Estintori, di Fabio Amato
7 Maggio 2026
La fine del mondo è qui. Benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Cronache dall’Antropocene, settimana 6. Ho un problema sovrastante e urticante: c’è troppo rumore. Da Trump (lui stesso è rumore) alla Flotilla, dall’Hantavirus al cane Osso: tutti parlano di tutto, principalmente di cose di cui non sanno nulla. Confesso di non seguire Garlasco, Sempio e Stasi. Confesso anche che me ne frega zero nella maniera più assoluta. Non che non ci siano temi di interesse pubblico nel caso (la giustizia e il potere, per dirne due), ma nel “dibattito” non ve n’è traccia. Nel mio scroll* insonne vado in cerca di spiegazioni e trovo uno stand-up comedian* che non fa ridere, ma mi consola: “Un tempo – racconta – i cretini andavano al pub. E tutti a indicare: ecco un cretino che crede che la terra sia piatta. Ieri la televisione e oggi Internet hanno unito i cretini di tutto il mondo, gli hanno dato un palco e l’esaltazione dell’essere maggioranza”. Rendendo dominio, aggiungo io, ciò che prima era semplice prevalenza (semicit.). Per colpa di tutto questo rumore nel mio cervello i pensieri non si allineano, i dubbi si moltiplicano, le priorità vacillano. C’è solo una parola che mi torna in testa di continuo ed è questa: Qualità. Caso non raro di vocabolo sgualcito: significante e significato si biforcano e si allontanano. Ecco, in questa pandemia di Dunning-Kruger che è il 21° secolo – altro che virus – la Qualità è stata via via scambiata con l’ego, l’ego con la popolarità, la popolarità con i follower.

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Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi che sanguiniamo lì dove nostri impulsi nascono
Noi che abbiamo un luogo dove i nostri sogni muoiono (
cit.)
Noi che abbiamo passato la vita a imparare a sentire di meno (
cit.)
Noi e il cimitero degli amori finiti, le scelte che non abbiamo fatto, il nostro 49% (
semicit.)
Noi che non vi sopportiamo più
Noi che abbiamo cercato di ripescare dal cesso ciò che avevamo di più caro (semi-semicit)
Noi che alle medie avremmo scambiato un braccio rotto con un po’ di attenzione
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me”

Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

PROLOGO – Mi piacerebbe interessarmi alla domanda “Che c’è di meglio?”, che scava in profondità invece che in ampiezza (cit.)

L’effetto Dunning-Kruger è quella particolare condizione in cui il cretino pensa di essere più furbo degli altri. Funziona così: non so niente, ingurgito due informazioni a caso e vengo travolto dall’eccitazione di essere un esperto. È un concetto che un tempo tutti sperimentavamo solo dopo le partite della nazionale: “Oggi tutti allenatori, eh?”. Solo che oggi il cretino ha a disposizione un esercito di cretini per far rimbalzare le sue idee strampalate. E tutti sono diventati allenatori di tutto. Se non bastasse, l’effetto Dunning-Kruger ha una portata che copre non solo lo spazio del presente, ma tutto l’arco infinito del tempo. Di fatto è una condizione di massa da cui sono affette tutte le epoche: la mia generazione ha visto più progresso, più storia, più avvenimenti, eccetera, eccetera, eccetera. “Ogni generazione si immagina di essere più intelligente di quella che l’ha preceduta e più saggia di quella che verrà dopo”, nella formulazione di Orwell.
Spiacenti: no. Non è così.

PARODO – Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi (cit.)

Il rapporto tra parole e rumore è uno dei miei crucci di lungo periodo. Potrei persino dire che è l’ossessione per cui mi sono autoesiliato da ogni discussione e finanche dalla scrittura. Che bisogno c’è di aggiungere, quando la necessità sarebbe sottrarre? Che cosa ho da dire, io, proprio io, che non sia già stato detto, e meglio? Le parole, se male utilizzate, si rovinano, si slabbrano e infine si perdono. E io amo le parole, non vorrei che venisse fatto loro del male. Qualche caso evidente lo abbiamo incrociato tutti: dalla scomparsa del congiuntivo a “piuttosto che”. Per non dire di petaloso o dell’incapacità di distinguere tra fila (plurale neutro latino di filo) e file (plurale di fila). Orpelli? No, sostanza: chi parla male pensa male (cit.). E azzardo: questione di egemonia culturale. Prendete la parola “consistente”. In italiano significa solido, duraturo, corposo. Per gli italiani invece è diventato il calco dall’inglese consistent (coerente, costante) che, a sua volta, è l’errata assimilazione (come metà della lingua americana) di lemmi latini. Risultato? Oggi noi diciamo che un pilota è stato consistente per tutta la gara per dire che è stato costante. Ora, togliete la gara e immaginate una prestazione sessuale consistente…
Pazienza, direbbero (alcuni) storici: le lingue funzionano così, sono organismi vivi e mutanti. E soprattutto figlie dei tempi: tempi in cui ci facciamo insegnare male dagli americani le parole che noi stessi abbiamo coniato.

EPISODI – Compromise, conformity, assimilation, submission, ignorance, hypocrisy, brutality, the élite. All of which are American dreams (cit.)

