Estintori, di Fabio Amato
23 Luglio 2026
La fine del mondo è qui, benvenuta fine del mondo
di Fabio Amato

Settimana 17 – Domenica: sto andando a Parma da mia madre e sono sovrappensiero. All’uscita dall’autostrada imbocco una via chiusa per lavori e mi tocca fare inversione, ma nel girare l’auto mi rendo conto che dall’altra parte della carreggiata, aggrappato con tutte le sue forze al muro di un condominio, un uomo si trascina cercando di sostenersi con le braccia. I suoi piedi non si muovono se non al prezzo di tremori che lo scuotono, dal viso scendono rivoli di sudore. Accosto e provo a parlargli, ma non ci intendiamo con la lingua né lui sembra in condizione di dire molto. Mi guardo in giro e non faccio in tempo a pensare di chiamare aiuto che attorno a me si sono già fermati un ragazzo completamente tatuato e una signora con sua figlia. La donna parla con lui in francese, la ragazza gli porge una bottiglietta d’acqua fresca. Il giovane pittato in ogni dove lo prende sottobraccio e lo porta quasi di peso all’ombra di uno scarnificato alberello che ha la sfiga di essere stato piantato tutto solo in uno svincolo di periferia. Lì, per mano di un inquilino del condominio che non ho visto arrivare, si materializza una sedietta pieghevole. La moglie, rimasta al balcone due piani più sopra, ci guarda senza dire una parola. Ogni tanto fa dei gesti al marito, gli sorride spesso. Lui in risposta si schermisce, strappando un sorriso a me. Tutti insieme aspettiamo l’ambulanza della Croce Rossa. Le macchine attorno sfilano, qualcuno chiede se serve aiuto, qualcuno suona il clacson. Quasi tutti passano e basta. Quando, impeccabili nei modi e nei toni, i soccorritori portano via Moussa – si chiama Moussa, ha 47 anni, viene dal Mali e ha una patologia che in certe condizioni lo manda in crisi – la compagnia improvvisata 20 minuti prima si scioglie. Sudati ci salutiamo, nessuno dice una parola, nessuno commenta, nessuno ha voglia di dire niente.
A me pare il set di un film di Frank Capra: devo avere assistito a un piccolo miracolo.

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Noi che un tempo abbiamo urlato, sperato e creduto in un destino migliore per le nostre intenzioni
Noi e il nostro io martoriato in nome di un Noi che non arriva mai
Noi che non vediamo più il bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia
Noi che vorremmo poter credere in dio solo per rinfacciargli le sue colpe
Noi siamo i procrastinatori, i pessimisti cosmici, gli infelici, i progressisti pentiti
Noi sconfitti, perché chi vince prevarica
Noi siamo i falsi cinici, gli onesti rancorosi, i sinceri disillusi
Noi siamo gli Estintori.

Un po’ sul serio. Un po’ no.

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PROLOGO – Delitto in tre atti (cit.)

Per qualche ora della mia domenica sento la felicità della ricompensa (cit.), del Noi di Steinbeck (cit.), della social catena che si rinsalda (cit.). Sono reduce da una settimana di Roggero e non ne posso più della logica prêt-à-porter di chi invoca pene “esemplari” in misura inversamente proporzionale alla proprietà della pelle di riflettere la luce solare. Persone molto più preparate di me hanno già inutilmente spiegato perché la condanna comminata al gioielliere sia proporzionata all’offesa, perché non poteva avere la pistola, perché non si può inseguire qualcuno in strada e sparargli alle spalle. Per puntiglio e per i duri di comprendonio: si chiama diritto. E serve esattamente a distinguere l’azione dalla reazione. Qualcuno potrebbe obiettare che è imperfetto e perfettibile, e potrebbe anche incidentalmente avere ragione di quando in quando, ma non si può accusare il diritto di essere stato parziale, a meno di non sostenere che i giudici siano pagati da Soros e che gli assassini debbano essere segmentati per censo. E perché non per gruppo sanguigno o tasso di analfabetismo funzionale, allora? Al contrario è in malafede chi, per fermare l’emorragia di voti, con sprezzo del ridicolo va in giro a lamentarsi della ingiustizia della legge che lui stesso ha scritto. Alla faccia della dissonanza cognitiva. La verità è che a nessuno di questi orwelliani suini (cit.) – trilionari umarell globali, re Mida in disarmo, generalissimi fantozziani, abusatori di spritz – frega niente di nessuno e che sul campo restano solo vittime. Dai rapinatori (se la sono cercata, no? semicit.) al “buon” Roggero: ridotto a utile idiota, pupazzo in balia di un manipolo di neurofascistelli il cui unico vero obiettivo è generare urgenze che non esistono. E in nome di quelle guadagnare potere che non restituiranno mai, perché di urgenza in urgenza potranno issarsi a salvatori della Patria. Regalando ai cittadini la prerogativa di spararsi l’un l’altro a piacimento e chiamandola altezzosamente “libertà” quando è, in effetti, il suo opposto.

