Estintori, di Fabio Amato
25 Giugno 2026
di Fabio Amato

Settimana 13 – Metto il becco fuori di casa: ci sono 39 gradi con il 60% di umidità. Torno dentro per non soffocare e immediato parte un reboot del cervello…. Mi servono dieci minuti di abulia e abbondante reidratazione prima di essere in grado di tirare le somme. Nella mia testa si dispiegano le 1304 pagine di Diluvio e penso che mi ha fatto proprio male leggere quel romanzo. Una mappa con un puntino mi dice: “Voi siete qui”. Siamo agli inverni tiepidi e alle estati torride. Guardo il percorso e mi rendo conto che abbiamo giusto superato il primo capitolo: timidi effetti collaterali che una società sufficientemente ottusa come la nostra può sopportare (per ora) senza grandi lamenti. Ad azione reazione: non c’è neve? La facciamo artificiale. Fa un caldo bestia? C’è l’aria condizionata. Non esce acqua dai rubinetti? Io nemmeno la bevo l’acqua del sindaco. Mi grandina sulla macchina tre mesi l’anno? Sono assicurato. Viene giù uno scravasso di pioggia e fa esplodere i torrenti tombati? Meno male che ho comprato altrove. E, per favore, riaccendete la centrale nucleare, altrimenti non posso chiedere a ChatGpt dove andare in vacanza quest’estate.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi che lo scopo ultimo della vita è riconciliarci, per sfinimento, con la sua fine (
cit.)
Noi che lucerne, cani o esseri umani, non sappiamo tutto quello per cui siamo venuti al mondo (
semicit.)
Noi mai lontani, ma in fondo mai vicini a niente.
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – It is better to burn out than to fade away (cit)

Quel che il nostro cervello non processa è che l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà (cit.). È già qui, e avanza giorno dopo giorno inesorabilmente. A partire dagli anni ottanta del secolo scorso, riportano le cronache, l’Europa si è scaldata mediamente di mezzo grado ogni dieci anni. Fatte le addizioni: un bel caldino. L’intero Vecchio Continente – la Brexit non ha mosso a pietà gli sceneggiatori – sta letteralmente sobbollendo tipo bourguignonne con 450 milioni di pezzi di carne dentro. Dicono i dati di Copernicus che alle nostre latitudini il riscaldamento viaggia a doppia falcata rispetto al resto del globo. Solo per cultori: siamo usciti a velocità smodata dalla zona plaid (cit.). I tre anni più caldi di sempre sono tutti successivi al 2020, i dieci più caldi sono tutti dopo il 2007. L’Italia, viva il campanile, vanta una anomalia media di +1,33°C rispetto al periodo 1991-2020 contro il +1,03°C planetario. Fa talmente caldo che, stando alla colonnina di mercurio, più che di poeti, santi e navigatori il popolo italiano ha le fattezze di una schiera bestemmiatori, sodomiti e usurai, tutti in prima fila per stendere il proprio telo da mare all’inferno (piano 7°, terzo anello, cit). Siamo comparse di un remake molto realistico di Sodoma e Gomorra. E se la ridono solo i sostenitori della interpretazione letterale delle sacre scritture.

PARODO – Batracomiomachia (cit.)

Ma allora perché non sbarbatliamo nel sisso in cerca di una soluzione? Perché questo calore sulfureo non è al centro di ogni campagna elettorale e di ogni scelta politica? Perché non siamo tutti inginocchiati di fronte all’altare di una qualsiasi divinità mormorando richieste di grazia, con le nostre pezzuole bagnate sugli occhi come in una delle tante magistrali scene di Cecità? Perché siamo passati da Greta Thunberg a Extinction Rebellion, da Extinction Rebellion al niente e dal niente al trumpismo dilagante? Perché in definitiva, dopo un primo timido allarme condiviso, ora ce ne frega con ogni evidenza meno di un cazzo?
La prima risposta è nei numeri stessi: la loro algida esattezza finisce per essere persino tranquillizzante. Un grado in più rispetto alla media del periodo 1991-2020? Quisquilie algebriche. Viene persino il sospetto che i dati siano costruiti ad arte per dare l’idea di speranza: che ci sia tempo anche quando il tempo è finito da un pezzo. La precisione statistica è nemica della retorica. Il secondo livello che riesco a intercettare è il famigerato principio della rana bollita, per dirla con Noam Chomsky prima che diventasse quel Chomsky. Prendi una rana e buttala nell’acqua rovente: il nostro batrace salterà fuori all’istante salvandosi la vita, magari con una zampetta ustionata, ma viva. Se invece la rana viene immersa nell’acqua fredda e poi si accende il fuoco, il cambiamento di temperatura avverrà abbastanza lentamente da intaccare le capacità di reazione del corpo prima della coscienza, da ucciderci prima che il cervello abbia processato la gravità del dato. Lo sanno bene i golpisti moderni: la democrazia non si abbatte, si smonta un pezzettino alla volta.

EPISODI – “Il pavimento era bagnato” (cit.)

