Estintori, di Fabio Amato
3 Settembre 2026
di Fabio Amato

Settimana 23 – Quando ho iniziato a scrivere questa rubrica, cinque mesi fa, avevo fissa in testa l’esclamazione brusca e apparentemente fuori di senno che Don De Lillo attribuisce al comico Lenny Bruce nel suo dilagante Underworld: “Moriremo tutti!”. Un piccolo apocrifo, lo confesso ora, giacché non risulta che Bruce abbia mai detto quella frase in un suo spettacolo. Ciò nondimeno un falso con valore di verità inconfutabile. Potere della narrativa, di cui volendo possiamo parlare diffusamente in privato: un personaggio immaginario, ricalcato sulla frenesia del vero Lenny Bruce, esorcizza l’ansia collettiva dell’apocalisse nucleare nei giorni della crisi di Cuba davanti a un pubblico che ride della propria stessa paura mentre il giullare passa tra le sedie fingendo di misurare la radioattività. Ecco, in fondo Estintori è sempre stato un piccolo cabaret esistenzialista: moriremo tutti perché siamo stupidi, moriremo tutti perché siamo arroganti e inefficienti, moriremo tutti guerrafondai, avidi, egocentrici, solipsisti, incapaci di un pensiero di specie. Intanto lo gridiamo. Poi si vede.
Moriremo tutti, fin qui non c’è dubbio. Il problema è che moriremo vecchi e malati. Probabilmente soli in un Paese spopolato. Niente estinzioni di massa, niente meteorite, niente fungo atomico, nessuno scenario distopico, nessuna sceneggiatura d’autore né cafonata americana. Deprimente? Citofonare Istat: l’istituto di statistica ha dato alla frase-mantra un significato tutto nuovo. Non inatteso, ma sicuramente inappellabile nella sua esattezza statistica.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – The Great Southern Trendkill (cit.)

Meglio di un Estintore professionista, decisamente più coerente di un film di Roland Emmerich, lunedì l’istituto di statistica ha spiegato passo passo cosa accadrà al nostro Paese. Per i prossimi cinque anni avremo una infinitesima contrazione annua della popolazione: lo 0,1%. Non ce ne renderemo nemmeno conto, ma di qui al 2030 spariranno circa 200mila italiani. Poi la piccola palla di neve prenderà a rotolare velocemente e si farà slavina: un banale 0,3% annuo cancellerà dal Paese 4 milioni di residenti tra gli anni trenta e quaranta del secolo. Dal 2050 in poi il piano si inclinerà ancora e falcerà 9 milioni di italiani entro il 2080. In 55 anni – intorno della proiezione – il saldo tra nati e morti (comprensivo pure di flussi migratori) avrà segnato la cifra monstre di -13,1 milioni di persone. L’Istat ci tiene peraltro a sottolineare – con matematica acribia – che si tratta di un “risultato praticamente certo”. Il che – questo lo dico io – smonta ogni retorica patriarcale, paternalistica e nazionalista si sia improvvidamente impadronita del nostro Paese e dell’intero Occidente. Cari Vannacci & co: è troppo tardi per vietare l’aborto, è troppo tardi per puntare sull’italica verga o per respingere i migranti. E non potete farci niente.

PARODO – Tutti morimmo a stento (cit.)

Va da sé, peraltro, che la questione non è esclusivamente numerica. Così fosse nel 2050 si potrebbe finalmente tornare ad andare sulle Dolomiti senza rimanere imbottigliati dentro una stramaledetta fila per i krapfen. Oppure passeggiare per i sentieri liguri senza pagare un ticket. Il problema è che, a meno di rubare un razzo a Elon Musk per farsi tre o quattro giri attorno a un buco nero (semicit.) e tornare freschi freschi per vedere gli altri che crepano, nei prossimi 25 anni la composizione della società cambierà drasticamente, con tutto ciò che ne consegue. L’età media della popolazione continuerà ad aumentare, superando i 50 anni, le famiglie senza figli sopravanzeranno quelle con figli. A metà secolo gli over 65 rappresenteranno più di un quarto della popolazione e gli over 75 saranno quasi 5 milioni. Il che, non sfuggirà, implica una reazione a catena: una società con sempre meno lavoratori, minori entrate fiscali, maggiore spesa pensionistica e, soprattutto, un eccesso di domanda di cura della vecchiaia senza corrispondente offerta. E così si torna al punto di partenza: moriremo tutti. Ma non tutti insieme: lo faremo alla spicciolata e abbandonati a noi stessi.

EPISODI – It’s raining in Baltimore, but everything else is the same (cit.)

In tutta la sua deprimente verità, la proiezione dell’Istat offre invero un piccolo appiglio di speranza che non contempla né me né quasi tutti voi: intorno agli anni settanta del secolo, infatti, la slavina demografica perderà vigore e il saldo tra morti e nuovi nati tornerà ad allinearsi. La stitichezza della mia generazione e di quelle successive sarà smaltita, i baby boomer e le altre generazioni più prolifiche saranno sepolte. Quel 10 per cento scarso di popolazione residua di età compresa tra i 12 e i 15 anni avrà nelle mani una occasione di rinascita. A patto – e non è poca cosa – che nel frattempo non succeda altro di ancor più catastrofico: leggere Diluvio per credere, a proposito di potenza della narrativa e di esattezza delle previsioni. Ed è qui che entra in gioco la politica. O almeno dovrebbe, se non fosse eternamente impantanata nel presente, dispersa tra una legge elettorale con un orizzonte di sopravvivenza che si conta in mesi e la censura di programmi sgraditi. Butto lì a caso qualche occupazione più edificante: guerre, inquinamento, cambiamento climatico, sanità, istruzione, disuguaglianza. Ma la politica ha un drammatico conflitto di interessi con il futuro, perché il consenso non si misura a posteriori, in proporzione alla bontà delle scelte fatte, bensì sulla soddisfazione a breve termine dei blocchi elettorali di riferimento.

