Settimana 28 – Ammetto che questa settimana ho rischiato di desistere: una bella email di scuse e ne riparliamo tra sette giorni. Troppa cervicale, troppi stimoli, affanni, troppi c***i tutti insieme che niente hanno a che vedere con questo spazio. Stavo per cedere quando la natura umana è venuta in mio soccorso e, magicamente, il filo di questa newsletter mi si è srotolato davanti. Il problema è che continuavo a guardare lontano, cercando qualcosa di universale. Ho pensato di riesumare Trump (e se avesse ragione lui? Mi sono chiesto. No, impossibile, mi sono risposto. Fine ragionamento), di scrivere ancora di ambiente, di silenzio, di utopia, ucronia, distopia, Naza, Gaza. Niente mi pareva stare in piedi. Fino a ieri sera, quando ho ricevuto la telefonata di una amica che si sfogava della difficoltà – la paura – di lasciare l’appartamento in cui vive per via di un padrone di casa non esattamente specchiato. Nel sentire il suo racconto – fatture finte per spese inesistenti, imbiancature non fatte, danni inventati, spese magicamente gonfiate e mai rendicontate, 270 euro segnati su un foglio bianco per la pulizia di un condizionatore – ho trovato l’universale che cercavo in un piccolissimo particolare: la nostra tafazziana furfanteria che tutto permea e distorce.
Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
PROLOGO – New Noise (cit.)
Il racconto della mia amica C. ha riacceso una serie di piccoli fastidi che pensavo di avere sopito, ma che evidentemente pesano sulla mia capacità di concentrazione. Un po’ come quando la macchina prende la grandine e si riempie di bozzi: non ha niente che non va, ma se la guidate vi pare strana. Ecco, il mio quotidiano è così: non c’è niente di realmente scassato, ma mi sento bottato. E a causare queste deformazioni sono le minime ingiustizie, la legge di Murphy, il paradosso del gatto imburrato (cit.), lo stronzo che ti insulta all’incrocio anche se hai ragione. O peggio: la paura di essere nel torto anche quando hai davvero ragione che da sintagma si fa paradigma. È il rumore del quotidiano di cui parlavo la settimana scorsa che si insinua, si accumula, entra in risonanza con la nostra scatola cranica fino a farsi acufene. Dài e dài, alla fine vi impedisce di sentire per davvero voi stessi e il mondo che vi circonda. Ve lo fa pure un po’ odiare, tanto siete costretti a vivere in difesa.
PARODO – Why does it always rain on me? Is it because I lied when I was seventeen? (cit.)
Recentemente, per dire, me ne sono capitate due una peggio dell’altra, almeno rispetto alla mia idea di rumore. A fine agosto sono stato multato sotto casa per non avere pagato le righe blu. Giusto, se non paghi sei in torto. A parte un piccolo dettaglio: io ho il pass da residente e quella multa era un errore. Ora, al di là del tempo perso per mandare mail, pec, ricorsi e via dicendo, ciò che mi ha assillato fino alla definitiva archiviazione è il rovello: come può accadere una cosa del genere? Perché mi accusate di una violazione così smaccatamente inesistente? Per giorni mi sono aggirato come un cane bastonato, lamentandomi a destra e a manca per l’ingiustizia subita senza, a dire il vero, raccogliere particolare solidarietà. Pochi giorni dopo, inizio settembre, stavo invece beatamente tornando a casa in moto quando sono stato preso dentro da una Smart passata con il rosso. Spoiler: non mi sono fatto niente (puro culo avevo gli stivali, spezzati dall’urto). Ma il lato destro della mia Lisbeth – Lisbeth Michela Vittoria – è stato sfasciato e per ripararla sono dovuti passare trenta giorni. Anche in questo caso passi per l’attesa – non è vero, ho rosicato come un dannato – ma ciò che non mi va giù è il costo emotivo: testimoni che si inabissano, perito, preventivi, fatture. E ancora liquidazioni parziali, ricorsi, liquidazioni integrali, bonifici che non arrivano, telefonate di sollecito. E sempre, su tutto, l’onnipresente percezione di essere giudicato, di dover fare tu ammenda per aver subito un torto.
EPISODI – The devil in I (cit.)
