Estintori, di Fabio Amato
29 Ottobre 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 31 – Stiamo perdendo le parole. Ne abusiamo, le violentiamo, le prostituiamo al servizio di interessi indicibili, le stiracchiamo da una parte all’altra a piacimento, svuotandole e riempiendole a seconda della necessità e del momento. Le urliamo e le taciamo, le invochiamo e le malediciamo. Le slabbriamo per il troppo utilizzo e poi, incuranti, le abbandoniamo sfibrate. E così facendo degradiamo la nostra capacità di ascoltarci e di interagire. In principio abbiamo perso gli “eroi” – tutti erano eroi, quindi nessuno lo era – poi è mancata la “giustizia”, perché giustizia è diventata convenienza. E dopo la giustizia abbiamo perso la “pace”, ché di pace si soffoca tra le macerie. E che dire di “sicurezza” e “temperatura”? Adesso ci limitiamo a percepirle. Non sappiamo cosa siano “bello”, “onesto”, “virtuoso”. In compenso ogni cosa è “iconica”, per quanto ancora chissà. In una sola settimana, quella appena passata, ci siamo giocati “innocente”, “mente” e “vergogna”. E prima o poi, temo, verrà anche il giorno della “democrazia”.

“È il solito problema di sempre – scrive Saramago ne La Caverna – se non parliamo siamo infelici, e se parliamo non ci comprendiamo”. È così, anche peggio di così. Perché nella Babele di parole si annida la malafede. Non ci capiamo perché non ne siamo in grado o perché qualcuno sabota il linguaggio, attribuendogli di volta in volta il significato che più fa comodo? Chiediamo la grazia per gli assassini, liquidiamo come interlocutorie le condanne di rapitori e torturatori, ma invochiamo la gogna pubblica di un giovane perché non ci piace quello che pensa, prima ancora di sapere cosa ha fatto. Se ha fatto. E se una giudice osa farlo notare in punta di legge sarà certamente correa. Una riforma da fare subito: pensare, pensare deve essere vietato. Di nuovo, ancora. Servono altri decreti sicurezza. Almeno cinque, dieci, venti: finché la realtà non smetterà di ribellarsi alla forma che le volete dare.
O forse non serve proprio niente. Alla maggioranza va già bene così.

Per questa settimana mi fermo qui: non sono in vena di lunghe tragedie. Sarà la rabbia, sarà lo sconforto, la paura di far male alle parole più di quanto ne abbiano già subito. O forse la nausea che non mi abbandona. Deve essere lo schifo, ma non escludo una colica renale.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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Da Il pappagallo di Flaubert, di Julian Barnes

“Al centro della stanza si trova una gabbia che ospita una minuscola scimmietta e un pappagallo dal becco enorme. La scimmia è un turbine in movimento perpetuo; schizza sul trapezio e non smette un istante di tormentare il pappagallo, lo «martirizza» strappandogli le penne. Il volatile avrebbe la possibilità di fare a pezzi la scimmia con un solo colpo di becco, ma si limita invece a emettere strazianti lamenti. Goncourt si impietosisce ed esprime il proprio parere sull’esistenza terribile che è costretto a sopportare il povero pappagallo. Al che gli si spiega che si è tentato una volta di separarlo dalla bestiola, ma il pappagallo è quasi morto di dolore. Per farlo riprendere è stato necessario rimetterlo nella gabbia con la scimmietta torturatrice”.

Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la scomparsa del genere umano.

Qui sotto i miei:

– Io
– La morte della lingua
– I miei reni

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.


¡Hasta el fin del mundo!

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