STASIMI – People=Shit (cit.)

Del resto la politica è così perché così sono gli elettori. Ovvero, per dirla con un adagio attribuito di volta in volta a Churchill, Prezzolini, De Tocqueville o Montanelli: “I politici sono per un quarto peggiori, per un quarto migliori e per il resto uguali ai loro elettori”. E ancor peggio, aggiungo io: hanno la stessa età se non superiore. Il che di questi tempi è fonte di ulteriore preoccupazione. Leggo su Appunti, il Substack di Stefano Feltri, un illuminante articolo dell’economista Ignazio Angeloni. Il succo è, che lo si voglia leggere come provocatorio o meno: il sistema una testa un voto oggi non garantisce più la rappresentanza. Perché? Perché una società che invecchia inesorabilmente sempre di più tende a fare gli interessi delle classi più ampie: i vecchi. E quindi inevitabilmente a concentrarsi, ancora una volta, sul presente. Angeloni, non a caso, fa l’esempio delle politiche di mitigazione del cambiamento climatico: l’adozione di determinate misure o più frequentemente la non adozione non tocca allo stesso modo i miei nipoti, me o mia madre. Ma se mia mamma, 78 anni, può anche fregarsene e alzare il condizionatore, la stessa cosa non vale per me (statisticamente dovrò penare per altri 30 anni) e ancor meno può essere accettabile per Leonardo e Pietro che si affacciano ora nella terza decade della loro esistenza.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Non so se i miei nipoti abbiano mai visto White Wilderness. Girato nel 1958, il documentario prodotto dalla Disney vinse diversi premi ed ebbe ampia popolarità. Soprattutto per il racconto delle migrazioni dei lemming – i lemmini – piccoli e simpatici roditori che, narrava il film, ogni 7-10 anni scoprivano di essere troppi e si lanciavano dalle scogliere artiche in una sorta di suicidio collettivo teso a riequilibrare la specie. Struggente, istruttivo e soprattutto: falso. Sì, durante le migrazioni, spinti dalla massa di congeneri, i lemming potevano accidentalmente cadere o morire affogati. Ma il mito del suicidio collettivo fu fabbricato ad arte. La troupe comprò gli esemplari necessari dai bambini Inuit – 25 centesimi a bestia – li spedì su un set in Alberta, Canada (dove i lemmini nemmeno vivono) fingendo che fosse l’Artico e lì furono messi a correre in tondo su una piattaforma coperta di neve finta. Ripresa da molto vicino, la scena restituiva allo spettatore l’idea di una grande massa immortalata durante la corsa. Solo dopo un Oscar e 24 anni una inchiesta della Cbc scoprì l’inganno e la sua crudeltà: per il gran finale i lemming erano stati spinti uno a uno giù da uno strapiombo sul Bow River.
E così ci ritroviamo ancora una volta nell’esatto punto da cui siamo partiti. Moriremo tutti, sì. Ma fa una bella differenza se a spingerci di sotto siamo noi o le scelte di qualcuno che vuole a tutti i costi fabbricare una verità conveniente per il suo presente. A Leonardo e Pietro, nel dubbio, consiglio di guardarsi le spalle.

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Da Le intermittenze della morte, di José Saramago (se non altro per contrasto):

Il giorno seguente non morì nessuno. Il fatto, poiché assolutamente contrario alle norme della vita, causò negli spiriti un enorme turbamento, cosa del tutto giustificata, ci basterà ricordare che non si riscontrava notizia nei quaranta volumi della storia universale, sia pur che si trattasse di un solo caso per campione, che fosse mai occorso un fenomeno simile, che trascorresse un giorno intero, con tutte le sue prodighe ventiquattr’ore, fra diurne e notturne, mattutine e vespertine, senza che fosse intervenuto un decesso per malattia, una caduta mortale, un suicidio condotto a buon fine, niente di niente, zero spaccato.

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Le altre citazioni della settimana, per chi era in coda ad aspettare i krapfen:
Underworld di Don De Lillo, Diluvio di Stephen Markley, Interstellar di Christopher Nolan, Roland Emmerich, Lenny Bruce (quello di fantasia, ma anche quello vero), almeno uno tra Churchill, Prezzolini, De Tocqueville e Montanelli, The Great Southern Trendkill dei Pantera. People=Shit degli Slipknot, Tutti morimmo a stento di Fabrizio De André, Raining in Baltimore dei Counting Crows, La democrazia europea è ostaggio degli anziani di Ignazio Angeloni, in Appunti del 27 agosto 2026. Nella mia testa e solo lì anche un po’ del Racconto dell’ancella, scegliete voi se il libro di Margaret Atwood o la serie.

Io sono Fabio Amato, e sono passato dal Canada solo una volta, molto dopo il 1958. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui potete vedere talvolta un po’ di neve vera, ma nessun lemming. Qui no.

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– Le file per i krapfen
– Il pensiero breve

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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