Settimana 18 – E dunque è arrivato il momento che anche io scriva dell’Odissea di Christopher Nolan, cosicché pure voi siate infine talmente esasperati da implorare l’estinzione del genere umano pur di non sentire ancora mezza parola sul film. I colleghi, evidentemente ansiosi di vedermi trasformare in una nana gialla di mezza età, insistono invece perché io dedichi questa puntata della newsletter a Temptation Island. In fondo, mi dico, si inizia sempre da una storia di corna. Ma, partendo del presupposto che per scriverne dovrei vederlo, è evidentemente necessario precisare che io sono nichilista e isterico, non masochista. Se mai mi dovessi consacrare a una compagnia di aspiranti Elena e Menelao che passano il loro tempo in un resort di Cosenza, vi posso promettere che sarà il mio ultimo atto prima di sublimare allo stato gassoso. Ciò sancito, devo pur registrare che il reality show di Mediaset viene costantemente visto da più di tre milioni di persone, cioè a spanne lo stesso numero di italiani che in due settimane è andato a vedere il kolossal di Nolan nei cinema. Per quanto nauseante lo possiate trovare – i reality sono in giro da 30 anni e ancora non mi abbandona l’idea che parodiare la realtà per farne spettacolo sia una perversione inaffrontabile – tre milioni di persone sono comunque un milione in più dei voti messi insieme da Calenda e Renzi alle ultime elezioni, prima che la coppia scoppiasse per i reciproci tradimenti. Numeri non irrilevanti (il reality). E per restare sospesi tra nausea, soffocamento e conati di vomito, di cosa dovrei parlare, orsù: del terzo mandato di Trump? Del terzo Reich di Vannacci? Della terza ondata di afa che è tornata per strangolarci tutti?
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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
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PROLOGO – Super Size Me (cit.)
L’Odissea di Nolan ha immediatamente attirato la mia curiosità (e il mio astio) perché ha quella capacità tipica di alcuni film americani di essere al contempo un blockbuster di proporzioni galattiche e un film d’autore. È ipertrofico sotto ogni aspetto, ma non per questo lo puoi bollare come una cagata pazzesca. Ovviamente ha un cast stellare. Ha scenografie, costumi e qualità fotografica talmente celebrati da sentirsi stupidi a non commentarli appena si entra in sala e si spengono le luci. Sul modo in cui è girato e sulle mille alternative per vederlo, poi, sono state sgualcite le parole. Talmente tanto che non riesco più ad aprire Instagram senza trovare qualcuno che mi parli di Imax, pellicole 70 millimetri e sviluppo analogico. So tutto di come è stato girato insonorizzando le cineprese, di quanto pesano le bobine (362 kg), di quanto sono lunghe (11 miglia), di quanti minuti di registrazione consecutivi si possono ottenere ad ogni ciak (tre). So tutto anche di Nolan, di come ha scelto il cast e le location, di come sono stati organizzati i set, della fatica degli attori di recitare su navi vere e mezzi affogati nella terra o di salire al castello di Favignana ogni mattina, visto che niente di niente è stato ricreato al computer. So che Nolan non ha una email e che usa un vecchio monitor portatile per controllare le riprese. So che non vuole uno smartphone perché sostiene che ne sarebbe schiavo. So che solo girare il film è costato 250 milioni di dollari e che si stima che per essere redditizio ne debba incassare il triplo. So anche che non dovrebbe essere difficile, visto che in due settimane, facendo una media sui prezzi, si stima che lo abbiano visto o prenotato circa 55 milioni di persone nel mondo. E che a questo punto l’unico dubbio è se supererà il miliardo di dollari di incassi, soglia psicologica dei film più visti dello stesso Nolan.
Schiavo dell’algoritmo, come quando dovete comprare qualcosa online e venite bombardati di pubblicità su quello stesso oggetto, sono arrivato in sala stremato. E finalmente ho visto il film, manco fossi Indiana Jones di fronte all’Arca dell’alleanza.
Ah, so pure come si chiama il cane di Nolan.
