Fatto for Future, di  Elisabetta Ambrosi
22 Ottobre 2026
Perché siamo (ancora) sommersi dalla plastica
di Elisabetta Ambrosi

Chiunque si occupi di ambiente da un po’ di anni ricorda che uno dei primi temi ambientali che hanno fatto breccia nell’opinione pubblica è stata proprio la plastica. Pensavamo dunque che, in dopo tutti questi anni, fosse un tema da lasciarci alle spalle e invece ci ritroviamo, in Italia, nel 2026, ancora invasi da imballaggi. E con una situazione che ha assunto connotati grotteschi. Da un lato, infatti, saremmo campioni di riciclo, anche di plastica. Peccato però che la plastica riciclata fatica a essere venduta perché costa troppo rispetto a quella differenziata e non riciclata, spesso proveniente da paesi extra Ue. Così, langue in capannoni che spesso prendono fuoco, per motivi accidentali o dolosi, con tutte le conseguenze ambientali del caso (mentre il governo ha addirittura autorizzato l’utilizzo della plastica differenziata e non riciclata come combustibile nei cementifici, peggio che bruciare petrolio).

Quanto ci costa il rinvio della Plastic Tax

Una delle cause di questa grave situazione è la mancata entrata in vigore della Plastic Tax italiana, proposta dal governo Conte nel 2020 nella misura di 450 euro per ogni tonnellata di polimero vergine utilizzato per la plastica. Si tratta di una imposta indiretta sul consumo di manufatti in plastica mono uso pagata da produttori e importatori e che questo governo rimanda ogni anno senza nessuna fondamento. Il paradosso è che, nel frattempo, mentre non si tassano le aziende che inquinano, l’Italia paga ogni anno un miliardo di euro proprio per i grandi quantitativi di plastica non riciclata, soggetta comunque alla Plastic Tax europea, a carico degli stati membri della UE, che è in vigore dal 2021 e prevede 800 euro a tonnellata per la plastica non riciclata. E poi c’è il Regolamento Europeo per gli imballaggi, votato nel 2025 da tutti i paesi tranne uno, indovinate chi? L’Italia. Il rischio ora è che quando entrerà pienamente in vigore – ad esempio dal 2027 sarà possibile acquistare cibo da asporto con i propri contenitori, oppure i supermercati non potranno imballare in plastica alimenti sotto un chilo e mezzo – non saremo pronti, “ecco perché serve una Plastic Tax per spingere l’utilizzo del polimero riciclato”, afferma Rossano Ercolini di Zero Waste Italia, che insieme all’associazione Marevivo lunedì 19 ottobre ha lanciato una petizione perché entri finalmente in vigore la Plastic Tax italiana.

Perché serve il deposito cauzionale

Ultimo tassello di questo quadro sono le bioplastiche, in Italia godono di particolari favori. Ma dovrebbero essere limitate a pochi usi, “come il sacchetto per buttare l’umido”, spiega sempre Ercolini, invece circolano nel nostro paese piatti compostabili che sarebbero vietati. E poi c’è la questione del deposito cauzionale per favorire la restituzione dei contenitori, che eviterebbe la dispersione dei contenitori nell’ambiente e li raccoglierebbe in purezza, riservandoli poi al riciclo “a circuito chiuso” (da bottiglia a bottiglia, da lattina a lattina). “Ogni contenitore per bevande sarebbe soggetto ad un piccolo importo aggiuntivo, tipicamente 20 centesimi in più, restituiti però quando si ridà indietro la bottiglia oppure le lattina in alluminio”, spiega Enzo Favoino, Coordinatore scientifico di Zero Waste Europe e coordinatore della campagna sul deposito cauzionale “A Buon Rendere”. “Questa misura esiste già in 19 paesi, tra cui Ungheria, Malta, Croazia (dal 2006), Germania (dal 2003), e stiamo spingendo perché venga finalmente adottata anche in Italia” (qui per partecipare alla campagna).

Transizione energetica, l’elefante nella stanza che il governo non vuole vedere.

