Estintori, di Fabio Amato
27 Agosto 2026
di Fabio Amato

Settimana 22 – Meloni fischiata da una parte, Meloni applaudita dall’altra. Amatrice che resta una distesa di niente con un campanile. Hormuz che fa Hormuz: apre, chiude, apre, chiude, apre, chiude… E poi genocidi a sterminio continuo, fabbriche riconvertite in santebarbare, Tajani che si sveglia dentro Goodbye, Lenin!, Vannacci Balilla fuori età, Salvini che rosica, il prezzo dei carburanti che sale, Schlein che sibila: “Tassateeeee gli extraprofittiiii”. E ancora: il controesodo, il cane di Zelensky, gli amici di Zelensky, i sodali di Zelensky, i russi in fila per la benzina, i bimbi morti sotto le macerie, le forche di Ben Gvir (e la forte tentazione di cambiare una preposizione), Trump che scappa travestito da carrello del catering, il woke che è morto, viva il woke. Il clima, il clima perdio: le montagne che si disfano in testa alla gente in fila per i krapfen, i paesi spaccati dal sole, travolti dalle trombe d’aria, cancellati dal fango insieme alla loro stessa memoria. Il Super El Niño che promette di rendere il 2026 un fresco ricordo cui riandare con proustiano struggimento mentre tutto attorno a noi i campi muoiono di sete e l’acqua del mare ribolle.
E in fondo, in fondo un bel chissenefrega: hai visto che botte nel basket femminile americano?

Due settimane senza questa newsletter e cosa trovo al mio ritorno? Solo due settimane in meno sul calendario.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – La domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto (cit.)

Nel 1972 venne dato alle stampe il Rapporto Meadows, meglio noto come Rapporto sui limiti dello sviluppo. I tempi erano infausti: guerra fredda, conflitti aperti, crisi petrolifera alle porte, casini in Medio Oriente e in Asia. Cioè più o meno come oggi. Sullo sfondo la pressione furiosa a crescere, crescere e soltanto crescere dettata da una incipiente rivoluzione tecnologica alimentata dalla fame del privato. Cioè più o meno come oggi. In questo casino, il documento
commissionato a un gruppo di 17 ricercatori dal Club di Roma – ricchi con i sensi di colpa, in contrapposizione ai ricchi che se ne fottono – doveva rispondere a una semplice domanda: “Possiamo andare avanti così?”. Tra tutte le facili risposte – Ma siete scemi?, No, Manco per idea, 42 (cit.) – i ricercatori faticarono per non scoppiare a ridere, ma ci si misero infine di buzzo buono, illusi che qualcuno li avrebbe ascoltati. Grazie ai “supercomputer” dell’epoca istruirono un modello chiamato World3 e gli diedero in pasto tutti i principali indicatori a disposizione: alimentari, industriali, demografici, ambientali, sociali. La risposta del modello non fu tanto dissimile: Ma siete rincoglioniti?
Prima del riscaldamento globale, prima della deregulation americana, prima dell’edonismo degli anni ottanta, della rivoluzione soffocata dei novanta, del liberismo selvaggio dei duemila, il World3 restituì due ammonimenti fondamentali:
1) Che un ritmo di crescita costante avrebbe creato uno squilibrio critico nel corso del XXI secolo, con un declino tanto imprevedibile quanto improvviso di capacità industriale e demografica.
2) Che per ottenere la stabilità economica ed ecologica sarebbe stato necessario modificare i tassi di sviluppo, riprogettandoli su bisogni e opportunità improntati all’equità e all’equilibrio.

PARODO – Map of the problematique (cit.)

Inutile dire, se siamo qui a parlarne, che Limits to growth venne presto cestinato e condannato all’oblio. Visse il suo quarto d’ora di celebrità, forse generò persino l’impressione di un movimento, di un’onda di resipiscenza. Poi però la crisi energetica finì, il petrolio ricominciò a sgorgare copioso e qualcuno cominciò a fare gné gné, questo è marxismo mascherato; gné gné, le proiezioni del modello sono sbagliate. Gné gné.
Meadows e compari vennero sbertucciati dai premi Nobel, gné gné, e tacciati – onta massima – di essere “pessimisti”, in ossequio all’ottimismo propagandistico che sostiene la falsa retorica del capitale in generale e il sogno americano nello specifico: venghino, siori, c’è ricchezza per tutti. Abbiate fede nella tecnologia e la tecnologia ci salverà.
Altrettanto inutile dire, col senno di poi, che le previsioni contenute nel rapporto si sono realizzate quasi tutte perché I limiti dello sviluppo altro non era che una proiezione matematica dell’assoluto fisico che questa newsletter ripropone pedissequamente quasi ogni settimana sotto l’enunciazione del secondo principio della termodinamica: la terra è un cazzo di insieme di risorse finite. Forse non sarà fedele alla formulazione di Planck, ma il senso è: quanto potete pensare di sfruttarla prima che non ci più sia niente da razziare? E, corollario non richiesto: se la ricchezza disponibile è non infinita e concentrata nelle mani di poche persone, quanto può passare prima che tutte le altre si incazzino e facciano un macello (sia esso spontaneo o eterodiretto dall’uomo forte del momento)?