La lingua americana (attenzione, non l’inglese), del resto, è buona per essere parlata masticando e sputando tabacco, agitando un AR-15 in una scuola, invadendo un Paese a caso. Si è “evoluta” negli ultimi decenni andando a ripescare e ad abusare suoni gutturali che il popolo inglese aveva in qualche modo superato dopo il 1066, quando i normanni portarono il vocabolario di francese a quei quattro barbuti impellicciati dei Sassoni. Prendete ad esempio i phrasal verb: altro non sono che creazione di concetti combinando monosillabi: io Tarzan, tu Jane. Jump around!
Non è questione di pregiudizio, ma di fungibilità: le lingue sono strumenti di condivisione nelle mani di un popolo e la loro evoluzione ci dice non solo che funzione sono chiamate a svolgere, ma anche cosa è successo a quel popolo e, in qualche modo magico, che cosa gli succederà.

STASIMI – I sure could use a vacation from this stupid shit, silly shit, stupid shit (cit.)

È il caso delle isoglosse, ulteriore fissazione con cui ho spesso sfrantecato i colleghi per anni. In francese carciofo si dice artichaut, in inglese artichoke. Nel dialetto della mia città natale, Parma, il carciofo è l’articiòc. C’è dunque una isoglossa – una linea di continuità linguistica – che collega Londra, Parigi e Parma! Noi parmigiani lo sappiamo tutti, perché tra le inutili cose di cui ci vantiamo c’è pure Maria Luigia con tutto l’annesso showroom (mostra-stanza: esposizione) di viali alberati, giardini e teatri. Ora lo sapete anche voi.
Se questo è il passato, provate ora a immaginare il futuro. A me pare pacifico che i parlanti di una lingua troppo raffinata e sofisticata finiranno per essere una minoranza boriosa o, peggio, un ricordo sbiadito. Ma altrettanto mi è chiaro che se la lingua è troppo semplificata, per quanto la sua diffusione possa esserne agevolata (l’Inglese ELF, ad esempio), i suoi parlanti finiranno per perdere la capacità di esprimere concetti complessi. Un vero sovranista – Mussolini docet – dovrebbe dunque preoccuparsi che i suoi cittadini imparino la lingua nel migliore dei modi. Invece nel mondo senza Qualità di Trump – parla male, mangia male, si comporta male – il sovrano non si cura che i cittadini assimilino una lingua mediocre, principalmente funzionale a interazioni sociali superficiali a loro volta quasi esclusivamente commerciali.

Digressione per poliglotti: Fatevi un giro dall’altra parte del mondo, date un occhio alla lingua cinese e capirete perché ci stanno mangiando in testa: alfabetizzazione di massa e logica funzionale della lingua sono state pianificate (un po’ come tutto il resto) dallo Stato.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

C’è un dialogo in Strange days – probabilmente il migliore e più sottovalutato film di Kathryn Bigelow – in cui Angela Bassett fa un cazziatone a Ralph Fiennes: “Smettila – gli intima – di usare il tempo in cui parlo per pensare alla risposta”. Cioè: ascoltami, cazzo. In fondo il problema è tutto qui. Durante un corso all’università ci raccontarono l’esperienza di un gruppo di antropologi che studiava le popolazioni aborigene di alcune isole, credo nella Papua nuova Guinea. Due in particolare erano significative. In una, la locale tribù aveva di fatto smesso di parlare. O meglio, la lingua veniva imparata e diffusa tra i bambini, utilizzata in giovane età e poi via via dismessa. Tanto che gli uomini intorno ai 40 anni erano praticamente muti: a quell’età restava veramente poco per cui valesse la pena aprire bocca. Nell’isola vicina, al contrario, le conversazioni erano talmente fitte che l’abitudine radicata degli adulti era di disporsi in cerchio e iniziare a parlare tutti insieme di qualsiasi cosa. Nel caos ciascuno sceglieva se e con chi eventualmente interagire.
Ora, io non so se si possa dire che una opzione sia meglio dell’altra, se non altro sotto il profilo dell’efficienza. E non so cosa ne sia stato delle tribù.
So però che assomigliamo sempre di più al secondo gruppo e forse una gita all’isola del silenzio ci farebbe bene.

Da Cecità, di José Saramago:

I buoni e i cattivi risultati delle nostre parole e delle nostre azioni si vanno distribuendo, presumibilmente in modo alquanto uniforme ed equilibrato, in tutti i giorni del futuro, compresi quelli, infiniti, in cui non saremo più qui per poterlo confermare, per congratularci o chiedere perdono.

Le altre citazioni della settimana, per chi non le ha immediatamente e colpevolmente riconosciute: La prevalenza del cretino di Fruttero e Lucentini, Molto forte, incredibilmente vicino di J.S. Foer, Libertà di Jonathan Franzen, Le scelte che non hai fatto di Maria Perosino, Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert Pirsig, Palombella rossa di Nanni Moretti, i Porcupine Tree, i Tool, i Rage Against the Machine, gli House of Pain, la lettera a Savonarola di Benigni e Troisi. Infine, come sempre, Lenny Bruce. Non ho citato i film di Roland Emmerich, e me ne dolgo, ma mi sono riscattato con la Bigelow…

Io sono Fabio Amato e sono caporedattore a ilfattoquotidiano.it, nonostante tutto, anche questa settimana. Se volete confrontarvi sulle isoglosse, scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it. Ma mi accontento di ricevere i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Se invece vi sentite social, qui e qui trovate le versioni bidimensionali del mio ego.

I miei tre motivi di questa settimana:

– Il rumore
– La deprimente involuzione cognitiva dei sapiens
– La deprimente involuzione del linguaggio

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

*Scroll: dal francese Escroue, ma probabilmente di origine germanica
*Stand-up comedian: letteralmente comico (greco, latino) sta-su… vabbè
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