Settimana 9 – Momento grigio per gli Estintori. Stolidamente grigio. 2025 TF, di cui non raccoglievo notizie da un po’, è alla deriva a 3,32 unità astronomiche dalla Terra: sarà per il prossimo multiverso. 496 milioni di chilometri più in là, migliaio più migliaio meno, sul pianeta delle scimmie siamo parimenti sospinti dalla stessa vuota inerzia. Cioè, va sempre tutto abbastanza a ramengo, ma non è che ci sia qualcosa che va veramente a scatafascio col botto. Procediamo senza sussulti, senza strepiti, senza particolare pathos. Sarà il caldo che ottunde le sinapsi e abbassa la pressione, ma mi pare persino di essermi affezionato a Trump, alla sua incipiente demenza, al suo bofonchiare concetti uguali e contrari nella stessa frase, ai suoi servi che ne ripetono i toni e il linguaggio: una Rsa della geopolitica, ma con la valigetta nucleare nascosta nel pannolone. Come in una novella Versione di Barney, solo scritta dagli sceneggiatori di Roland Emmerich, ho nostalgia della mia sorpresa di fronte alla sua spacconaggine. Lo osservo con tenerezza – il ricordo del tempo che fu che sbiadisce – aspettare il giorno in cui Hormuz sarà finalmente aperto: seduto su una panchina di fronte al mare guarderà le petroliere che infine avanzano maestose, ma senza capire…
Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi nel mezzo di questa delusione (cit.)
Noi strumenti bellissimi e scordati
Noi che non vi sopportiamo più
Noi che non possiamo fare distinzione tra la musica e le lacrime (cit.)
Noi che non abbiamo una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi (cit.)
Noi che abbiamo cercato di ripescare dal cesso ciò che avevamo di più caro (semi-semicit)
Noi che almeno una volta al giorno invochiamo in silenzio: “Prendi me, prendi me”
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.
Un po’ sul serio. Un po’ no.
PROLOGO – This is what it’s like to be alone (cit.)
Questa newsletter funziona più o meno così: ogni settimana una delle mie tante idiosincrasie deflagra con maggiore virulenza rispetto alle altre e io la elevo a costrutto razionale per invocare la visita dell’asteroide. Fin qui ha funzionato perché qualcosa che mi dia profondamente fastidio si trova sempre (è facile quando ti dà fastidio tutto). Ma l’operazione richiede di essere sempre feriti – sentimenti e principi morali appena protetti da un velo di epidermide – e di nutrirsi di rancori, rimpianti e nostalgia a ogni respiro. A quel punto si deve praticare un foro da cui far defluire i pensieri in piena, afferrare quelli più solidi e legarli stretti insieme. Bisogna, insomma, essere molto attaccati alla vita e alle sue contraddizioni per predicare l’estinzione con una certa coerenza (semicit.). E bisogna spendere molto tempo di cattiva qualità con se stessi per avere il tempo di scandagliarsi. Se fossi Murakami vi direi che lo scrittore deve essere tanto distrutto emotivamente quanto prestante fisicamente. Fossi Franzen ve la girerei sulla distinzione tra isolamento e solitudine. Fossi Pennac la venderei in positivo: “Il tempo per leggere e per scrivere, così come quello per amare, allunga il tempo per vivere”. Da scriba mediocre (semicit.), io mi limito ad abusare di pensieri altrui. Del mio corpo già sapete.
PARODO – But all the colors mix together to grey (cit.)
Mi avventuravo in tutta questa mesta autoreferenzialità, ingrigito e indeciso a tutto, quando all’orizzonte è comparso Vannacci (ogni epoca ha le sciagure che si merita). Del generale è stato scritto in lungo e in largo e non mi soffermerò su questo emulo di Frank Fitts (cit), intento a mostrare il turgore del suo ego in ogni dove. Nella peggiore delle ipotesi l’uomo forte è come l’ossalato di calcio: espelli un calcolo renale, prima o poi se ne genererà un altro. Se si eccettua il dolore, talvolta proprio tanto dolore, è qualcosa che passa (poi torna, poi passa di nuovo). Il calcolo, del resto, è solo un sintomo. Se, cambiata la dieta, eliminati gli alcolici, gli spinaci, gli zuccheri e i vizi continuate a produrre scorie dolorose, allora c’è qualcosa che non va. Ecco, il corpo del genere umano sembra essere naturalmente predisposto a produrre personaggi di tal fatta. Mi verrebbe da dire che ciò avviene proprio come reazione allergica alla dieta: che il rigore alimentare sia alle nostre spalle o appena annunciato, la biologia umana porta a fidarsi di chi dice: “Offro la cena a tutti”.
EPISODI – Be Unden!able (cit.)