PARODO – Gli altri siamo noi (cit.)
Se avete visto il film lo saprete, se non lo avete visto ne avrete letto da qualche parte: il nuovo Ulisse non è il campione dell’ingegno multiforme sospinto per il mondo dalla avidità di conoscenza, bensì un uomo braccato dal senso di colpa. Con il barbatrucco del cavallo avrà anche fatto vincere la guerra ai suoi, ma così facendo ha distrutto la legge di Zeus, la xenia: tratta gli altri come vorresti essere trattato. Ha instillato il sospetto dell’altro laddove c’era il dovere di accoglienza. E così ha maledetto la sua casa, la sua famiglia, l’intero mondo a venire. Ciò che gli impedisce di tornare a casa non è dunque la curiosità, ma la memoria della sua vergogna. Non a caso descrive il canto delle sirene che si impone di ascoltare come “la canzone di tutte le promesse che non sono riuscito a mantenere”. Nolan si permette di riscrivere pezzi della storia “originale” e li piega alla coerenza della sua Odissea, attingendo qua e là da Virgilio e pure da Dante. Ma soprattutto lavora per sottrazione, raccontando un Odisseo continuamente respinto da se stesso e dal mondo, uno specchio in cui ciascuno può riconoscere la propria personale impreparazione alla tragedia (cit.). E se la tragedia è comune, tutti finiamo per essere al contempo tanto rifugiati quanto invasori: gli uomini del mare siamo noi. Pronti a saccheggiare ogni approdo da cui saremo respinti.
EPISODI – I need to watch things die from a distance (cit.)
Di qui a gridare al film woke il passo è breve, ma assai malfermo. Nolan è tutt’altro che politicamente corretto. Si limita a rappresentare il mondo per ciò che è, uno schifo in cui il puro Sinone (Elliot Page) viene mandato a morire al fronte in nome di un doppio inganno: quello di Antinoo (Robert Pattinson), abbastanza scemo di guerra (cit.) da farsi riformare, ma molto abile e arruolato maschio alfa quando si tratta di passare il proprio tempo a gozzovigliare e concupire Penelope. E quello di Ulisse stesso che nega al giovane soldato la verità sul “dono” ai troiani solo per rendere la rappresentazione più innocente e dunque credibile. L’esito è la vittoria, sì, ma al prezzo di una carneficina, della distruzione di una città, dello stupro dei suoi abitanti e della virtù. Tra un aedo nero (il rapper Travis Scott) e una circe di Nottingham (Samantha Morton) qualcuno poi se l’è presa perché i personaggi parlano inglese non con la cadenza elegante che dovrebbe essere riservata ai Classici, ma con il loro marcato accento di provenienza. Manco i greci avessero frequentato corsi di dizione sul monte Taigeto e l’Odissea che leggiamo oggi a scuola non fosse essa stessa il rimaneggiamento di millenni di tradizione orale. Insomma, tutti a scambiare la pagliuzza con la trave: ad accusare Nolan di strizzare l’occhio a tizio o a caio solo perché il suo universo non è quello bianco e wasp in cui puoi sedere a una scrivania e passare la presidenza a giocare alla guerra col culo degli altri.
[Digressione per cospiratori. La connessione che qualcuno ha ipotizzato sulla metempsicosi dei personaggi è una droga: come se la narrazione di Nolan si muovesse lungo una linea che attraversa i titoli, Matt Damon è la summa di ogni suo ritorno a casa mancato. Ulisse porta su di sé le colpe di ogni conoscenza, incluso Oppenheimer. Agamennone, fin dall’estetica, sembra invece un Batman oscuro ma non cavaliere, mentre Eumeo potrebbe essere il fido Alfred. Potrei continuare, ma siamo già ampiamente nell’irrazionale.]
STASIMI – My Favourite Faded Fantasy (cit.)