C’è poi un terzo livello ed è collegato alle sorti della rana. Tanto per cambiare me lo suggerisce Jonathan Franzen (La fine della fine della terra, E se smettessimo di fingere?). Il succo è: il messaggio catastrofista ha fallito. Nessuno di noi intimamente riesce a portare da solo il peso dell’intero ecosistema globale: non può essere che siano la mia macchina, il mio viaggio, il mio condizionatore e il mio uso di tecnologie energivore a causare il disastro. Il postulato di questa teoria è un grande e collettivo esticazzi: se anche rinunciassi alla macchina, al viaggio, al condizionatore e a ChatGpt non otterrei alcuna sensibile differenza negli equilibri planetari. A questo aggiungiamo che l’età media della popolazione è più o meno la mia: 48 anni. E quindi molti di noi (io per primo) pensano di sfangarla togliendo il disturbo prima che il sole ci bruci la pelle e i polmoni o la pioggia si mangi le città. Quanto a chi ha una aspettativa di vita più lunga: sono giovani, ergo nessuno li ascolta. Quand’anche poi, grazie a strumenti coercitivi inconfessabili e potentissimi, riuscissimo miracolosamente a fare breccia nell’egoismo masochistico del primo mondo, come si fa con il secondo e con il terzo? Come spiegare a chi non ha quasi niente che le sue legittime aspirazioni al benessere vanno calmierate di fronte al disastro climatico? Come impedire alle potenze emergenti di prendersi ciò che non hanno mai avuto?

STASIMI – Parabol/Parabola (cit.)

Di ordine di grandezza in ordine di grandezza, ve ne sarete accorti, si arriva alla paralisi totale. Tanto più se si capovolge la piramide e si affida ai governi la responsabilità di decidere per i propri abitanti. Chi, dittatori esclusi, se la sente di perdere le prossime elezioni negando al popolo ciò che il popolo brama? Make America Great Again, a suon di petrolio, missili, motori V8, data center e siccità. Da qui potremmo divagare cercando le falle di questo tempo perduto: quelle comunicative e sostanziali di Ursula Von der Leyen e del piano europeo di elettrificazione, il fallimento delle Cop sul clima. Oppure potremmo parlare del dumping commerciale cinese, di Taco-Barney in versione Daniel Day-Lewis ne Il Petroliere (ma mixato con Cattivissimo me) che, armato di asta di carotaggio se ne va a cercare oro nero in giro per l’Artico e insolentisce gli orsi polari: “Io ho fatto finire otto guerre!”. Tutte riflessioni sacrosante, ma tardive. È fuori tempo, è oggettivamente irrilevante e persino controproducente pensare di spendere altri anni nel tentativo di convincere i negazionisti che sì, vacca boia, il riscaldamento climatico è figlio della attività umana. Il punto non è nemmeno più di chi è la colpa. Il punto è che non abbiamo ascoltato il Doc di turno quando era il momento – scegliete voi in base al vostro umore se lo volete identificare con il sociofobico Tony Pietrus di Diluvio o il piacione Randall Mindy di Don’t Look Up – e ora non mi pare che abbondino le vie d’uscita.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Il corollario estremo del fallimento del catastrofismo è la catastrofe vera del pensiero corto quando non cortissimo che sembra animare ogni gesto a ogni latitudine. Una sorta di luddismo al contrario, di sabotaggio della nostra stessa sopravvivenza futura che si è diffuso nei comportamenti sociali e familiari come in quelli politici. Invece di iniziare a pensare a cosa salvare, tra le tante cose che prima o poi andranno perdute, la reazione è la corsa alle provviste, una bulimia del consumo del presente che tradisce l’assenza di ogni speranza e di desiderio verso il futuro, se non del genere umano almeno del mondo in cui viviamo. Cioè tutto il contrario di quel che servirebbe. E lo so che fa specie che sia proprio io a dirlo, contravvenendo alla ragion d’essere di questa newsletter, ma se ci pensate bene è tutto perfettamente coerente. E se non lo è pazienza, sabato c’è bel tempo e mi farò un giro in moto. Magari su un passo alpino a cercare un po’ di refrigerio.

Da Le città invisibili, di Italo Calvino:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Le altre citazioni della settimana, random come i miei pensieri: Diluvio di Stephen Markley, Il senso di una fine di Julian Barnes, La fine della fine della terra e E se smettessimo di fingere? di Jonathan Franzen, Cecità di José Saramago, Neil Young (in Highlander – l’ultimo immortale di Russell Mulcahy), La Divina Commedia di Dante Alighieri, Omero, Media e Potere di Noam Chomsky, Il petroliere di Paul Thomas Anderson, Despicable me di Pierre Coffin e Chris Renaud, Back to the Future di Robert Zemeckis, Don’t Look Up di Adam McKay, Balle Spaziali di Mel Brooks, i Tool, il “cinema” di Roland Emmerich e l’immancabile Lenny Bruce.

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Io sono quel che resta di Fabio Amato. Surgelate i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo e mandateli a f.amato@ilfattoquotidiano.it. Sono anche qui e qui,

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– Il pensiero breve
– Aver letto Diluvio

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata a ieri sera.

¡Hasta el fin del mundo!

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P.s. Per un errore imperdonabile, nella versione di Estintori 12 ricevuta dagli iscritti il riferimento a Che Tempo Fa di Michele Serra era sbagliato. Era il numero 172 del 22 luglio 1992, non 22 luglio 1990

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