Abbiamo un governo che parla e tratta di energia come se l’energia nulla avesse a che fare con il tema della transizione energetica. Siamo rimasti fermi ad un immaginario che lega l’energia alle raffinerie, ai paesi da cui comprare il gas, alla benzina al diesel e ai tagli delle accise, che uno studio del Fondo Monetario Internazionale ha dichiarato tra l’altro essere iniqui (cosiddetto “effetto SUV”).

Oggi poi siamo di fronte a una vera e propria beffa, visto che gli Stati Uniti, dai quali noi acquistiamo gas dopo il blocco di quello russo, hanno deciso di acquistare gas proprio dalla Russia. Tanto che Confindustria, nelle parole di Orsini, ha invocato a più riprese che “sul gas russo si deve decidere senza ideologia”.

Il paradosso degli ETS

All’inizio della settimana scorsa, Giorgia Meloni ha annunciato in pompa magna che l’Italia “avrebbe detto a Bruxelles cosa non va su energia e flessibilità”. L’Italia continua a chiedere alla UE che i miliardi di scostamento per difesa ed energia possano essere utilizzati per misure tampone. E ha chiesto anche sospendere il sistema degli ETS, quello che fa pagare chi inquina. Proprio sugli ETS, tra l’altro, siamo di fronte a un paradosso, perché l’Italia utilizza solo il 9% dei proventi degli ETS (1,6 miliardi su 18) per abbassare le bollette o finanziare la transizione energetica, a fronte di una media del 75%. Si potrebbero dunque usare meglio invece che chiederne l’abolizione.

Alla fine Giorgia Meloni è tornata da Bruxelles con la promessa di un tetto sul prezzo del gas transitorio ma, come ha detto al “Fatto Quotidiano” Attilio Piattelli, presidente del Coordinamento Free, “si tratta di un risultato che permetterà un leggero risparmio sui prezzi attuali delle bollette di gas ed energia elettrica di famiglie e aziende che oggi hanno contratti a prezzo variabile, ma ricordiamo che l’attuale valore del tetto è comunque molto più alto dei prezzi del gas a cui eravamo abituati fino a prima dell’inizio della guerra in Ucraina e quindi le bollette resteranno comunque molto alte per famiglie e imprese. Purtroppo continuiamo a scontare i ritardi sullo sviluppo delle rinnovabili e sull’elettrificazione dei consumi che avrebbero invece permesso risparmi strutturali e non temporanei”. Come ha denunciato il WWF in questa occasione, “la nostra industria paga la dipendenza dal gas, anche nella produzione di energia elettrica, non certo la transizione”.

Plastiche, un rischio “grave e crescente per la salute”

Tornando sulla plastica: c’è anche l’aspetto ambientale e sanitario. Perché le plastiche sono un rischio “grave, crescente e poco riconosciuto per la salute umana e planetaria”, come scrivono gli autori di The Lancet Countdown on health and plastics, pubblicato nel 2025. In che modo la plastica incide sulla salute? “La maggior parte di questi danni è mediata dalle sostanze chimiche di cui la plastica è composta, che si stima siano 16.000”, ci spiega Maria Grazia Petronio, vicepresidente nazionale di ISDE Medici per l’Ambiente. “Molte di queste sostanze vengono rilasciate durante l’uso. Alcune tra queste (bisfenoli, ftalati, ritardanti di fiamma bromurati etc) sono interferenti endocrini, cioè alterano l’equilibrio ormonale e quindi colpiscono diversi organi e sistemi”. L’Unione Europea ha nel tempo adottato misure per ridurre alcuni di questi interferenti, come il noto Bisfenolo A, che tuttavia viene ancora ritrovato nelle urine dei bambini nel 77% dei campioni secondo lo studio Life PERSUADED dell’ISS, con il Bambin Gesù di Roma e il CNR di Pisa, che ha trovato ftalati nel 100% dei campioni utilizzati. I livelli sono risultati associati ai giochi in plastica, riscaldamento plastica microonde, acqua in bottiglia di plastica, cibi pronti o confezionati in pellicola.