Ma il merito principale del film è nell’ordito puntiglioso della xenia, la legge di Zeus di cui si diceva sopra. Nella formulazione classica dice che lo straniero che bussa alla porta deve essere accolto non in nome della buona creanza (scelta morale), ma perché dietro ogni mendicante potrebbe esserci un dio sotto mentite spoglie (scelta egoistica). Mutatis mutandis, è il paradigma universale del bene comune: pagare il biglietto del bus, versare tutte le tasse dovute per finanziare la sanità, l’istruzione e il verde pubblico, contribuire in misura proporzionale al proprio avere al destino di tutti. Ed è una legge meravigliosa perché per essere efficiente deve essere inviolabile: la Grecia antica non aveva la teoria dei giochi, ma aveva la filosofia e la Natura (cosa sono gli dei se non le forze degli elementi?) e da quelle aveva elaborato una nozione di equilibrio anche senza sapere la differenza tra giochi a somma non nulla e giochi a somma zero.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
L’inganno di Ulisse – il tradimento del bene comune – è il passaggio che cambia definitivamente la qualità del gioco e inficia la razionalità dei giocatori. Questo passaggio porta con sé una serie di corollari. Il primo e più evidente è il venir meno del rispetto tra ospiti: i Proci passano praticamente vent’anni seduti a casa di Ulisse a pasteggiare a spese sue, come degli evasori fiscali qualsiasi. E non vedono l’ora di saperlo morto per prendergli anche moglie, casa e regno, mentre Telemaco vorrebbe sbatterli fuori dalla porta un giorno sì e l’altro anche. Il secondo è il disprezzo per l’altro: nessuno vede più gli dei alle spalle dei mendicanti e dei servitori che finiscono allontanati, scacciati. Gli umili e i deboli diventano un peso nella società degli arricchiti. Il terzo e principale è il sospetto che tutto permea e avvolge: ogni fedeltà deve essere validata attraverso una prova. E questo vale per i compagni d’armi, per il figlio, per la compagna di una vita. Per Ulisse stesso.
Solo una creatura si salva da questo destino ed è il cane Argo, progenitore di tutti i cani letterari futuri e simbolo intoccabile di fedeltà. La commozione istintiva e violenta che si prova nel vederlo infine riunito con il suo padrone – quei pochi istanti in cui la coda scodinzola dopo due decenni di attesa – vale da sola tutto il film. Ma ha una sapore amaro, quello della presa di coscienza della superiorità della bestia sull’uomo.
Post scriptum:
Il titolo di lavorazione del film era Charlie’s Tale.
Il cane di Nolan si chiama Charlie.
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Da Falling Slowly, di Glen Hansard e Markéta Irglová
I don’t know you, but I want you
All the more for that
Words fall through me and always fool me
And I can’t react
And games that never amount
To more than they’re meant
Will play themselves out
Take this sinking boat and point it home
We’ve still got time
Raise your hopeful voice, you have a choice
You’ve made it now
Falling slowly, eyes that know me
And I can’t go back
And moods that take me and erase me
And I’m painted black
Well, you have suffered enough
And warred with yourself
It’s time that you won
Take this sinking boat and point it home
We’ve still got time
Raise your hopeful voice, you had a choice
You’ve made it now
Take this sinking boat and point it home
We’ve still got time
Raise your hopeful voice, you had a choice
You’ve made it now
Falling slowly, sing your melody
I’ll sing it loud
Oh
Only love survive the fall
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Le altre citazioni della settimana, per chi stava cercando una delle 41 sale IMAX nel mondo: La Teoria dei giochi e del comportamento economico di Oskar Morgenster e John Von Neumann, Pastorale americana di Philip Roth, la filmografia di Christopher Nolan infilata a casaccio qua e là, Super Size Me di Morgan Spurlock, Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta di Steven Spielberg, Scemo di guerra di Dino Risi, Gli altri siamo noi di Umberto Tozzi, Vicarious dei Tool, My Favourite Faded Fantasy di Damien Rice. E infine, sempre e comunque, Lenny Bruce.
Io sono Fabio Amato e ho un problema con l’algoritmo. Potete scrivere a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui sembro quasi normale, qui non c’è niente da vedere.
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– La pellicola 70 mm
– La morte di Argo
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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