EPISODI – Apocalypse now (cit.)

Nonostante siano passati più di 50 anni dalla pubblicazione del rapporto, oggi incredibilmente fatichiamo ancora a convincerci che l’ottimismo e la fede non c’entrano niente con la fisica. Dev’essere per via di quel meccanismo psicologico – il realismo ingenuo – per cui tutti pensiamo che gli stupidi siano gli altri, quando in realtà gli stupidi siamo noi. Solo che nel frattempo abbiamo ampiamente superato la soglia di 1,5 gradi di riscaldamento globale fissata dagli accordi di Parigi e la ricchezza del mondo è sempre più concentrata nelle mani di pochi individui in grado con le loro azioni di catafottere i destini del mondo. Come se non bastassero i negazionisti d’accatto, il riscaldamento globale è solo uno dei planetary boundaries, i parametri con cui si misura la salute del pianeta. Ne esistono altri otto, definiti negli anni duemila da un gruppo di scienziati e climatologi cervelloni, tutti evidentemente luddisti e pagati da Putin. Servono a misurare l’impatto della attività umana sull’equilibrio dell’Olocene – l’epoca geologica in cui viviamo, iniziata diecimila anni fa – e la sua trasformazione irrimediabile in triste Antropocene. Ebbene, di questi nove indicatori dell’apocalisse umana, tre erano saltati già nel 2009. Oggi siamo a sette su nove, con outlook negativo, direbbero le società di rating. Oltre al cambiamento climatico, ci siamo mangiati l’equilibrio della biosfera, l’equilibrio delle foreste, delle acque dolci, le emissioni biogeochimiche, l’acidificazione degli oceani e l’equilibrio chimico. Mentre siamo appesi a un filo sullo strato di ozono e sulle emissioni di aerosol in atmosfera.

STASIMI- L’anno che verrà (cit.)

Insomma, il paziente Terra non sta benissimo. Ha saltato i controlli negli ultimi 54 anni e ora si presenta alla visita evidentemente peggiorato. Il virus è sempre lo stesso: noi (semicit.). Con l’ulteriore complicanza che siamo sempre noi a dover risolvere il casino che abbiamo combinato e la cura propugnata – ma toh – è ancora una volta la stessa sbobba che ci ha quasi ucciso: abbiate fede nella tecnologia, sposate la rivoluzione dell’intelligenza artificiale. Verrà il regno del Bengodi.
Balle, ovviamente. E non solo per la malafede dei proponenti, ma per due macro-motivi sovrastanti.
Il primo, lo chiameremo etico, lo svela con molta semplicità la filosofa messicana Clarissa Véliz e suona sconcertante nella sua banalità, almeno per chi ha dovuto studiare McLuhan all’università: la tecnologia non è neutrale. Prendiamo una pistola, dice Véliz: è pensata per sparare e non per altro. Forma e funzione d’uso coincidono. Così è l’intelligenza artificiale, anche se la coincidenza ci è preclusa alla vista: è pensata dal capitale per arricchire il capitale. A scapito nostro, degli stati che si affannano a regolamentarla, dell’ambiente da cui succhia l’energia, l’acqua, le risorse. Certo, può incidentalmente rendere più semplice la nostra vita lavorativa, ma non è quello il suo scopo perché chi l’ha disegnata lo ha fatto per il profitto suo, non mio o vostro.

**Digressione del reo confesso: se qualcuno è stato molto attento noterà l’incongruenza tra quel che scrivo qui e ciò su cui mi interrogavo due settimane fa in conclusione della settimana 19. Sono consapevole dell’incoerenza. E mi rendo conto che è solo una delle tante tra quel che dico e ciò che faccio. Qualche piccolo elemento incidentale e non segnalato di ripristino della coerenza lo trovate più sotto.

