Estintori, di Fabio Amato
5 Novembre 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 32 – Nota per il me stesso di domani: quando avrai smaltito la sbornia per la sconfitta di Trump, ricordati che resterà presidente degli Stati Uniti per i prossimi due anni. E comunque gli bastano due mesi, quelli che mancano all’insediamento del nuovo Congresso, per fare più danni di quanti ne abbia fatti dalla sua elezione, zigzagando sul fondale delle nostre vite tipo Ivan il Matto (cit). Postilla alla nota: Giorgia Meloni governa ancora l’Italia e ha appena varato una manovra che serve nella migliore delle ipotesi a rinviare i problemi a dopo le elezioni, in quella più auspicabile a fottere chi siederà a Palazzo Chigi nel 2027. Nella peggiore a fotterci tutti. Postilla alla postilla: stando alle coliche che straziano il campo largo anche solo nel tentativo di decidere dove incontrarsi per decidere quando fare il programma e poi scegliere chi si candida a comandare eccetera, eccetera, eccetera, la probabilità che il centrosinistra vinca le prossime elezioni rimane abbastanza scarsa. Insomma, Fabio: il mondo non è cambiato in una notte. E quando lo ha fatto, di solito è stato in peggio. A parte forse per Tajani che ieri additava impettito il neo appestato Donald: “Noi? Mai stati trumpiani noi”.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – The Big Short (cit.)

Quando avevo 13-14 anni ogni sabato mia madre mi dava 5mila lire. Metà andava in sigarette. L’altra metà finiva in una manciata di gettoni da usare al Meta, la mia adorata, violenta, fumosa sala giochi. Alla domenica non avevo più un soldo e il resto della settimana diventava uno stillicidio di richieste agli amici, implorazioni al padre, invocazioni al cielo. Quando finalmente il sabato tornava, portando con sé altre 5mila lire, metà era già impegnata dai debiti. In mano rimanevano giusto i soldi per le sigarette, e nemmeno sempre, ma poi al Meta ero costretto a guardare gli altri dal divanetto. In quelle occasioni mi inventavo soluzioni magiche che mi permettessero di farmi anticipare le 5mila lire della settimana successiva. E poi quella dopo, quella dopo ancora, vantando soluzioni contabili innovative e puntualmente fallimentari.
Andai avanti così per anni, con importi e debiti crescenti, fino a quando mio fratello – che nel frattempo aveva iniziato a lavorare in banca – attivò un fido sul mio conto. Quella apparente garanzia ebbe in realtà un effetto paradosso. Sensi di colpa e di inadeguatezza quasi invalidanti si impadronirono di me: sei talmente cialtrone che ti hanno messo in un recinto. Cominciai a lottare con la soglia psicologica dello zero fino ad allontanarmene definitivamente (definitivamente?). Ma ancora oggi il fido è lì. A ricordarmi chi sono, da dove vengo, e pure una piccola legge morale: chiediti sempre di chi sono i soldi che stai spendendo.

PARODO – The proudest monkey (cit.)

Ho fatto una piccola ricerca senza nessun valore di esaustività e ho scoperto che in natura non risultano altri animali a parte l’uomo in grado di indebitarsi. Ci sono animali più o meno propensi all’azzardo: i piccioni, ad esempio, prediligono il colpo grosso improbabile rispetto al piccolo guadagno sicuro, assumendosi così il rischio di restare senza niente (cit.). Esistono pure animali con tendenze apparentemente ludopatiche tipo i ratti, capaci di rimbambire di fronte a stimoli visivi in cerca di una ricompensa (cit.). E i macachi, come certi scommettitori, vedono serie fortunate dove c’è solo caso: dopo qualche scelta azzeccata continuano a puntare sullo stesso lato, convinti che la striscia continuerà. Di contro, sono più frequenti i casi di solidarietà all’interno della specie: vedi i pipistrelli vampiro che, a dispetto del loro nome, condividono il sangue con chi non ha mangiato, donando di più a chi ha donato in passato. Oppure gli scimpanzé: io ti spulcio in cambio di cibo. Pare invece che le scimmie cappuccine siano le più accorte: adeguatamente istruite, hanno mostrato comportamenti di tipo economico e una chiara avversione alla perdita (cit.). Nessuno, per quel che ho capito, si mangia oggi tutto il cibo di domani. E se lo ha fatto probabilmente è già estinto.

EPISODI – Edge of Tomorrow (cit.)

