice generale del WWF Alessandra Prampolini, “è sempre la stessa, cercare di trovare un equilibrio armonico tra la componente umana che è presente nel mondo e la tutela della natura, che rappresenta la più grande ricchezza, spesso sottovalutata e non conteggiata e che invece ci consente tutto, la salute, il cibo etc. Siamo partiti da un mondo dove questi concetti erano del tutto nuovi, basti pensare che non c’era un Ministero dell’Ambiente in Italia: siamo riusciti ad affermare in Italia, nel corso degli anni, la necessità di mettere la natura tra gli oggetti di dibattito politico, di decisione del legislatore, di attenzione delle amministrazioni nazionali e locali. Mano mano sono nati strumenti legislativi nuovi, che hanno consentito la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie. Manca però ancora, a nostro parere, un focus sulle soluzioni: eppure la conoscenza scientifica e tecnologica per arginare o ridurre gli impatti negativi come specie umana li abbiamo tutti”.

Qualche numero del WWF:

100 oasi in Italia
31.00 ettari protetti
300.000 visitatori all’anno
5 milioni di sostenitori nel mondo
50 delegazioni nel mondo

Il libro

Letizia Palmisano, Il futuro non aspetta, si costruisce.
Una giornata all’insegna dell’economica circolare, Città Nuova

Questo libro è un viaggio lungo un giorno intero, scandito da 24 storie vere, una per ogni ora di una giornata ideale in un quartiere – quello dell’economia circolare – che è ancora un’utopia, ma al quale i nostri territori dovrebbero sempre più somigliare.

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