PARODO – Megalomaniac (cit.)

Per chi ha buono stomaco e tanto tempo da perdere, una esemplare rappresentazione di questa distopia mascherata da buon senso si trova nella serie parossisticamente splatter The Boys. Breve sunto: i Supereroi, per gli amici Supes o Supa, dominano il dibattito pubblico negli Stati Uniti. Mascherati da buoni, per decenni sono stati il prodotto di punta di una mega-compagnia che li produceva in laboratorio e li spacciava per modelli patriottici. Non a caso il loro leader si chiama Homelander. Solo che i Super sono in realtà cattivi. O meglio: disturbati. Dietro la loro filantropia si nasconde la propaganda di un modello consumistico estremamente pervasivo. Bibite, dolci, parchi a tema, giocattoli, farmaci: tutto è intitolato ai Super in nome del contributo dato alla Nazione contro gruppi di sedicenti terroristi che spuntano come funghi. Ovviamente è tutto finto e loro sono poco più che dei bambinoni narcisi, ma con poteri terribili: uccidono per capriccio, disintegrano palazzi per cancellare testimoni, si accoppano tra loro per crescere in popolarità, praticano la zooerastia e hanno in generale morali private a dir poco discutibili. Quando tutto questo viene a galla e la loro fama declina, oltre alla diegesi principale della lotta tra buoni (i Boys del titolo) e cattivi si sviluppa una seconda narrazione sul conflitto tra verità e finzione, ribalta e retroscena (cit.) in una supposta democrazia. Vi ricorda qualcosa?

EPISODI – I may be disturbed, but won’t you concede? (cit.)

Qui, se avete fegato per arrivare alla stagione 4, la cosa si fa più gustosa. I Super capiscono che l’unico modo per uscirne è creare una contro-verità. E così lanciano una campagna per accusare i buoni di ogni atrocità possibile: pedofilia, inoculazione di virus e 5G, omicidi, complotti vari di intensità e gravità crescenti. Lo scopo ultimo è di spaccare l’opinione popolare in due: con noi o contro di noi. E in nome di questa invocare l’emergenza nazionale per prendere il potere: divide et impera, ogni riferimento a Trump è con ogni evidenza puramente intenzionale. Al di là della inaspettata somiglianza con la trama di Diluvio (ma forse sono io che vedo Diluvio in ogni cosa), l’altro elemento significativo è che anche i buoni hanno i loro problemi. Intanto non sono sempre buoni: pure loro hanno storie irrisolte, ambizioni, desiderio di vendetta personale. Ma soprattutto sono una manica di sfigati: sono goffi, impacciati, indecisi, litigiosi. E spesso ingiusti.

STASIMI – Descending (cit.)