Non so quanto il climax sia visibile a occhio nudo. Il punto è che siamo – come popolo sicuramente, come specie anche – furfanti a tal punto che chi si confronta con noi parte dall’assunto che sia una lotta a chi frega meglio l’altro. Quindi io assicurazione mi tutelo verso di te, schiantato da una macchina in viale Cassala, perché sicuramente non è vero che hai speso 3mila euro per riparare Lisbeth. E se anche mi dimostri che quei soldi li hai spesi per davvero, allora è stato il meccanico a gonfiare il preventivo. E se il preventivo è corretto, allora ci sarà qualcosa che non torna nei pezzi di ricambio. E così via. Non so voi ma io ci esco pazzo: vaglielo a spiegare che io sono onesto per davvero. Non ti crede nessuno. Perché risalendo la catena delle responsabilità si arriva alla monade indivisibile: l’Io. Solo per scoprire che persino l’Io fotte se stesso sperando di farla franca.
STASIMI – All in all, you’re just another brick in the wall (cit.)
Un esempio? Nella mia prima età adulta vivevo in un piccolo adorabile bilocale, nato dal frazionamento di un singolo appartamento: tra le due camere da letto era stato innalzato un muro di foratini ed ecco due graziosi nidi per giovani coppie che potevano ascoltarsi l’una con l’altra nell’intimità. Ovviamente in nero – la padrona applicava gli adeguamenti Istat regolarmente, ma esisteva solo per ritirare la busta dei contanti – mi decisi ad andarmene quando la suddetta fece una proposta di “rinnovo” totalmente sproporzionata. Al mio diniego disse: poco male, tanto mia figlia – abitava nell’altra metà – si vuole allargare. E cosa fece la figlia? Ovviamente riunificò gli appartamenti, solo che invece di tirare giù la summenzionata parete decise che le piaceva di più l’idea di sfondare il muro tra i due saloni per farne un enorme open space. “Ma non è portante?” chiesi. “Sì – disse – infatti io faccio il buco per il carotaggio, mando la comunicazione al Comune e se non mi rispondono nei tempi previsti sfondo, metto una putrella e il gioco è fatto”. Ogni tanto, se passo da lì, vado a vedere se la casa è ancora in piedi.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Nel 2010-2011, insieme ad alcuni colleghi del Fatto, scrivemmo una serie di articoli sulla gestione del dipartimento del Turismo da parte della allora ministra Brambilla. Lei non la prese bene e ci fece causa per un ammontare totale che, se non ricordo male, superava i due milioni di euro. Per l’occasione la ministra si fece rappresentare niente meno che dall’Avvocatura dello Stato, invocando un danno di immagine non alla persona, ma al sistema-Paese. Come se quelli che faceva lei non fossero abbastanza. Io, proprio io, avevo dunque danneggiato l’appeal del brand Italia e perciò dovevo essere punito. Voi non potete capire la soddisfazione quando non solo le querele furono rigettate, ma ci fu persino riconosciuta la temerarietà della lite. Tutte le mie moto, da allora, si chiamano Michela Vittoria: Lola Michela Vittoria, Leila Michela Vittoria. Da ultimo Lisbeth, in omaggio alla Giustizia, alla speranza e al significativo indennizzo in denaro che venne riconosciuto a me e a ciascuno dei querelati per l’ingiusto Io che voleva farsi bello fottendo il prossimo.
Con una piccola significativa postilla: grazie all’artificio della Avvocatura di Stato, a pagare la mia moto non fu la ministra. Ma la presidenza del Consiglio, cioè tutti voi.
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Di Montgomery Burns (I Simpson, stagione 12, ep. 8)
“Se si può cogliere un vantaggio da una situazione è dovere di buon cittadino coglierlo. Perché la corsa deve essere solo dei più veloci e i rebus solo dei più astuti? Vincono soltanto perché Dio ha dato loro questo dono, ma imbrogliare è un dono che ogni uomo fa a se stesso”.
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Le poche citazioni della settimana, ché stavo cercando di riaccendere la moto: New Noise dei Refused; Why Does It Always Rain on Me dei Travis; The Devil in I degli Slipknot; Another Brick in the Wall, Part 2 dei Pink Floyd; Lenny Bruce alla moda di Don DeLillo; Il paradosso del gatto imburrato di John Frazee.
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Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la scomparsa del genere umano.
Qui sotto i miei:
– Io
– I truffatori
– Il rumore
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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