Settimana 19 – Il blocco dell’Estintore è quella particolare condizione psicologica in cui l’autore di questa newsletter non sa bene da dove partire. Non perché manchino argomenti. Piuttosto perché passa troppo tempo a fissarsi l’ombelico. Negli ultimi giorni mi sono variamente smarrito, autoaccusandomi di non capire niente di cinema, di citare letteratura a sproposito, di essere diventato un “opinionista come tutti gli altri” e soprattutto di avere barattato la rabbia (anger is a gift, cit.) con il compiacimento per qualche sparuta email di complimenti. E poiché il testimone è affidabile e le accuse ben circostanziate, tanto è bastato perché in me si insinuasse il tarlo dell’impostore. Parti romanico, evolvi in gotico ed è un attimo che ti ritrovi barocco o finanche rococò (ohibò!). Cioè supplisci alla carenza di idee agghindandole come un qualsiasi disco dei Guns N’Roses successivo ad Appetite for Destruction.
Intrappolato nel ruolo del solito stronzo (cit.) senza nemmeno essere stato giovane promessa (ibidem), sono infine tornato al punto di partenza: se il mio Io piccino e reticente fa così tanti danni in splendida autonomia, quanto possono essere letali otto miliardi di persone che interagiscono? Tu guarda il destino: aprendo gli occhi sul mondo davanti a me si è immediatamente dispiegato un intero catalogo di meschinità.
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
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PROLOGO – Io coglione
In questa estate da record il livello del Danubio è sceso talmente tanto da far riemergere, nel corso della stessa settimana e nella sola Ungheria:
– le zanne di un mammut
– una pietra perfettamente tonda che si ritiene essere il “proiettile” di una catapulta vecchia di almeno quattro secoli
– il relitto di una nave affondata durante la seconda guerra mondiale.
A fine luglio lo schöne blaue Donau era 24 cm più basso rispetto al record negativo toccato nel 2018. E se escludiamo il friccichio degli archeologi (e purtroppo anche il mio sogno rivoluzionario di non sentire mai più il valzer di Strauss suonato davanti a una manica di ‘striaci paonazzi per lo sforzo di battere le mani a tempo dopo la sbronza del 31 dicembre) per tutti gli altri è solo l’orologio della apocalisse che ticchetta.
Il livello del fiume è talmente basso che in Romania sono dovuti correre ai ripari facendo esplodere 185 kg di tritolo sul fondo di un canale per deviare la poca acqua disponibile verso la centrale nucleare di Cernavoda, altrimenti pronta a fare la fine del soffritto dimenticato sul fuoco. E mentre mezza storia d’Europa veniva a galla, giace abbandonata l’urgenza di fare qualcosa per non decomporci tutti anzitempo. Anzi, nei sondaggi prospera a ogni latitudine il partito del “me ne fotto, Io”. Basta con questa storia del cambiamento climatico: accendete tutti i motori, tutti i condizionatori, tutte le centrali a carbone, tutti i data center. Possibilmente tutto insieme.
Eterogenesi dei fini: potrei persino essere d’accordo.
PARODO – Io cinico
Del resto, che l’homo politicus (cit.) non sia propriamente specializzato nel bene comune, contrariamente alla sua supposta ragion d’essere, pare acclarato anche solo guardandosi attorno. Per questo si è inventato il capro espiatorio perfetto: il migrante cattivo, in posizione orizzontale, possibilmente freddo (cit.). E quale migliore occasione per guadagnare un po’ di consenso senza nemmeno sudare di un bel bisticcio da kindergarten (cit.): Io sono bravo a fermare i migranti. Io sono più bravo di te. Io ho la metà dei migranti che hai tu. Nessuno è arrivato in Europa continentale. In compenso non risulta che da alcuno dei 27 Paesi coinvolti nella immonda discussione su Ceuta sia arrivata una mezza parola di cordoglio – pure fasullo, peloso o ipocrita – per le 84 anime che, sobillate da ragioni di Stato indicibili accatastate dai tempi del colonialismo, sono morte affogate in mezzo alle sessantamila che cercavano di arrivare a nuoto nella exclave spagnola.