Datemi dell’illuso o dell’anima bella ma ho sempre pensato che chi propaganda una tesi, un messaggio o una idea abbia una responsabilità maggiore: ciò che si afferma deve essere incontrovertibile. Una buona idea viziata nella forma, una ragione rovinata dai comportamenti o un buon comportamento compromesso nella logica sono tutte manifestazioni fallimentari che non raggiungono l’obiettivo minimo di razionalità. Tra emittente e ricevente, insegnano alla pari la teoria base della comunicazione (cit.) e il telefono senza fili dei bambini, ci sono infinite possibilità di errore, quindi meglio prevenire. Ed è sì questione di efficienza, ma anche di profilassi contro gli stronzi: non lasciamo che le nostre buone ragioni vengano minate da egotisti incalliti, bastian contrari in cerca di notorietà o semplici spaccavetrine. È faticoso e spesso non ne vale la pena, lo ammetto. A maggior ragione perché all’altro estremo dell’universo i vari Tea Party, Afd, Futuro Nazionale e altri accrocchi maleodoranti di revanche vomitano la qualunque. Che sia la “remigrazione” o l’uscita dall’Euro, la purezza della razza o quella della grappa, i nostri se ne vanno in giro dando aria ai denti. La cosa mi offende – se non altro perché passo giorni interi solo a connettere questi miei miseri pensieri – ma non mi stupisce.
STASIMI – There’s a blind man looking for a shadow of doubt (cit.)
Resistere alle paure, alla tentazione del razzismo, dell’ingordigia e della sopraffazione è un esercizio consapevole, volontario e lucido. Ciò che è misero, logoro o debole spaventa, perché è una proiezione dei nostri peggiori incubi. Se avete letto le precedenti puntate di questa rubrica ne farete forse una questione di razionalità, di secondo principio della termodinamica, di io vs noi. Comunque la mettiate, amare il prossimo come se stessi è quanto di meno istintivo ci sia nel genere umano. Non a caso è un precetto religioso: devi essere timorato di qualcosa di grande per esercitarlo. Ovvero sufficientemente razionale da sceglierlo deliberatamente. Per questo non c’è niente di più odioso della politica di chi attinge alle paure altrui per guadagnare potere. Come i ciechi di Saramago – per settimane reclusi nella loro prigione anche quando non c’è più nessuno a osservarli – gli elettori vengono spinti a isolarsi sempre più, accollando tutto a cascata sui più indifesi.
ESODO – Moriremo tutti (cit.)
Colpevolmente, ammetto, non avevo mai guardato la serie The Newsroom. Sono giustificato dal fatto che per chi fa il giornalista ogni prodotto che vagamente sfiori la professione è invariabilmente un travaso di bile (Quarto Potere escluso). Se cito qui la serie creata da Aaron Sorkin – discreta garanzia – è solo perché un dettaglio mi ha mandato ai matti. L’anchorman Will McAvoy (una specie di crasi tra il Perozzi [devo dire cit!?] e madre Teresa) è ossessionato dalla falsità dei messaggi politici. Ne fa una crociata che lo porta a scontrarsi con i vertici della sua stessa televisione e bla bla bla. La serie ha ormai quasi 15 anni, badate bene. E c’è traccia appena percepita di Twitter, Facebook o qualsivoglia altra piattaforma social. Per me che soffro il rumore il mondo di 15 anni – ed era già un casino – è infinitamente più silenzioso. Per tutti: quante cazzate puoi dire davanti a una tv o in un giornale? Tante: Berlusconi non è ancora passato remoto. Ma sempre meno di quelle che potrai raccontare andando a intrufolarti indisturbato direttamente nel telefono dei tuoi elettori, tagliando fuori anche i pochi Perozzi rimasti in circolazione.
Ora, non dico che dovremmo tornare al mondo prima dei social (mi limito a pensarlo come penso alla DeLorean DMC-12). Ma che la presenza dei politici sui social avrebbe dovuto essere normata questo sì.
Tanto, tanto, tanto tempo fa.
Da Fahrenheit 451, di Ray Bradbury
Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di “fatti” al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d’essere “veramente bene informati”. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.
Le altre citazioni di questa settimana, per chi era a Vigevano a festeggiare il 14% di Vannacci:
La Versione di Barney di Mordecai Richler, L’uomo senza qualità di Robert Musil, Friedrich Nietzsche (in Lacrime e Santi di E. Cioran), Murakami Haruki, Come un romanzo di Daniel Pennac, Libertà e Come stare soli di Jonathan Franzen, la Teoria della comunicazione di Roman Jakobson, La Caverna e Cecità di José Saramago, American Beauty di Sam Mendes, Back to the Future di Robert Zemeckis, Citizen Kane di Orson Welles, Everything You Ever Wanted to Know About Silence dei Glassjaw, Be Unden!able degli Hellyeah, Joining You di Alanis Morissette, Grey Street della Dave Matthews Band, King of Pain dei Police. E infine Gianni Clerici, Roland Emmerich e Lenny Bruce.
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Sono Fabio Amato, sì? Chiedo per un amico. Mandate i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo a f.amato@ilfattoquotidiano.it. Incoerentemente anche qui e qui,
I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:
– Io
– I miei reni
– La strada per Vigevano
Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.
¡Hasta el fin del mundo!
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