Oltre alle sostanze chimiche plastiche ci sono poi le cosiddette microplastiche o MP (inferiori a 5 millimetri), “che hanno la stessa composizione dell’oggetto da cui derivano e possono attraversare le principali barriere biologiche e creare danni a cellule e tessuti: in particolare preoccupa la loro presenza nella placenta, nelle prime feci del neonato e nel latte umano”, spiega sempre Petronio. Che aggiunge: “Ci sono prove di rilascio di MP durante l’uso dei contenitori per alimenti e bevande. Ma MP sono state trovate anche sul suolo, nelle acque, in atmosfera e in molti alimenti. Anche le particelle che si liberano dagli pneumatici, dai tessuti o dagli indumenti in materiali acrilici sono importanti fonti di esposizione per l’uomo, così come i mozziconi abbandonati. Purtroppo le MP hanno anche la capacità, detta effetto ‘cavallo di Troia’, di trasportare nell’organismo altre sostanze chimiche ambientali e anche microorganismi patogeni”. L’associazione Medici per l’Ambiente promuove una Campagna nazionale per informare cittadini, decisori e amministratori locali.

Fridays For Future: in piazza contro ondate di calore e ondate di cemento

Politicizzare il tema del caldo. Riportare al centro della discussione il tema dell’ondate di calore estive. Ma, anche, quello delle “ondate di cemento”, perché la cementificazione in città – dentro cui entrano anche i dati center e i centri per la logistica e le grandi opere – crea le isole di calore e rende più pericolose le alluvioni. Sono stati questi i temi al centro dello sciopero dei FFF di venerdì scorso 16 ottobre. Sciopero diffuso che, ci racconta Emanuele Genovese, ufficio stampa dei FFF Italia, “abbiamo voluto non fosse solo ‘giovanile’ ma intergenerazionale, siamo contrari alla logica di giovani che devono salvare la società e d’altronde non è neanche vero che la crisi climatica colpisce solo i giovani”. Servono politiche di adattamento climatico ormai fondamentali, spiegano i FFF, ma che non sono prese sul serio, prova ne sia che “il Piano di Ripristino della natura presentato a Bruxelles è stato svuotato e depotenziato”. E poi serve ovviamente anche la mitigazione, “nella quale rientra tutto il tema di come stiamo trattando le nostre grandi aziende energetiche, per esempio con la cancellazione della possibilità di tassare gli extraprofitti in cambio di un fittizio tetto al carburante, mentre alcune continuano a fare progetti di estrazioni nel mondo”. Legato a questo, ovvero al fossile, c’è il tema del riarmo e della riconversione industriale verso la l’industria bellica, invece che verso settori ambientalmente utili.

Non da ultimo, c’è la questione delle comunità energetiche, sui cui i FFF continuano a lavorare. “Abbiamo creato con il collettivo di fabbrica GKN il Coordinamento nazionale delle comunità energetiche, che fanno parte di una filiera solidale dell’energia che va dalla produzione dei pannelli solidali fino all’autoproduzione e all’autoconsumo distribuito sul territorio, sempre tramite le comunità energetiche. Si tratta di una filiera alternativa che sfida il monopolio energetico non solo fossile ma anche basato sul nucleare. Nucleare che”, conclude Genovese, “non permette alcun decentramento né autonomia, infatti certo non possono esistere comunità energetiche nucleari”.

Il libro

Alfredo Lombardozzi, Cosimo Schinaia

Inconscio climatico. Figure della negazione

Jaca Book

Un volume dedicato a spiegare come l’instabilità ecologica e la rottura degli equilibri uomo-ambiente mettano in risonanza, sia negli individui che nei gruppi sociali, angosce che si intrecciano, in vario modo e a diversi livelli, con questioni fondamentali dello sviluppo psichico e del funzionamento dei gruppi. Angosce che a loro volta alimentano vari tipo di organizzazioni difensive, individuali e collettive, che possono opporsi e ostacolare in diversi modi, o viceversa promuovere consapevolezza e autentico atteggiamento riparativo.

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