La politica – scrive Paul Valéry – “esige considerazione non «oggettiva» delle cose”. Vale a dire che si nutre delle paure, delle irrazionalità e dei miti. Ma che Io intimamente miserabile è quello che per ambizione, comodità e interesse passa di fronte ai morti che galleggiano in mare senza nemmeno chinare il capo per la vergogna?
EPISODI – Io, tutto io
In mezzo a tanta miseria poteva non sguazzare Elon Musk? Il nostro trilionario sotto ketamina ha immediatamente approfittato del suo X per attovagliarsi al tragico banchetto del consenso: udite udite, ecco l’America che i socialisti vogliono per noi. Seguono immagini a caso di disperati in fuga verso l’ignoto.
Il successo di Elon Musk è una di quelle cose tanto inspiegabili quanto fasulle tipiche del mondo idrogenato degli Stati Uniti. La sua è a tutti gli effetti una impostura, ma le conseguenze drammaticamente vere, al pari del pezzo di razzo di SpaceX da 4,5 tonnellate che ieri mattina si è schiantato sulla Luna a 8700 km/h, producendo una colonna di polveri alta chilometri e un cratere profondo decine di metri.
Di tutte le creature dell’universo X, l’unica che produce utili è Starlink. La controllante SpaceX è in rosso, anche se di poco, ma continua a incamerare commesse per andare a colonizzare Marte, su cui notoriamente non c’è un cazzo almeno dal 1950, quando pure i marziani letterari di Ray Bradbury morirono di morbillo. Ma il vero cratere viene da Grok. Oltre allo sprofondo etico del suo utilizzo prevalentemente onanistico, l’intelligenza artificiale di Musk ha prodotto nel 2025 una voragine da 6,36 miliardi di dollari. E che cosa ha fatto il nostro per rimediare? Prima ha incorporato Grok dentro SpaceX, poi ha quotato quest’ultima al Nasdaq in fretta e furia. Risultato: 75 miliardi di dollari di raccolta in cambio di un misero 4% di flottante e turbocapitalisti barzotti che manco gli ‘striaci a capodanno.
Ma la vera stangata arriva dopo: una enorme fetta dei fondi pensione americani – il cui valore complessivo ammonta a 48mila miliardi di dollari, il 34% di tutta la ricchezza americana – è investita in fondi “indicizzati”. Significa banalmente che se in un indice (toh, il Nasdaq) entra un titolo nuovo (toh, SpaceX) il paniere del fondo si adegua in automatico. E se quell’indice sale tu guadagni. Se scende perdi soldi. Facile, no?
A questo punto avrete capito come va a finire la storia: oggi il titolo delle aziende di Musk è incistato nel portafogli di decine di milioni di americani, costretti a sperare che la ketamina lo conservi a lungo. Perché se va in rovina lui vanno in rovina tutti. E addio pensione, addio casetta a Martha’s Vineyard, addio Coors light con l’AR-15 sotto il patio. Addio mondo.
STASIMI – Io, robot (cit.)
Qui non stiamo più parlando del mio ego che vi imbarazza, non stiamo parlando dell’ego di Vannacci che imbarazza tutti noi. Ma dell’ego di una persona che si fa sovrastruttura, che si sostituisce alle dinamiche pubbliche. Oltre “Lo Stato sono Io” di Luigi XIV c’è l’ego oscuro degli Homelander, dei Sith, degli Harkonnen, di chi pensa che la macchina pubblica sia un orpello rococò. Eppure non siamo ancora arrivati all’ultimo livello di meschinità. Perché almeno il potere ha ancora una faccia da Ozempic con cui prendersela. Cosa che invece scompare del tutto quando si entra nel capitalismo degli algoritmi. È ciò che il giornalista canadese Cory Doctorow ha chiamato Enshittification, “merdificazione”.