Questi pensieri guastano il mio momento eroico (IO ho chiamato il 112!). E se la signora fosse una elettrice di Salvini? E se fra i tanti tatuaggi di quel ragazzo così premuroso spuntasse una celtica? E se mi trovassi a cena con il condomino e sua moglie, così sorridente, solo per sentirmi dire che “Beh, dai, Vannacci non ha tutti i torti?”. Il solo considerare l’opzione mi irrita, e non posso fare niente per rassicurare me stesso se non valutare che la probabilità statistica di trovare un fascista in Emilia è più bassa che a Milano. E che anche fosse, a rigor di logica è più alta tra quelli che non si sono degnati di fermarsi per dare una mano e raggiunge il suo picco tra quelli che hanno suonato il clacson perché infastiditi dal capannello di persone attorno a un nero, remigrasse a ca’ sova. Provo a distrarmi, ma il risultato è ancor peggio del previsto. Apro Internet: a Bologna, durante un tentativo di arresto, è appena morto Abderrahim Fakir. E immediatamente la giostra si rimette a girare: ci saranno manifestazioni di protesta. E alle manifestazioni qualcuno farà casino. E quel casino diventerà il pretesto per non parlare del merito di ciò che è successo, ma per invocare, che so, una nuova compressione dei diritti. Già le puoi sentire le voci che dicono: giù le mani dalla polizia. Interrogo me stesso per sapere cosa ne penso e non lo so. So che quelle immagini sono brutte. So quello che mi hanno insegnato Aldrovandi e Cucchi. So che l’istinto mi dice che c’è una vittima. E i buoni stanno con le vittime. Ma so come sono andate le cose? So se è stato fatto tutto quel che era necessario per salvare Fakir? So se giusto e giustizia coincideranno? Lo stesso me che difende il diritto può prescindere dal diritto per schierarsi apertamente con la vittima? Forse non sono così buono, in fondo io ho solo chiamato il 112. Forse davanti al prossimo Moussa tirerò diritto, suonando il clacson per la fretta.

ESODO – Moriremo tutti (cit.)

Il male e il bene sono complementari e inscindibili. E forse più tardi lo si impara e meglio si sta. Io l’ho appreso tra la tarda adolescenza e la prima età adulta e associo questa scoperta alla lettura de Il Vangelo di Gesù Cristo di José Saramago. Il momento rivelatore, il passaggio senza ritorno dall’età degli assoluti inappellabili a quella del relativo, si compie quando Gesù parla con dio sul lago di Tiberiade e ben presto scopriamo che sulla barca sono in tre. Assieme al padre c’è anche il diavolo e i due paiono effettivamente intendersi più del dovuto, con una prevalenza di bene nel secondo, in realtà, mentre dio si limita a fare dio: l’assoluto per definizione. Del resto, confessano loro stessi, sono funzioni interdipendenti: il trionfo dell’uno, quale che sia, significherebbe la fine di entrambi, ergo meglio coesistere con reciproco profitto.
Assimilata l’epifania, tutto diventa più chiaro, ma infinitamente più doloroso. Ogni cosa converge e si giustifica da sé: giusto e sbagliato, vita e morte. Il salto logico per arrivare alle leggi fondamentali della fisica ora è minimo e in un attimo possiamo balzare al secondo principio della termodinamica: tutto ciò che vive morirà, ogni produzione di energia genera scarto, la ricchezza di qualcuno è la povertà di qualcun altro, l’entropia aumenta sempre. Da qui in poi, con tutte le forze che abbiamo, nulla possiamo se non opporci alla direzione del tempo.

Ma che fatica fare a meno degli assoluti. E quanta ingiustizia, quanta sofferenza e quanta violenza ci toccano nel corso di una sola vita per raccattare un poco di bene.

Da Il Vangelo secondo Gesù, di José Saramago

Essendo Dio, devi sapere tutto.
Fino ad un certo punto, soltanto fino ad un certo punto.
A quale punto.
Quello in cui comincia ad essere interessante ignorare

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Le altre citazioni di questa settimana, per chi era a Bollate a implorare la grazia: Giulio Andreotti a La storia siamo noi del 9 settembre 2010, Delitto in tre atti di Agatha Christie, Furore di John Steinbeck, La vita quotidiana come rappresentazione di Erving Goffman, Diluvio di Stephen Markley, La Ginestra di Giacomo Leopardi, La Fattoria degli animali di George Orwell, Highlander di Russell Mulcahy, La vita è meravigliosa di Frank Capra (o almeno: a quello pensavo), Superman (It’s not easy) dei Five for Fighting, gli Incubus, i Tool e, ovviamente, Lenny Bruce. Nei miei pensieri sempre il “cinema” di Roland Emmerich, ma da qualche settimana non trovo un motivo per infilarlo da nessuna parte.

Io sono Fabio Amato e il grigio è il mio colore preferito. Potete scrivere a f.amato@ilfattoquotidiano.it i vostri tre motivi per desiderare la fine del mondo. Qui trovate qualche sfumatura di colore in più, qui solo un vuoto desolante.

I miei tre motivi di questa settimana per desiderare la scomparsa del genere umano:

– Io
– Le certezze che non lo erano
– Le pene esemplari

Qui trovate la classifica degli Estintori, aggiornata eccezionalmente a questa mattina.

¡Hasta el fin del mundo!

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