Non sono un particolare fan della austerità, anzi. Ma mi viene da chiedermi che paghetta avessero i vari Salvini, Meloni, Tajani & co da giovani per ritrovarsi a pietire sempre nuova flessibilità a mamma Europa. E capisco mamma Europa quando li guarda severa e dice: “Per cosa la volete spendere, figliuoli?”. Che poi mamma Europa sia una stronza che suggerisce di spendere la paghetta in armi è un altro discorso: ciascuno ha la madre e il padre che si merita. La sensazione, in ogni caso, è che la classe politica nella sua interezza sia meno avvezza all’economia delle scimmie cappuccine. E qui permettetemi due numeri buttati a caso: stando ai conti del governo, nel 2027 il debito pubblico salirà al 138,5% del Pil. Solo quest’anno avremo pagato quasi 97 miliardi di interessi sul debito. In compenso la manovra contiene misure temporanee – qualcuno le dovrà rifinanziare – per oltre 10 miliardi in tre anni (sei nel solo 2027) che hanno in buona parte l’effetto di ridurre le entrate future dello Stato. In nome di cosa, orsù? Solo del consenso.

STASIMI – Love me tender (cit.)

In nome del consenso si buttano soldi per mandare in pensione poche centinaia di persone con un assegno talmente ridotto che nessuno sceglie di farlo, a meno che non se lo possa già permettere. In nome del consenso si danno agli anziani 300 euro da spendere in sanità privata: 1,6 miliardi che potevano andare alla Sanità pubblica. O alle stesse pensioni, la cui indicizzazione sarà in parte ridotta. In nome del consenso, allo stesso modo, si regala a 41mila persone l’estensione della flat tax a 100mila euro. E in nome del consenso si finanzia per un anno (un anno!) l’estensione della aliquota Irpef al 33% fino a 55mila euro. L’ineffabile ceto medio sarà contento quando a scuola non ci saranno più professori, in ospedale non ci saranno medici, ma avrà (fino a) 500 euro in più in tasca che potrà spendere… in sanità e scuole private. Per finanziare il tutto – il tutto, giusto la scarpa destra di Achille Lauro – si anticipano le scadenze fiscali delle banche (o meglio, si posticipano le deduzioni fiscali), cioè ci si gioca in anticipo tutta la paghetta futura. E le banche, su chi credete che scaricheranno le banche i 2 miliardi di deduzioni non incassati e i 750 milioni l’anno di aumento Ires? Esatto. E il futuro? Che ne è del futuro? L’ambiente? L’istruzione? No. Il futuro di questo Paese sono 40 euro in più al mese per le madri lavoratrici con due figli (ma chi ne ha tre e un lavoro rischia pure di perderci).

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Quando avevo 21 anni ebbi una storia con Carlotta. Non potevo credere che lei si fosse innamorata di me. E questo mi rese iperprotettivo, geloso e, ovviamente, inadeguato alla situazione. Il problema è che la mia insicurezza mi spingeva a voler fare colpo su di lei ad ogni occasione. Spendevo il poco che avevo per sostenere l’immagine di un adulto che poteva fare tutto. Comprai due biglietti per il teatro Regio (misura temporanea) per portarla a vedere il pianista finlandese Olli Mustonen. Fu una serata disastrosa: Charlie criticò i miei abiti – non avevo niente per apparire quanto meno decente (misura strutturale) – e passammo metà del concerto a sbadigliare vistosamente (Mustonen era un giovane genio, ma pure una palla micidiale). Finì come potete immaginare: nel giro di pochi mesi Carlotta mi lasciò. E io rimasi con il cuore a pezzi e le tasche vuote.
Se non è chiaro abbastanza: il consenso, come l’amore, va e viene. Restano i debiti. Tajani, ne sono sicuro, sarebbe d’accordo.

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Da Cancellazione, di Percival Everett:

“Idea per un racconto: un uomo sposa una donna che si chiama come la sua prima moglie. Una sera, mentre fanno l’amore, lui la chiama per nome, e la moglie lo accusa di avere pronunciato il nome della prima moglie. Ovviamente lui ha davvero pronunciato il nome della prima moglie, ma al tempo stesso ha pronunciato il nome della sua moglie attuale. Dice che non stava affatto pensando alla prima moglie, ma lei ribatte che è sicura di avere sentito bene.”


Le altre citazioni della settimana, per chi stava assaltando i bancomat: Caccia a ottobre rosso di John McTiernan; The Big Short di Adam McKay; Edge of Tomorrow di Doug Liman; la Dave Matthews Band; Elvis Presley. Sfogliati, consultati e ritrovati in rete: Carter e Wilkinson in Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences, 2013; Zentall e Stagner in ibidem, 2010; Chen, Lakshminarayanan e Santos in Journal of Political Economy, 2006; Barrus e Winstanley in Journal of Neuroscience, 2016. Come sempre: Lenny Bruce alla moda di Don DeLillo.

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Io sono Fabio Amato, almeno per 4/5 ogni mese. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo.

I miei:

– Io
– Il capitalismo
– I capitalisti senza capitale

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.


¡Hasta el fin del mundo!

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