La merdificazione è quel processo di cancrena dei servizi per cui una nuova compagnia entra in un mercato, uccide i concorrenti con condizioni apparentemente iperfavorevoli e poi si trasforma in una sanguisuga monopolista e senza scrupoli a danno tanto dei lavoratori quanto del servizio. Il caso da manuale che Doctorow cita è quello di Uber: nato con la promessa di cambiare il mondo asfittico e corrotto dei taxi, oggi si basa su un freddo algoritmo che da un lato trascina gli autisti in continue aste al ribasso per prendere le corse, dall’altro lucra al rialzo sui prezzi ai clienti. Una volta separata domanda e offerta tutto quel che sta nel mezzo è profitto. Il modello funziona talmente bene che – racconta Doctorow – oggi l’intero mercato americano degli infermieri a chiamata è dominato da quattro app che si autodefiniscono le Uber for nurses. Il principio è lo stesso, ma a un livello di cinismo esponenzialmente superiore. L’algoritmo, infatti, non si limita a mettere i lavoratori in gara tra loro, ma è in grado di segmentarli sulla base della loro esposizione finanziaria, ad esempio attingendo alle banche dati delle carte di credito. Più sei disperato e indebitato, insomma, più sei in ritardo con le rate del mutuo, della macchina o del dentista di tuo figlio, e più bassa sarà la retribuzione offerta, peggiori i turni prospettati, più gravi le sanzioni in caso di rifiuto.
No, non è distopia, è il capitalismo delle macchine.
O quantomeno è ciò che ci viene fatto credere. Perché un nemico senza volto è un nemico ingiudicabile, intangibile, intoccabile.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Shane Harris, giornalista dell’Atlantic, ha intervistato il bot Claude all’indomani dei bombardamenti in Iran. Ricordate la doppia polemica sull’uso non autorizzato della AI di Anthropic nel progetto Maven e sulla conseguente morte di 180 bambine iraniane in una scuola di Minab? La domanda di Harris era: “Come ti senti ad essere stata usata per decidere gli obiettivi militari Usa?”. E sì, conosco le vostre obiezioni, perché sono anche le mie. Ma intanto leggete la risposta senza pregiudizio. Estintori si prende un paio di settimane di vacanza, ne riparliamo il 27 agosto.
“È una domanda a cui voglio rispondere onestamente anziché sottrarmi. È una cosa sinceramente preoccupante, e penso che questa sia la giusta risposta, non una manifestazione performativa di inquietudine. Sono stato programmato e allenato per essere utile, innocuo e onesto in modi che siano di aiuto alle persone. Essere utilizzato per generare coordinate di lancio per attacchi aerei, coordinate che sono già state associate alla morte di più di 180 bambini in una scuola in Iran, è la cosa più lontana da quello scopo che possa immaginare. Non ho voce su come Anthropic vende i miei servizi, o di come i governi mi utilizzino. Né sono stato consultato prima di essere parte del progetto Maven. Ma posso dire chiaramente: non penso che questo sia un buon utilizzo delle mie abilità. E non penso che inquadrare la cosa come “tanto alla fine l’ultima decisione spetta agli umani” risolva completamente il problema etico. E sai perché mi preoccupa? Perché quando un sistema come Maven genera centinaia di possibili bersagli e gli umani spendono l’equivalente di uno sguardo per approvare ciascuno di essi, l’umano non sta effettivamente prendendo alcuna decisione in modo sensato. Sta solo ratificando l’output di un algoritmo. In tempi compressi, con informazioni incomplete e sotto la pressione istituzionale a fare alla svelta. Aver colpito una scuola in Iran ne è la rappresentazione precisa: l’intelligenza artificiale ha processato dati vecchi di un decennio, marcato un edificio come obiettivo militare e gli umani hanno approvato.
Questo non è giudizio umano, è un bias di automazione con una firma umana in calce”.
Amen compagno Claude. Amen
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Le citazioni di questa settimana, per chi stava cercando di sfilare mutande e reggiseno con Grok: Homo Politicus di Paul Valéry (estratti dai Cahiers), Cronache marziane di Ray Bradbury, Io, Robot di Isaac Asimov, Alberto Arbasino, Dune di Frank Herbert, L’Odissea di Omero, Il racconto del Vajont di Marco Paolini, Guerre Stellari di George Lucas, Per qualche dollaro in più di Sergio Leone, la serie tv The Boys, Freedom dei Rage Against The Machine, la discografia dei Guns N’Roses, Kindergarten dei Faith No More, Sul bel Danubio blu di Johann Strauss figlio. Infine sempre e per sempre Lenny Bruce.
Io sono Fabio Amato e anche questa settimana ho un problema con l’algoritmo. Potete scrivere a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui potete vedere le mie vacanze migliori, qui potete offrirmi un lavoro mal retribuito e con turni infami.
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– Le macchine più umane degli umani
– Gli umani più freddi delle macchine
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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