Il secondo fronte, lo chiameremo sociale-ambientale, lo spiega con altrettanta lucidità Gaya Herrington. Non una pericolosa bolscevica, Herrington ha passato una buona parte della sua vita lavorativa all’interno di grosse corporation all’interno delle quali si occupava di etica ambientale. Greenwasher di professione, a volerla connotare con crudeltà, a distanza di 50 anni dalla sua pubblicazione nel 2022 Herrington ha ripreso in mano il rapporto Meadows e ne ha tratto un saggio intitolato Cinque spunti per evitare il collasso globale. Dove Herrington ha tutta la mia attenzione è quando spiega la spirale in cui ci siamo ficcati: dato l’insieme chiuso che è la Terra, ogni problema ambientale richiede uno sforzo per essere risolto. Ma questo sforzo a sua volta produrrà un nuovo problema da risolvere. E così via all’infinito, di scarto in scarto, di complessità in complessità.
Ora, immaginate la realtà: essere a picco sul dirupo climatico, dover risolvere in fretta e tutte insieme le questioni lasciate indietro per 50 anni e contemporaneamente dovere far fronte alla nuova ondata di dilemmi – economici, ambientali, sociali – generati dalla accelerazione tecnologica degli ultimi venti. Bene, il prodotto di questo affollamento di questioni è che prima ancora di avere finito le risorse, prima di avere consumato ciò che ci resta in termini fisici, l’essere umano avrà esaurito la capacità intellettuale di far fronte ai problemi.

Tradotto: siamo troppo stupidi per risolvere i guai che abbiamo creato.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

A differenza mia, tanto Véliz quanto Herrington riescono a opporre l’ottimismo della volontà al pessimismo dell’intelligenza (cit.). La stessa scelta ha fatto apparentemente il matematico Jacob Tsimerman: 38 anni, Tsimerman ha scritto nel 2025 un saggio in cui descrive cinque diversi scenari di omnicidio (cit.), la totale distruzione del genere umano da parte dell’intelligenza artificiale. Nessuno di questi è inevitabile, dice, ma tutti possibili. Non a caso uno dei cinque è legato alla singolarità tecnologica, il momento in cui l’artificiale supera le capacità del biologico di comprenderlo. Fresco di medaglia Fields, a luglio di quest’anno Tsimerman è andato a lavorare per OpenAI. Alla resistenza anti-tecnologica – ha spiegato – preferisce l’esattezza matematica. E se la matematica oggi rischia di rimanere indietro nella comprensione dei modelli, allora è giusto andarli a studiare là dove si formano.

Non so cosa pensare di questa scelta. So che mentre raccoglievo informazioni per questo numero rimuginavo che mi sarebbe piaciuto sottoporre tutto a Rocco, visto che aveva passato gli ultimi anni a definire e sfidare l’artificialità dell’intelligenza del silicio per metterla in relazione con la nostra, figlia del carbonio. Ma lui non mi ha aspettato… Insegnante, suocero, padre, nonno, amico, fabbro, falegname, comunista, epistemologo classico: Rocco Verna mi ha insegnato a pensare quando ero giovane e stupido e mi ha perdonato quando sono diventato un adulto nondimeno stupido. Lui che aveva lottato e studiato tutta la vita per rendere migliore questo mondo sbottò un giorno sfinito: “Ma tu sei davvero nichilista”. Solo un po’, Rocco. Solo un po’.

La citazione di questa settimana è una sua poesia. Ché Rocco era anche poeta:

Troveremo forse alla fine
Un qualche scopo alla vita:
l’andarsene in punta di piedi,
ma finché è possibile
alzare la voce
in nome di utopia

Se non avete conosciuto Rocco Verna non potete capire cosa vi siete persi. Ma siete ancora in tempo: qui trovate le sue pubblicazioni.

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Le altre citazioni della settimana, per chi era distratto dal profumo di nostalgia: Limits to growth di Donella H. Meadows, Dennis L. Meadows, Jørgen Randers e William W. Behrens III; le madeleine di Proust; Five Insights for Avoiding Global Collapse di Gaya Herrington; Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams; Goodbye, Lenin! di Wolfgang Becker; Matrix dei fratelli/sorelle Wachowsky; Antonio Gramsci; Clarissa Véliz e Gaya Herrington in Apocalypse Now del Nexus Institute; Apocalypse Now di Francis Ford Coppola; Map of the Problematique dei Muse; L’anno che verrà di Lucio Dalla; A Taxonomy of Omnicidal Futures Involving Artificial Intelligence di Andrew Critch e Jacob Tsimerman. Infine, come sempre e per sempre: Lenny Bruce.

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Io sono Fabio Amato, e qui confesso le mie tendenze omnicidiali. Scrivete a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui potete nutrire la vostra dipendenza da scroll, qui no.

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– Le file per i krapfen
– La deprimente involuzione cognitiva dei sapiens

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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